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Ogni domenica ai giardini

marzo 8, 2011

Quest’anno non ho ancora visto il Signore della Barca. È vero che è piovuto sempre, e il Signore della Barca si incontra solo la domenica mattina molto presto, ai giardini di via Palestro, quando c’è il sole. Lo vedevo quando avevo i figli piccoli, che si svegliavano all’alba anche nei giorni di festa. Allora in primavera li portavo ai giardini, e per una antica abitudine mi dirigevo alla grande fontana rotonda, quella col getto altissimo, verticale. (Quando ero bambina, mi ci portavano sempre). È lì che incontravamo il Signore della Barca. Lo si vedeva arrivare da Porta Venezia, con una valigia lunga e stretta in mano. Vestito semplicemente, dignitoso: un artigiano, o un impiegato in pensione. Sempre solo. I capelli grigi ma non vecchio, direi sui sessantacinque anni. Nell’aria fresca e silenziosa dei giardini a quell’ora lo sconosciuto estraeva dalla sua valigetta una barca di legno fatta evidentemente con le sue mani, in un sapiente lavoro di modellismo. Lunga poco più di un metro, perfetta in ogni particolare, lucente come appena lucidata.

 

Con delicatezza l’uomo posava la sua creatura sulla superficie della fontana; la barca oscillava dolcemente. Poi prendeva da un astuccio un telecomando, lo accendeva; la barca partiva, obbediente. Nella gran vasca della fontana le faceva fare sempre lo stesso movimento: costeggiava il bordo in senso orario, né in fretta né troppo adagio. Accuratamente tenuta lontana dal gran getto centrale che l’avrebbe sommersa. I miei figli stavano a guardare con sommo interesse la navigazione; e cosa avrebbero dato, per poter mettere le mani sul telecomando, e sulla barca. Ma il signore non pronunciava una sola parola, e questo silenzio li metteva in soggezione. Pareva quasi leggermente disturbato dal fatto che ci fossero, a quell’ora, già dei bambini in giro. La barca girava e girava, con moto costante, sotto il suo sguardo assorto. Non era un gioco; piuttosto, nella metodicità dei gesti, sembrava un rito. Qualche volta, passando più tardi, incontravamo il signore che – arrivando ormai le mamme e i bambini, e il rumore – tirava in secco la sua creatura, la asciugava con gentilezza, la chiudeva nella valigetta e se ne tornava verso Porta Venezia. Dicevo, quest’anno non ho ancora visto il Signore della Barca, ma è vero che è sempre piovuto. Però una domenica devo andare a cercarlo. Non che abbia nulla da dirgli, e certo lui non mi riconosce. È che ho per questo sconosciuto una strana affezione. Mi piacerebbe con discrezione seguirlo, e vedere in quale casa di Porta Venezia entra – me la immagino degli anni Trenta, quelle case Liberty con la facciata dipinta. Due dignitose stanze da scrupoloso impiegato in pensione. Lui e la sua barca, soli. Spero che non mi accada, in qualche mercatino di robivecchi, di incontrare un giorno quella barca in vendita. Certo, dovrei comprarla e portarla a casa. Non è un giocattolo, è una compagna. Certamente ha un nome. Mi chiedo quale. (Noi uomini chiamiamo per nome le cose – tale è il bisogno di non essere soli).

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