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Negli Usa esultano: «Fine degli aborti forzati in Cina». Ma non è così

settembre 19, 2012 Leone Grotti

Il caso di Feng Jianmei, la ragazza di 22 anni che il Partito comunista cinese della sua città ha costretto ad abortire in Cina al settimo mese in ossequio alla legge sul figlio unico e le cui foto hanno fatto il giro del mondo, sembra aver lasciato il segno nella società cinese. Secondo quanto attestato da due documenti, rispettivamente di luglio e agosto 2012, della Commissione per la pianificazione familiare e della famiglia «bisogna assolutamente porre termine agli aborti in stato avanzato di gravidanza e ai casi riprovevoli dovuti ad amministrazioni sbagliate».

400 MILIONI DI BAMBINI IN MENO. La notizia rappresenta un passo avanti positivo nell’implementazione della politica del figlio unico, la legge approvata in Cina alla fine degli anni ’70 che vieta alle famiglie di avere più di un figlio, a meno che non sia femmina. Da quando la legge è stata approvata, «il governo ha impedito la nascita di almeno 400 milioni di bambini», ricordano ancora i due documenti, e «migliorato la vita della popolazione» costringendo però migliaia di donne ad abortire o farsi sterilizzare. Non solo, la politica del figlio unico, la cui applicazione è prevista almeno fino al 2015, ha fatto invecchiare la popolazione cinese, diminuire la forza lavoro del paese e ha creato uno squilibrio tra maschi e femmine tale che si calcola che almeno 37 milioni di cinesi non potranno trovare una moglie.

SOLO ABORTI «VOLONTARI». Se i documenti avvertono che bisogna mettere la parola fine agli «aborti in stato avanzato di gravidanza», chiamati in gergo «aborti artificiali», continuano però a parlare di «implementazione volontaria della legge sul figlio unico da parte delle famiglie». Che cosa significhi questa espressione lo si capisce da un ultimo caso avvenuto ad aprile 2012: Pan Chunyan è stata presa di forza, costretta ad apporre la sua firma su un documento che autorizzava l’interruzione di gravidanza e fatta abortire all’ottavo mese. La stessa Feng Jianmei è stata costretta a firmare un documento di consenso all’aborto.

QUELLO CHE I DOCUMENTI NON CHIEDONO. I documenti, poi, non chiedono di fermare gli aborti nei primi mesi di gravidanza, chiamati in gergo «parti indotti», né le sterilizzazioni forzate né di eliminare le altissime multe, pari anche a 10 volte lo stipendio annuale di un lavoratore, per chi concepisce un secondo figlio. Per non parlare delle discriminazioni sociali, che vanno dal licenziamento alla demolizione della propria casa, che chi viola la legge è costretto a subire. Infine, il rispetto della pianificazione familiare continua a restare uno dei motivi principali per cui un funzionario di partito viene promosso o degradato. Per questi motivi, anche se i documenti rappresentano un positivo passo avanti, non si può parlare di “Fine degli aborti forzati” in Cina, come ha fatto l’associazione americana All Girls Allowed. Oltretutto, succede spesso che il Partito comunista cinese annunci qualcosa nella teoria e non la rispetti nella pratica. Così, mentre il governo chiedeva scusa per il caso di Feng, il marito della donna veniva fatto sparire e un nutrito gruppo di concittadini della famiglia chiedeva la loro espulsione dalla città in quanto «traditori e ingrati».

«SONO STATA UN MOSTRO PER 14 ANNI». Ma c’è anche chi afferma che il Partito comunista cinese voglia porre definitivamente fine a tutti gli aborti e sterilizzazioni forzati e che siano solo i «piccoli, ignoranti e rozzi» funzionari locali ad applicare questa pratica. Ma per capire come stanno davvero le cose basterebbe leggere la testimonianza di Gao Xiaoduan, fuggita dalla Cina, davanti al Congresso Usa: «Dal 1984 al 1998 sono stata impiegata nell’Ufficio pianificazione delle nascite (Unp) della città di Yonghe. Il mio lavoro come funzionario amministrativo era quello di elaborare e realizzare misure concrete che eseguissero i compiti assegnati dal Comitato centrale del Partito comunista e dal Consiglio di Stato sul controllo delle nascite. (…) Durante i miei 14 anni nell’Unp, ho visto un’infinità di persone perseguitate dal governo comunista cinese per la violazione della politica sulla pianificazione delle nascite. Molte sono rimaste menomate per sempre, molto sono divenute pazze in seguito agli aborti forzati. Tante famiglie sono state rovinate. (…) Io stessa ho commesso atti veramente brutali, ma pensavo di compiere coscienziosamente il mio dovere di applicare la legge del nostro “amato Partito”, e perciò mi sentivo una cittadina esemplare, una buona cellula. (…) Per 14 anni, di giorno sono stata un mostro, quando ero a lavoro e facevo del male agli altri per attuare la barbara politica del Partito comunista, di sera ero una madre che trascorreva il tempo felice con i suoi bambini. Poi non ce l’ho più fatta a vivere in quel modo».

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