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Marco Gallo: «Perché cercate tra i morti Colui che è vivo?»

dicembre 2, 2011

Pubblichiamo l’articolo apparso su Tempi 47/2011 a firma di Marina Corradi.

Monza. Una palazzina bianca a ridosso di Villa Reale. Dal parco nella prima mattina sale e si scioglie la nebbia. Esiti ad allungare il dito sul citofono. Cosa si domanda alla madre e al padre di un ragazzo morto in un incidente in moto mentre andava a scuola? Marco Gallo avrebbe compiuto 18 anni a marzo. Faceva l’ultimo anno di liceo scientifico. È un bel ragazzo, quello che sorride dalle foto attaccate sul frigo con le calamite, in cucina. Il padre ingegnere, la mamma insegnante, due sorelle, Francesca di 20 anni e Veronica di 14 – la sorellina che Marco si coccolava, e che stamane è a scuola.
Sulla scrivania il pc è acceso, ed è pieno di foto. Quelle della vacanza in California, “on the road”, con Marco che costrinse la famiglia a fare centinaia di chilometri per vedere il più antico albero d’America: un “bristle cone” germogliato 4500 anni fa. «Ma ci pensate?», diceva, entusiasta, «questo tronco vive da 4500 anni!».
Aveva una gran voglia, Marco, di cose che durassero per sempre. Aveva intitolato un quaderno “Ipotesi sul desiderio di felicità”. E ci aveva scritto con la sua calligrafia minuta: «Ci occorre una risposta presente ed eterna».

In questa casa di Monza la storia di un figlio morto la mattina del 5 novembre, quando un’auto gli ha tranciato la strada, è un mistero cui ci si avvicina con pudore e fatica. Perché la prima faccia che si incontra è quella della madre, Paola, giovane, un bel viso, ma come velato da qualcosa che istintivamente ti tronca ogni domanda. Parla, e versa il caffè nelle tazzine; sorride anche, quando ricorda il suo ragazzo, e per un attimo lo pensa ancora vivo. Ma subito la memoria si riprende, e sulla sua faccia ritorna, padrone, uno strazio che perfino a te, estranea, fa paura.
Com’era Marco, il diciassettenne di cui il cardinale Scola ha letto una lettera, nella basilica di Sant’Ambrogio affollata di ragazzi, chi era il ragazzo che nel Duomo di Monza sono venuti da tutta la Brianza a salutare, insieme agli amici delle estati in Liguria, e ai professori e ai compagni del liceo Don Gnocchi di Carate? E quale segno ha lasciato questo suo andarsene in un soffio, appena pochi giorni dopo essere andato con degli amici a spalare il fango, a Borghetto Vara?

«Era un vulcano», dice Paola, e le torna quell’ombra di sorriso. Uno che impazziva per i fuochi d’artificio, e comprava il salnitro per fare il botto più forte. Un passionale che si buttava in ogni cosa. Senza aver mai fatto il salto a ostacoli un giorno arrivò in pista, si fece prestare un paio di scarpe e subito realizzò il tempo minimo necessario per le selezioni nazionali. Da piccolo costruiva grandi castelli di sabbia, complicate strutture di Lego e diceva: «Farò il geometrico, da grande». Ma adesso invece domandava polemico a suo padre Antonio: «A cosa serve, l’università?». Al padre che lo avrebbe voluto un po’ più quadrato, più regolare. E invece quel ragazzo sembrava avere il fuoco di una domanda addosso. Nuotare nel mare aperto, arrampicarsi sulle montagne: attratto dai grandi spazi, sempre come teso a cercare, oltre l’apparenza, un di più che ancora non riusciva ad afferrare. La mamma: «Cercava sempre il senso delle cose; sembrava che nulla gli bastasse».

Un vorace desiderio di significato
Un santo? Affatto. Un ragazzo invece molto vivo. Spontaneo, indisciplinato. Scriveva dappertutto: anche sui banchi, sui muri. «Gallo non scrivere sul banco, e soprattutto dopo non leccarlo, per pulirlo» è la significativa frase rivoltagli da un professore e ricordata in una lettera da Luca, un suo compagno di scuola. Per dire, fuori da ogni agiografia, Marco Gallo, com’era. (In fondo così simile ancora al bambino di un’altra foto sul frigo, che sorrideva, con un panino di Nutella in bocca e un altro in mano, insaziabile).

Eppure negli ultimi tempi Marco aveva sviluppato come un vorace desiderio di significato. In gita con i compagni li teneva svegli, la notte, a parlare del senso della vita. La mamma di Cl, il papà anche, ma come un po’ arrabbiato con la vita; e quel figlio che sul solito frigo attaccava frasi come questa: «Sento il bisogno di essere mendicante di questo amore vivo in tutte le cose. (…) L’amicizia è vera solo se aiuta a tendere al vero, alla verità dell’uomo, ovvero alla compagnia del mistero». E il papà leggeva sfuggente, incapace di accogliere ciò che il figlio stava scoprendo. «Tu non capisci!», gli diceva Marco. E si litigava, come in ogni casa con dei ragazzi adolescenti. Ora quel padre, a ripensarci, piange. Radicalmente rivoltato da questa morte. Lui, che in pochi giorni sembra così cambiato. E ai colleghi che gli fanno le condoglianze risponde con questo sms: «Mio figlio Marco avrebbe voluto che vi facessi sapere questo: solo se Cristo è risorto è accaduto qualcosa di veramente nuovo che cambia il mondo e la situazione di ogni uomo, anche la più disperata». «Ora finalmente – dice – mi sono tolto la maschera delle convenzioni per cui in fondo non si dice mai ciò che ci sta a cuore davvero, quelle convenzioni che mio figlio detestava. Ora che Marco è morto, sto diventando un uomo».

E la madre racconta della inaspettata reazione della gente, intorno. Dei parenti venuti dalla Liguria, per lo più non credenti, dei colleghi, di quelli del bar sotto casa, di volti anche sconosciuti. Gente magari lontana ma quanto immobile, al funerale: sovrastati dai canti sul piazzale del poderoso millenario Duomo di Monza. In chiesa davanti alla bara, in mille, in un silenzio interrogativo, come attesa. Come se in quella morte un seme fosse stato gettato.

Quei vertiginosi ultimi mesi
Ma Francesca, la sorella maggiore, prorompe arrabbiata: «A me non basta che qualcuno cambi perché mio fratello è morto. Io voglio lui, lo voglio rivedere, più di ogni altra cosa». Nel lacerato amore di due fratelli che hanno passato 17 anni a litigare, e a perdonarsi. «Io voglio rivederlo». La domanda di Francesca è antica. Se quelli che amiamo con la morte ci sono tolti per sempre, a cosa serve tutto, vivere, lavorare, aver figli? Se la morte è per sempre, la vita in realtà non è che un insostenibile niente. E però anche Francesca, straziata e indocile, dice che c’è stato un momento, al cimitero, mentre gli amici cantavano, in cui è stata certa: ci rivedremo, Marco, noi ci rivedremo.

Nella casa di Monza dolore indicibile e speranza si fronteggiano come due eserciti schierati. Il dolore è una massa opaca, incombente: è lui che offusca la faccia di Paola – come quando una nuvola oscura il sole. E tuttavia soffia, si respira una speranza. Sottile forse, come una pianta giovane che debba crescere ancora. Trema a certi ricordi, come la fiamma di una candela a un fiato d’aria. Come quando con un sonoro tonfo Antonio appoggia sul tavolo della cucina un gran pacco di foto. Quelle foto nel sole pieno di passate estati che rendono intollerabile il pensiero del buio in cui oggi i resti di Marco si trovano, in un piccolo cimitero ligure. (Ma laggiù, pensi, non ci può essere davvero lui, lui intero).

Nel racconto della madre, gli ultimi mesi di Marco sembrano marcati da una vertiginosa accelerazione. Come se la sua domanda fosse ogni giorno più radicale. A maggio va alla beatificazione di Giovanni Paolo II, a Roma. Torna, e le parole del Papa beato gli riecheggiano in testa: «Permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita eterna». Scrive Marco: «È come se, finalmente, qualcuno mi avesse capito». Corrono i giorni dell’estate, veloci. A un compagno muore un amico, lui torna a casa e dice a sua madre: «Pensa, a volte il Signore ti prende così, in un attimo», e schiocca le dita sul palmo di una mano. Suono che, oscuramente, trafigge Paola, e le resta in mente. Un altro biglietto degli ultimi giorni cita una frase di san Domenico Savio: «Cosa farei se sapessi di morire? Continuerei a giocare a pallone». Infine, e sono le ultime ore, una sera insiste per rivedere il Francesco di Liliana Cavani: quella scena in cui Francesco, segnato dalle stigmate, dice: «Dio mi ha risposto». E Marco fissa questa scena sul suo desktop. Il 5 novembre esce per andare a scuola, e non torna.

«Venga». Sua madre ti conduce sulla soglia di una camera di adolescente. Cogli una sua esitazione nell’entrare: è qui, l’epicentro del dolore. Poster, foto, la scrivania segnata da una bruciatura: quella vecchia passione per il fuoco. «Guardi»: sul muro accanto al letto, all’altezza del guanciale, a matita c’è scritto: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?». Il giorno prima dell’incidente, dice Paola, quella scritta non c’era. E quindi è proprio dell’ultima sera. Tracciata prima di addormentarsi (quel vecchio vizio di scrivere sui muri). E a leggerla questa mattina quella frase toglie il fiato. Come un attimo di evidenza del Mistero.

Segni ragionevoli di resurrezione
C’è solo una speranza che regge, quando muore un figlio. «Dopo la morte di Marco ho sperimentato il suo abbraccio e quello di Cristo, sulla nostra famiglia, e i nostri amici, come mai prima», dice Antonio, con una fermezza che ti colpisce nella sua faccia marchiata dal dolore. Sono questi, i «segni ragionevoli» della resurrezione di Cristo che Julián Carrón ha detto a Francesca Gallo di cercare? Sul volto della madre passa e ripassa quell’ombra poderosa; tanto pesante dev’essere che lei, come schiacciata, di colpo si risiede, le mani sulla faccia.

E ogni umana parola sembra senza significato. Nell’abisso di vuoto che è una casa quando un figlio non torna, la sbalorditiva sfida di una frase vergata a matita accanto al letto: perché cercate tra i morti colui che è vivo? Proprio la notte prima, di ciò che noi chiamiamo morte.


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