Google+

L’unico modo per guarire dalla depressione è una sana compagnia

maggio 13, 2012 Aldo Trento

Caro padre Aldo, come le ho scritto nel messaggio precedente anche io soffro di depressione. Ci sono momenti, come questo in cui le sto scrivendo, che mi sento completamente solo, abbandonato da tutti (anche fisicamente). Sono io contro la depressione e basta. A causa di ciò provo un forte senso di ribellione verso Dio che permette questa prova: dov’è Dio in mezzo a tutto questo? Perché mi abbandona in questo modo? Dov’è la verità nel salmo che recita: «Io lo invoco e Lui mi risponde; fa sparire ogni mio lamento?». Mai come in questo periodo ho invocato il Suo aiuto. Ma perché spesso non arriva, o meglio, non lo sento arrivare? Prego per lei e per i suoi malati.
Lettera firmata

Caro padre Aldo, sono il ragazzo ospite da due anni in una famiglia di Milano, ci siamo incrociati al Meeting, ma non so se lei si ricorda di me. Ho 18 anni e le scrivo in un momento di crisi depressiva e questa malattia, se si può chiamare così, mi accompagna da ormai tre o quattro anni. La cosa che mi viene più difficile da fare in questo momento è avere un briciolo di stima verso me stesso. Mi disprezzo nel profondo e nonostante il Padre Eterno sia stato gentile con me, facendomi incontrare una famiglia come quella di Giuseppe e Francesca, non la smette di tormentarmi con momenti di tristezza dovuti appunto alla mia malattia. Ho bisogno di guarire, di tornare a respirare la vita, di apprezzare le cose semplici. L’anno scorso ho avuto l’impressione che la depressione mi avesse portato via tutto: la morosa mi ha lasciato, gli amici, la scuola, il rapporto con la mia famiglia, con la famiglia di Giuseppe. Ho visto la gente allontanarsi da me, ma soprattutto ho visto consumarsi e dissolversi le ragioni che mi tenevano attaccato a queste cose. La realtà, caro padre, è come se mi chiedesse continuamente le ragioni che mi tengono in vita e più volte ho avuto la tentazione di far cessare con la morte questo supplizio. Le ragioni sembrano sempre più insufficienti e la vita sempre più difficile da sostenere. Ho bisogno di un aiuto e pensavo di chiederlo a lei perché, anche se non lo sa, è stato lei due anni fa, con un suo intervento al Meeting, a darmi la forza di iniziare a reagire contro questa malattia. Ho bisogno di Dio; sento, dal momento in cui mi sveglio alla sera quando vado a letto, il suo doloroso richiamo, ma anche una forma di lontananza da Lui. Come se non Lo riuscissi a incontrare nella vita, tra le pieghe della giornata. Sarei disposto a tutto pur di incontrarLo. Sarei disposto a lasciare tutto e venire lì con lei, tra i malati e i sofferenti, se la posta in gioco è quella di una vita per Cristo, per incontrare Cristo, colui che mi ha voluto così. Non pensi che lo dica così per dire o che nutra una forma di venerazione per lei. Lo dico perché sento intorno a me la terra che brucia, i rapporti sempre più sfilacciati, l’amore per la vita come un’illusione sempre più lontana. Mi aiuti, ho bisogno di qualcuno che abbia pietà di me. A presto.
Lettera firmata

Caro padre Aldo, so che non devo aspettare che lei mi tolga la depressione, ma so che può capire senza giudicarmi. Io ormai soffro di questa malattia da una trentina d’anni, cioè almeno da quando ne avevo dieci. Ho tentato di tutto: farmaci, psicoterapie, psicanalisi. Ma non è servito a nulla. Solo la psicoanalisi sembrava portarmi alla guarigione, ma dopo i primi due anni positivi, sono caduto più in basso di prima e ne sono uscito completamente distrutto, senza più nessuna volontà. Spesso mi ritrovo a piangere e a pensare di togliermi la vita, e non riesco a vedere una prospettiva diversa. Lavoro solo il pomeriggio in una ditta e riesco a tenere il lavoro perché i miei capi, che sono di Comunione e liberazione, hanno uno sguardo di misericordia  nei miei confronti. Sono più morto che vivo, non riesco a interessarmi a nulla, non c’è niente per cui valga la pena vivere. Spesso mi sento un fallito, non faccio che piangermi addosso. Non riesco neanche più a credere in niente, non riesco a trovare un sollievo. Grazie di avermi dedicato un po’ del suo tempo.
Lettera firmata

Voglio ritornare sul tema della depressione, perché ricevo molte lettere e incontro molte persone non solo in Italia, ma ovunque vada, che soffrono di questa malattia. Le tre lettere descrivono molto bene il dramma, o la disperazione, che colpisce tante persone e sono un grido di aiuto pieno di domande. Quelle domande che mi hanno torturato per anni senza che io vedessi una possibilità di risposta. È terribile sopportare la vita quando tutto offusca la mente e i fantasmi sembrano impadronirsene provocando un effetto di panico, angustia e disperazione. Tutte le malattie sono dolorose, ma quella che ti toglie la voglia di vivere è peggiore.
Molti mi chiedono: «Come guarire? Come sopportare? Esiste la libertà anche quando uno si trova incapace di scegliere? Cosa è la libertà in questa situazione?». Non pretendo di rispondere, né di dare ricette che non esistono, come sanno bene anche gli “esperti” della mente. Voglio solo offrire alcuni punti fermi in questo cammino che sto ancora percorrendo e che per me è il cammino che porta ad abbandonarmi ogni giorno al mio dolce e tenero Gesù. Quel Tu per il quale vivo e che ha manifestato il suo volto buono, misericordioso proprio dentro una storia carica di dolore, di rabbia, di disperazione. Dal primo momento in cui mi sono trovato sdraiato nella mia stanza senza nessuna voglia di vivere, l’unica cosa che la mia libertà è riuscita a fare è stata gridare come un pazzo: «Signore non ti vedo più, non sento più la tua voce, la tua tenerezza, abbi pietà di me». In quei momenti più tragici, passando anni senza dormire, mentre schiacciavo rabbioso la testa contro il cuscino gridavo: «Signore dove sei? Perché tanto dolore? Signore non ce la faccio più, prendimi per piacere». Era un grido apparentemente inutile, assurdo, un parlare contro la parete.
Dentro questa rabbia disperata, però, non ho mai messo da parte i due Sacramenti fondamentali del cammino della conversione: la Confessione e l’Eucarestia. La Confessione settimanale o più volte alla settimana e la Messa quotidiana. Nel tempo mi sono accorto che questi due sacramenti sono stati la risposta precisa e concreta al mio grido. Non solo, ma la fedeltà alla Confessione e all’Eucarestia è stata la modalità attraverso cui Dio, in modo discreto, manifestava il Suo volto, fino a diventare familiare, determinando la mia vita quotidiana. L’esperienza del «Io sono Tu che mi fai» è stata il punto drammatico di questa paziente attesa che il Mistero manifestasse il Suo volto.
Il secondo punto essenziale che mi ha permesso e che mi permette di vivere questo dolore, che oggi definisco una grazia (oggi dopo un lungo e duro cammino, dopo una decina e mezza di anni a “mordere la pietra”), è stata la compagnia di padre Alberto. Una compagnia nella quale la visibilità di Cristo era limpida come l’acqua che scende dalle Dolomiti. Un’amicizia che ogni mattina bussava alla porta della mia stanza quando non volevo vedere il giorno e mi chiamava cantandomi, con la sua voce priva di alcuna tonalità, una filastrocca che i suoi genitori gli cantavano la mattina quando era bambino. Ricordo ancora le parole in dialetto romagnolo: «Un bigatin, do bigatin, tri bigatin… Che buon brodo farà».
Gli intellettualoidi forse rideranno di una compagnia umana tra due sacerdoti che sono arrivati a tanto “infantilismo”. Ma la coscienza che lui aveva di Cristo gli permetteva di farsi, come direbbe san Paolo, bambino tra i bambini, debole tra i deboli. Una compagnia reale, non virtuale, una compagnia che non ha mai anteposto gli impegni di Comunione e liberazione o della parrocchia alla mia umanità distrutta. È stato un abbraccio quotidiano. Un abbraccio difficile, perché convivere con un depresso è un’impresa complicata: un giorno uno deve usare il bastone e l’altro giorno una carezza. Quante volte per risvegliarmi dall’abitudine di piangermi addosso, caratteristica del vittimismo dei nevrotici, ha perso la pazienza! Finché un giorno l’ho persa anche io. È stato un miracolo dopo anni di passività. Finalmente il mio io cominciava a reagire, ad arrabbiarsi con lui. La mia libertà, che prima era solo un grido disperato, cominciò a riconoscere in padre Alberto questo «Io sono Tu che mi fai». Vedendo come lui mi aveva trattato e come aveva donato tutti i suoi anni (10) di missionario in Paraguay per farmi compagnia, come don Giussani gli aveva chiesto, ho pazientemente preso coscienza della tenerezza con la quale il Mistero mi guardava. Senza la tenerezza di padre Alberto, senza il suo sguardo forte e dolce, come Gesù con Zaccheo, non sarebbe stato possibile il miracolo. Grazie a questa compagnia, come afferma don Giussani nel libro Ciò che abbiamo di più caro, ho potuto nel tempo non scandalizzarmi della mia “pazzia”, ma accettarla. Grazie all’abbraccio di un uomo il cui cuore vibrava per Cristo.
Non conosco altra strada per convivere ironicamente con questa malattia che una compagnia sacramentale. Inoltre mi ha aiutato, e mi aiuta, pensare a Gesù che nel Getsemani e sulla croce è stato un esempio di come vivere la depressione e come trasformarla in grazia. Cosa ha permesso a Gesù di percorrere questo cammino drammatico? La compagnia del Padre!
La cosa interessante è stato il fatto che ha cercato la compagnia degli amici, ma loro, come succede in questi casi, “avevano sonno” o come molti ai quali chiediamo aiuto e ci rispondono che non hanno tempo o ci rimandano agli specialisti. Quanti religiosi o preti ho incontrato in questa situazione di abbandono da parte dei loro superiori che, avendo sempre molto da fare, invece di tenerli al loro fianco hanno preferito isolarli. E poi parliamo di carità sacerdotale o religiosa! I depressi prima di tutto hanno bisogno di una compagnia umana come quella di Gesù con i suoi discepoli, una compagnia quotidiana con la quale condividere tutto. Senza questa compagnia non esiste guarigione ed è impossibile percepire la depressione come una grazia.
paldo.trento@gmail.com

Ricevi le nostre notizie via email:

Leggi gli articoli sull'app:

Iscriviti gratuitamente alla nostra newsletter per ricevere tutte le nostre notizie!
I commenti sono liberi. La redazione rimuoverà quelli offensivi.

7 Commenti

  1. Irene scrive:

    Padre,
    Io come le persone nelle lettere citate, soffro di depressione, e come loro mi senti sempre maledettamente sola di fronte a ciò. Io non ho nessuno che quotidianamente mi fa compagnia come un amico. Ho sempre cercato di giustificare ciò dicendomi che d’altronde non è possibile, gli altri hanno i loro impegni, la loro vita, chi studia, chi lavora, chi si occupa dei massimi sistemi da autorità ciellina. Ma in verità non mi basta. Io non ce la faccio. Dalla prima frase di questo articolo ho cominciato a piangere di nuovo. Insomma, l’ha detto anche lei che non è facile stare con un depresso. Come posso pretendere che lo facciano? Anche se questo punto è quello che in tutta la mia situazione mi fa più male. È terribile non avere il gusto per la vita. Ed è terribile non potere essere accompagnati in questo immenso dolore.

  2. Hyades scrive:

    Egr. Padre Aldo,
    ha mai considerato la possibilità di nuocere ai depressi con le sue affermazioni ideologiche dal tratto apodittico che, mascherate da racconti tra l’empirico e l’esperienziale e prive di ogni fondamento scientifico, finiscono per allontanare i pazienti dalle terapie della scienza medica rese sempre più efficaci dal continuo aggiornamento della ricerca?. Le vorrei, con rispetto, rinproverare, di recare un pessimo servizio al suo prossimo, quando ad esempio in chiusura afferma “senza questa compagnia non esiste guarigione ed è impossibile percepire la depressione come una grazia”.
    Lei non può ignorare che la gran parte delle guarigioni, e non degli improbabili se non inesistenti “miracoli”, avviene grazie alle cure prestate dagli specialisti, psichiatri, neuropscichiatri, psicologi che siano, e che continuare a percepire la depressione come una grazie significa proporre il masochismo come senso e significato di un’esistenza gravente guastata da una patologia che sempre più spesso porta perfino a privarsi della vita. Consigli ai suoi lettori il ricorso alle cure mediche e lasci perdere narrazioni poetiche e a tratti patetiche che non aiutano affatto chi è afflitto da questo “male di vivere” ormai considerato male del secolo per la diffusione capillare con la quale colpisce la popolazione di ogni ceto sociale, culturale, politico e religioso. Verrebbe da dire, anche per strappare un sorriso, che si tratta di una “malattia democratico – egualitaria” Un’ ultima riflessione di carattere teo-pscicologico: visto che questa malattia spalanca, nostro malgrado, alle profondità più recondite dell’essere, del significato concretissimo e immanentissimo dell’esistere o meno non ritiene che l’ossesssiva affermazione «Io sono Tu che mi fai» porti con se un significato “alienante” dove “l’altro da se”, finisce per privare l’io più profondo del suo essere identitario? In fondo alla domanda identitaria Dio stesso rispose: “Io sono colui che è” cioè Io Sono Me. Essendo noi figli di Dio, non dovremmo avere la stessa contezza e coscienza: essere cioè quello che siamo, noi, in tutta la profondità e ricchezza del nostro essere materiale e spirituale, immanente e trascendente proiettati in un continuo divenire fino all’apice dllevoluzione scatologica? Non dovremmo smettere di sforzarci contro natura di essere sempre qualcosa o qualcun altro da noi, cioè un alieno al quale sacrificare il nostro vero io e la nostra vita? Il volto di questo “alieno”, che guardandovi tra di voi riconoscente sempre nelle sembianze del Cristo non vi viene il dubbio che sia una semplice proiezione dei vostri più reconditi ed “esercitati” desideri? Quali garanzie avete di non essere alla ricerca di una pura allucinazione? Francamente, dai racconti pur appassionati del “contiinuo riconoscimento di questa presenza”, pare di assistere piuttosto all’incontro con un fantasma. Leggo adesso la lettera di Irene e vorrei consigliarla: Giustamente come Lei ha detto non può pretendere la compagnia di alcuno. Può essere solo una gratuità consentita o meno da mille circostanze e che peraltro non sempre si rivela utile, anzi il più delle volte è fastidiosa a causa delle banalità che ti rivers addosso come sforzati, non fare così, aiutati che il ciel ti aiuta. Niente di più deleterio. Dobbiamo, come per tutte le malattie, soffrire da soli e soprattutto sapere che la guarigione è a portata di mano, anche se in questi momenti bui sembra impossibile, si carichi di questa certezza: con le giuste cure, e un buon terapeuta tornerà presto a sorridere e a vivere la sua vita come meglio crederà, in compagnia di amici e famigliari che anche in questo momento sono sicuro le vogliono un sacco di bene.
    Con affetto,

    • Gianni scrive:

      Concordo, da malato di depressione, con quanto sopra.
      Nella mia esperienza di cattolico, ringrazio Dio per avermi dato una persona nel momento del maggior bisogno, ma anche di avermi dato un eccellente psicoterapetua: senza l’ultimo, forse non avrei apprezzato neanche la prima.
      Irene, ti consiglio vivamente di “prenderti in mano” e cercare un aiuto professionale. Sia ben chiaro, cio’ non esclude l’esperienza di P. Aldo, ma sono sicuro che anche lui ha fatto ricorso a cure mediche.
      Tu non andresti dal dottore per qualunque altra malattia?
      Anch’io ho atteso troppo prima di cercare aiuto, pensando che parole di conforto potessero risollevarmi, poi per “fortuna” sono arrivati anche dei sintomi fisici che mi hanno “costretto” a cercare aiuto nel posto giusto. Anche di questo ringrazio Dio. In bocca al lupo.

  3. One more issue is really that video gaming became one of the all-time greatest forms of recreation for people of any age. Kids have fun with video games, and adults do, too. Your XBox 360 is amongst the favorite games systems for folks who love to have a huge variety of video games available to them, and who like to play live with some others all over the world. Thanks for sharing your opinions.

  4. Sanford Groch scrive:

    I simply want to mention I am just all new to weblog and seriously enjoyed you’re website. Almost certainly I’m want to bookmark your blog . You absolutely come with terrific articles. Kudos for revealing your web-site.

  5. bionda scrive:

    Padre, io non so cosa sia la depressione. Ma da novembre soffro di attacchi di panico ed ansia. Ho paura di tutto. Di fare del male a me o alle persone che mi circondano. Prego ogni gg il Signore ke mi liberi da questi pensieri. Parlo con i miei genitori dicendo che faccio pensieri strani, ma mi dicono ke passerà. Xke purtroppo nn veniamo piu considerati da 6anni da mia sorella, e sono anche zia di 2nipotine ke nn posso vedere. Non so se sia questo il problema. Ma voglio combatterlo.vado ogni domenica a messa. Solo che non mi confesso mai. Ho paura di quello che possa pensare il prete. Aiutami. Ti supplico. Poi si sentono tutte queste brutte cose al tg ke ti fanno pensare: E se farò io una cosa del genere. La prego padre, risponda

  6. Sara scrive:

    Salve a tutti, io ho conosciuto la depressione e al momento sono nella fase in cui ne sto piano piano uscendo, ma non abbasso la guardia prendendomi molta cura di me, perché ho paura che possa tornare da un momento all’altro, e penso che ne avro’ paura per sempre. Leggo regolarmente articoli di ogni genere sull argomento, italiani e stranieri. La depressione puo’ avere cause molteplici, biologiche situazionali ed esistenziali. Nel mio caso situazionali ed esistenziali. Dalla depressione se ne puo’ uscire, e naturalmente se ne esce stravolti e trasformati. Nei momenti piu’ tragici, chiedevo a Dio di portarmi con sé, io non sarei mai riuscita a farlo da sola, perché il rispetto della Vita per me e’ piu’ forte perfino del male oscuro. Vorrei dire a tutti quanti in difficolta’ e disperazione, che Dio e’ con noi sempre, che la depressione e’ una prova, come lo e’ perdere le persone care, o qualunque altra malattia. Ho capito anche che non vi ci si deve opporre, ma ci si deve calare nelle piu’ remote e buie profondita’ di sé stessi, cercare di arrivare al PERCHE’, al COSA MANCA in voi, cosa la depressione sta cercando di dirvi. Comunicate con Dio, cercatelo, guardate al cielo e chiedete a Lui cosa Lui voglia da voi, durante la dolorosa esperienza della depressione, e una volta usciti da cio’. Per quanto mi riguarda ho intenzione di continuare la mia vita da giovane donna laica del 2016, ma dedicare parte del resto della mia vita a coloro che hanno piu’ bisogno e difficolta’ di me, perché una volta che si soffre cosi’ tanto la consapevolezza di se’ stessi e del mondo e’ molto piu’ elevata, e qualunque cosa mi accadra’ da adesso in poi, io ho un debito verso Colui che mi ha salvata. So perfettamente il senso di solitudine che si prova che cosa sia, ma rivolgersi a centri specializzati associazioni no profit di persone che gia’ hanno vissuto sulla propria pelle tutto quanto, aiuta. Un depresso ha bisogno di amore, sia che lo cerchi in Dio in persone che lo capiscano o in qualunque altro posto. Un depresso ha bisogno di essere CAPITO. Di qualcuno che gli dica: cosa posso fare per te? Ti capisco, ci sono e ti voglio bene. Cercate aiuto in chi ci e’ passato, perché la depressione fa sentire totalmente incompresi da tutto e da tutti, ma sentire testimonianze di chi SA, vuol dir molto. Dio non ci abbandona mai, siamo noi che smettiamo di ascoltarLo, anche per la depressione c’e’ un motivo dietro tanto dolore c’e’ sempre qualcosa che va ascoltato, dopo tutto questo c’e’ una pace interiore incorruttibile, una gratitudine infinita per ogni piccola cosa quotidiana, un tramonto, un buon pasto, dormire abbastanza e bene, le fusa di un gatto, una parola gentile a qualcuno in difficolta’. Ascoltare il proprio dolore ( ascoltare, non sentire; sono due cose ben diverse) e’ ascoltare Dio, sopportare il proprio dolore e’ incontrare Dio, vivere il resto della propria vita in nome di quello che esperienze simili ci lasciano nella nostra anima e’ onorare Lui. Non siete da soli. Non lo siete mai.

La rassegna stampa di Tempi

Tempi Motori – a cura di Red Live

Estrema tanto nell’aspetto quanto nella meccanica, la concept coreana anticipa la prima sportiva affidata al reparto Hyundai N. Adotta un 2.0 turbo benzina da 380 cv abbinato a un cambio a doppia frizione e alla trazione integrale.

La seconda generazione della SUV tedesca cresce nelle dimensioni e adotta soluzioni hi-tech in ambito sia multimediale sia di sicurezza. Mediamente più leggera di 90 kg, può contare su motori turbo benzina e diesel con potenze da 150 a 286 cv.

La seconda generazione della berlina ibrida plug-in nipponica percorre 100 km con un litro di benzina e sino a 50 km in modalità elettrica complice la ricarica solare al tetto. Confermato il powertrain ibrido da 122 cv. La batteria si ricarica in poco più di 3 ore.

Il design richiama elementi cari sia alle sportive BMW sia alle vetture maggiormente votate all’off road. La concept bavarese anticipa una nuova SUV coupé derivata da X1 che entrerà in produzione nel corso del 2017.

Ecco le nostre proposte per un fine settimana a pedali, a motore ma non solo. Se non sapete cosa fare date un'occhiata, se sapete già cosa fare potremmo farvi cambiare idea...

banner Mailup
logo EA-Group
logo EA-Group
logo La nuova Bussola quotidiana