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La vita di chi è benedetto dalla malattia. Il diario di Dea

novembre 11, 2012 Aldo Trento

Questi sono i racconti che descrivono due mesi trascorsi da Dea, una gentile volontaria, nella Clinica San Riccardo Pampuri. Sono piccole riflessioni, semplici e sincere, nate dal suo cuore attento e commosso. Tutti i giorni lei viene in Clinica con il suo camice bianco, in attesa di servire e vedere come il Mistero accade e per giudicare con occhi aperti la realtà a partire dalla Sua presenza. Alcune di queste storie sono già state “lette” dal Cielo, dove il volto sofferente di Cristo in ogni paziente si è trasfigurato per sempre in un volto glorioso. Che questi santi pazienti ci benedicano dal Cielo. Abbiamo bisogno di contemplare i tratti della presenza di Cristo nelle persone che ci circondano, perché Cristo è un fatto presente ogni istante nella novità della vita dei suoi testimoni.
paldo.trento@gmail.com

Aida non c’è più. Era una malata di Aids della Clinica, luogo in cui come volontaria sperimento con immensa gioia e felicità la presenza di Cristo nella realtà. Aida ha toccato il mio animo quando mi ha detto: «Ti voglio bene, mi manchi». Il giorno prima della sua scomparsa mi ha detto due volte: «Vado a morire». Lei adesso è più vicina a Dio e prega per me. Aveva sempre il sorriso sulle labbra ed era lei la malata, non io; ora lei è la sana e io sono rimasta qui, in questo mondo malato.

Bernardino è un altro malato che se n’è andato lasciando in me un’immensa tenerezza. Gli piacevano i gelati e mi raccontava che in passato andava a comprarli in una gelateria della Quinta Strada ad Asunción. Quando è arrivato alla Clinica era molto arrabbiato, nervoso. Tutto è cambiato attraverso la compagnia di alcune persone della Clinica e l’affetto e la comprensione che si respira lì: è diventato gentile, diceva sempre grazie, grazie a chi aveva cura di lui o gli riservava alcune affettuose attenzioni, come portargli le empanadas o i gelati, che mangiava sempre con gusto. È stata lunga la sua permanenza con noi, più di un anno: forse Dio ha usato quel tempo per ottenere il suo cambiamento. Il Bernardino al quale portavo i pasti e a cui davo da mangiare durante i suoi ultimi giorni, mi ha trasmesso la sua gentilezza e il rispetto che riservava a coloro che si prendevano cura di lui. Ringraziava sempre, non si lamentava di niente. Dopo l’ultima notte in cui gli ho dato la cena, all’alba se ne è andato, improvvisamente.

Giustina era una donna che si era affezionata a me ed era molto cara nei miei confronti. Un giorno mi ha detto di voler mangiare del melone e gliel’ho portato e l’abbiamo condiviso anche con gli altri ammalati. Una volta la sua famiglia le ha portato del pollo arrosto, che per cena le hanno messo nel vassoio che io le servivo. Lei ha tagliato un pezzo, dicendomi che era per me. È stato un gesto molto bello, di generosità che dobbiamo mettere in pratica spesso. All’improvviso mi hanno detto che se n’era andata.

Dionisio era un camionista; si commuove sempre quando gli si chiede che lavoro faceva prima di arrivare in Clinica. È un malato cronico di Aids, quasi non parla e ormai fa molta fatica anche a muoversi, per farlo mangiare, infatti, bisogna imboccarlo. Mi riconosce e sorride ogni volta che mi vede. Conosce molto bene Elena, la signora della cucina che gli parla in guaraní e con cui balbetta alcune parole. Da poco lo hanno portato nella casa degli anziani san Gioacchino. Sono andata a trovarlo una volta e ora mi hanno detto che si sente male, ha frequenti attacchi di colite. Vorrei che lo riportassero qui perché così potrei prendermi cura di lui.

La contemplazione di Dionisio
Il 23 gennaio sono arrivata presto in Clinica e affacciandomi in una stanza mi sono rallegrata molto nel vedere il volto di Dionisio in uno dei letti. Lo avevano appena trasferito: osservava tutto e tutti. C’era con noi un volontario peruviano venuto in visita per alcuni giorni ed è stato sorprendente vedere come Dionisio lo guardasse attento. Forse gli ricordava qualcuno che lui conosceva. Non sappiamo, ma è rimasto con lo sguardo fisso su di lui per un certo periodo di tempo. Lo abbiamo coccolato ed Elena gli ha parlato e sembrava contento. Il 30 gennaio ho visto Dionisio molto addormentato e con gli occhi socchiusi. Elena ha cercato di tranquillizzarmi: Dionisio è stato uno dei primi malati ad arrivare nella Clinica, è a letto da sette anni, un giorno sembra star bene e l’altro male, però è ancora qui. A metà febbraio 2012 Dionisio è migliorato molto rispetto alla sua condizione di malato cronico, ha ricominciato a mangiare e quando sono di turno lo imbocco per aiutarlo. Mi conosce e lo faccio sorridere parlandogli con affetto e dicendogli che il cibo lo rende bello. Gli chiedo se gli piace e mi sussurra di sì. In questi giorni lo si nota con uno sguardo più vivace e attento. Gli bruciano gli occhi e gli lacrimano continuamente. Quando gli bruciano molto affonda la testa nel cuscino. Gli voglio molto bene e in lui vedo la sofferenza di Cristo. Mi chiedo spesso quante persone così Dio ci deve porre davanti affinché capiamo il perché della sofferenza.

Andrea era una ragazza di 17 anni malata di cancro che ha rapito il cuore di tutti in Clinica. Sua madre, Tomasa, mi ha raccontato che la figlia dopo aver compiuto quindici anni ha cominciato ad avere il vomito e la pancia gonfia. Quando l’ha portata da una dottoressa, questa le ha detto che era incinta e la ragazza ha risposto alla mamma che era impossibile. La madre le ha creduto: era una buona figlia, molto dedita allo studio e molto vicina a sua mamma, in tutto. Una madre conosce sua figlia. Questa mamma è una moglie giovane, di 36 anni, con un coraggio incredibile, sofferente come la Addolorata e con gli occhi rossi e gonfi, ma dolce e tenera al fianco di sua figlia che, mentre agonizzava, le teneva forte la mano. Mi diceva Tomasa: «Guarda come mi afferra la mano, sa che sono io». Io avevo cercato di prenderle l’altra, ma con me non aveva fatto nessun gesto. La madre mi raccontava che Andrea le chiedeva sempre scusa per i disturbi che le dava. Le chiedeva scusa e la ringraziava in ogni momento. Stava ricamando una stoffa e si sedeva sul balcone per guardare da lì la figlia. Doveva finire il ricamo che aveva cominciato Andrea e che le aveva chiesto di terminare perché non aveva più forza nelle mani. Questa ragazza diceva sempre a padre Aldo di sentirsi benedetta. Ha lasciato questo messaggio meraviglioso sul significato del dolore e sull’accettazione della volontà divina.

«Perché prorio a me?»
César, un ragazzo giovane senza un braccio a causa della malattia, con una gran collera per quello che gli succede, rimane zitto con lo sguardo fisso e serio, niente lo fa ridere. Gli ho suggerito di pregare, di conversare con Dio e di rivelare a Lui la sua rabbia, di chiedere una risposta a tutte le sue domande. Gli ho chiesto cosa desiderasse domandare e mi ha risposto: «Che voi siate dottoressa, perché possiate dirmi di tornare a casa». Mi ha rivelato che è da molto tempo che vive in Clinica e desidera uscire. César si ribella e non accetta questa sofferenza, non la capisce.

Peter è un altro giovane malato di cancro, molto sconsolato e depresso perché non capisce le ragioni della sua malattia. Gli ho detto che il cammino di Dio a volte è molto tortuoso, talmente difficile che spesso possiamo non capirlo, ma che questo cammino è fatto per arrivare alla luce, a Dio. Ieri Peter è tornato a casa, ma non perché è guarito. Non esiste cura per la sua malattia, non ha e non ha mai avuto denaro per fare i trattamenti. Padre Aldo ha commentato la triste situazione di Peter, descrivendolo come un ragazzo di 19 anni pieno di vita. Il ragazzo chiede sempre: «Perché proprio a me questa malattia?». Nessuno ha una risposta. Possiamo solamente offrire questo dolore con fede, perché solo il Mistero di Dio può dare una risposta.

Questa settimana Gabi, l’aiutante di Elena, mi ha raccontato che Peter è morto in ospedale.

María, una bella donna dagli occhi azzurri, passeggiava per i corridoi chiedendo delle arance che poi conservava nel cassetto del suo comodino. In cucina non volevano più dargliele perché aveva una stanza sporca e disordinata. Mi parlava in guaraní e non la capivo, ma cercavo di servire anche lei, portandole l’acqua e il pasto. Ultimamente era molto fastidiosa perché non faceva altro che lamentarsi della compagna di stanza che non voleva  nè aria condizionata nè il ventilatore. Quando è morta sono stata all’obitorio per recitare un rosario. Aveva il volto bello, bianco, con le guance paffute e i capelli biondi. Era molto affascinante e adesso chiedo che Dio la renda ancora più bella di fianco ai molti altri che sono già andati nell’aldilà e che possa continuare a mangiare le sue arance.

L’anziano Sigfrido è stato portato in Clinica dopo aver vissuto in un pollaio per molti anni, in condizioni disumane. In Clinica dovevo aiutarlo a mangiare, spesso lo imboccavamo ma lui voleva sempre toccarci le braccia e questo rendeva il tutto sempre molto difficile. Qualcuno diceva che lo faceva apposta perché era un don Giovanni. È morto avvolto in un abbraccio di amore di questa Clinica e tra lenzuola bianche morbide e pulite.

La grazia della manicure
Alcuni giorni fa sono stata con Lucy, la nostra cara amica che da tanti anni si occupa di manicure. Quando le ho proposto di venire in Clinica mi ha risposto che l’avrebbe fatto volentieri. Così un pomeriggio ha fatto mani e piedi a quattro malate: Cintia, María, Natividad e Norma. Non c’è stato tempo per accontentarne altre quel giorno. Le quattro fortunate erano sorridenti, Natividad continuava a dire di essere benedetta e Norma era sempre sorridente. Lo stesso sorriso che si trova costante in alcuni ammalati e quello, per esempio, di sorella Sonia, l’unica con abito religioso, bianco immacolato, che porta benedizioni nei letti degli afflitti e dona sorrisi a coloro a cui non rimane altro che una smorfia di dolore sulla bocca. Gioia e tristezza, smorfie di dolore e sorrisi si uniscono nei volti sofferenti dei malati della Clinica. Qui si trovano il dolore e la grazia santificante che benedice coloro che soffrono, e poi l’amore umano e misericordioso che insieme crea un’unità per vivere la realtà cristiana in queste condizioni.
Dea Frizza

17/2012

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