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Intervista – La scultura di Mattia Bosco, testimone di una parentela tra noi e tutte le cose

giugno 5, 2015 Mariapia Bruno

unnamedSarà visibile da lunedì 8 giugno al 30 agosto 2015 al Museo Diocesano di Milano la retrospettiva del giovane Mattia Bosco (Milano, 1976) intitolata Come cera per le api. L’artista, che risponde alle domande di Tempi, presenta una serie di sculture in pietra e legno e delle inedite sculture in ceramica: i materiali da lui scelti collaborano alla creazione di opere sorprendenti, che  invitano gli spettatori a riflettere sulla materia della scultura.

Come è nata la tua passione per la scultura?

Ogni scultura è un essere nato dall’unione tra un uomo e un pezzo di mondo.  Qualcosa che avrà un po’ del padre e un po’ della madre, la materia, e un qualcosa in più, che la renderà se stessa.  Ogni scultura è un punto di incontro bastardo tra noi e il mondo. Testimonia di una parentela profonda tra noi e tutte le cose. Quel seme universale che è l’immaginazione può fecondare  ogni cosa.

Perché la scelta di materiali come il legno e la ceramica? Quali le potenzialità di quest’ultima?

opera di Mattia Bosco e Haroon MirzaPer me non ci sono materiali, ci sono pezzi di mondo con più o meno talento. La materia delle cose non è mai un grado zero,  c’è sempre un grado di individuazione, una forma che si è già messa in moto, un’eredità da raccogliere e da rilanciare.  Una vocazione alla forma più o meno riconoscibile che la scultura può intensificare rendendola più sensibile.
Il legno poi è il corpo vivente di una pianta, un essere vivente, non una cosa. Scolpirlo ha davvero qualcosa di violento, come se in qualche modo stessi modificando la forma di un corpo, riconfigurandone la struttura. Al contrario la ceramica è polvere che l’acqua riaggrega, la sua natura è fluida e versatile, fino all’eccesso di poter essere qualunque cosa, lasciandoti sempre il dubbio di aver fatto qualcosa di aleatorio. In qualche modo è simile a uno specchio, quando lo guardi vedi te.

Cosa pensi, invece, del marmo?

Mattia Bosco, Linea spezzata chiusa, 2015, Acacia woodPenso che il marmo si sia sovraccaricato nel corso della storia di significati che non gli appartengono.  E’ stato associato al lusso, alla ricchezza, al potere, è stato considerato noioso. Gli artisti lo hanno contestato giustamente dicendo che non era il materiale nobile a garantire l’importanza di un opera.  Eppure ancora oggi il marmo ricompare a fine carriera a suggellare il successo di artisti  la cui poetica è quanto mai lontana dalla scultura in marmo. Questi ritorni al marmo, per quanto episodici, sono allo stesso tempo un implicito riconoscimento del suo valore e una riproposizione dello stesso modo che era stato oggetto di critica. Il marmo ancora una volta viene usato per associare l’arte al lusso, alla ricchezza e al potere, per sostenere un valore di mercato con un valore materiale.  Qualcosa di simile alla corsa alle materie prime, come a dire che in fondo tutti hanno sempre chiaro che cosa vale davvero. Quello che mi affascina del marmo, della pietra in generale, è la sua singolarità. Ogni pezzo di pietra è un pianeta, un frammento di tempo del mondo. La pietra aiuta a sognare più vero.

Quali sculture rappresentano meglio la fragile contemporaneità (volubile, dubbiosa, evanescente)?

Mattia Bosco, Untitled, 2012, marble and white clay, cm 53x47x59L’arte è sempre figlia del suo tempo e figlia di se stessa insieme. C’è qualcosa che appartiene al mondo che viviamo oggi, e qualcosa che eccede il nostro tempo. Diceva Hegel che gli uomini fanno la storia ma non sanno che storia fanno. Il senso di ciò che facciamo inizia troppo prima di noi e finirà troppo dopo di noi. Ciò che possiamo vedere è il volto visibile di ciò che non possiamo vedere. Il tempo è sempre fragile, l’istante è un punto di rottura permanente.
Si direbbe che è una legge dello spirito di trovare solo ciò che non ha cercato, diceva Merleau Ponty. Voler rappresentare la contemporaneità è un intenzione che rappresenterà sempre solo ciò che è già rappresentazione. Qualcosa che è già deciso ancora prima di verificarlo, e cioè che la contemporaneità è fragile, volubile, dubbiosa, evanescente. Come in filosofia fare una domanda presupponendo la risposta, equivale a non domandare. Che senso ha chiedere conto di qualcosa che già si suppone essere in un certo modo? Dove sta la domanda?
Il modo migliore per guardare le mie sculture è togliere la “e” tra Uomo e Natura. In questo vedo una nuova possibilità per l’uomo di oggi e di domani.

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