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In questo «santuario della misericordia» dove si muore in grazia di Dio

marzo 4, 2016 Aldo Trento

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Il mercoledì delle ceneri, mentre ero in processione con il Santissimo benedicendo e imponendo le ceneri a ogni ammalato, mi è venuta un’ispirazione: perché non chiedere all’arcivescovo di Asunción la grazia di dichiarare l’ospedale “Porta Santa”? Il giorno seguente con la lettera di richiesta sono andato da lui, che mi ha accolto. Dopo aver letto ciò che gli avevo scritto, guardandomi in faccia mi ha detto: «Padre, oggi stesso emano il decreto che dichiara “Porta Santa della Misericordia” l’ospedale». Quindi insieme abbiamo fissato il giorno e l’ora: 11 febbraio, 10.30.

Sul momento non mi sono reso conto che proprio l’11 febbraio la Chiesa celebra la festa della Madonna di Lourdes e la giornata mondiale del malato. Una sorpresa commovente da parte della Vergine di Lourdes. Un dono inaspettato. Ancora una volta la Madonna ha mostrato il suo volto di Madre dei poveri e dei sofferenti. Come già era accaduto con papa Francesco, l’arcivescovo ha riconosciuto questo luogo come “terra santa”. Erano anni che chiedevo questa grazia; anni difficili e dolorosi, ma la Vergine non solo non mi ha abbandonato – anche se spesso le ho chiesto dove fosse – ma ha anche voluto farmi e farci due doni, uno più bello dell’altro: la visita di Francesco e la proclamazione dell’ospedale come “Porta Santa della Misericordia”.

L’11 febbraio, già nelle prime ore del mattino, gli infermieri guidati da suor Sonia hanno portato i pazienti con le loro sedie a rotelle nella bellissima chiesetta dell’ospedale. Mentre il personale – una cinquantina di persone – faceva da corona negli spazi che circondano la cappella. Vedere lo sguardo di tutti è stato per me una grande allegria. Ho visto ancora una volta risplendere la misericordia di Dio che ha scelto questo “roveto ardente” per rimanere fra noi.

Qui, tutti dopo alcuni giorni dal ricovero chiedono di confessarsi. Molti non possono parlare a causa delle loro condizioni fisiche, ma lo Spirito Santo mi ha suggerito un metodo molto semplice: «Se sei pentito mostrami il pollice alzato, oppure girato all’ingiù». L’ospedale ha visto solo pollici alzati. Che bellezza e che commozione vedere persone ammalate di Aids la cui vita è stata un disastro, alzare il pollice per sentirsi dire: «Figlio mio, ti assolvo dai tuoi peccati, nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo». Un sacramento quello della confessione che da quando avevo otto anni grazie a mia madre ho ricevuto ogni otto giorni. A volte, in particolare in questa terra di missione dove i sacerdoti sono pochi, non era facile trovare un confessore, ma con la macchina andavo cercandone uno e non mi davo pace finché non lo incontravo. Adesso che da anni vivo nella capitale del paese, mi è molto più semplice trovare un confessore, e per me è la grazia più grande. Se oggi sono quello che sono, con il cuore in pace, lo devo alla confessione, dove non sono giudicato ma abbracciato. Quante volte mi sono sentito dire: «Devi lottare contro le ossessioni che oltre a fare del male a te lo fanno anche a chi ti sta vicino». Una affermazione disumana, mentre nella confessione non esiste il “devi”, ma l’abbraccio di Dio a me, così come sono.

Siamo aperti a tutte le ore
La confessione non è una sterile lista di mancanze, ma l’abbraccio fra il padre e il figlio della parabola evangelica. E questo miracolo accade pure con l’unzione degli infermi, un sacramento che agisce anche quando il paziente è in coma o moribondo. Quando nell’ospedale arriva un paziente, è il primo regalo che gli diamo, insieme alla benedizione papale: «In nome di papa Francesco ti concedo l’indulgenza plenaria nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo».

Ci sono settimane in cui ogni giorno muoiono una o più persone, e non permettiamo a nessuno di portar via il cadavere senza prima dire la Messa. L’ultimo gesto che faccio è dargli un bacio sulla fronte ormai fredda, certo che quel corpo ormai gelido è stato il tempio dello Spirito Santo e un giorno risorgerà. Le vere cure palliative sono quelle che accompagnano il paziente a morire in grazia di Dio. L’arcivescovo, il giorno dell’apertura della “Porta Santa”, nell’omelia ha definito questo ospedale «un santuario della misericordia». Non c’è persona che bussi alla porta e non sia accolta. L’unica regola è la misericordia, e la misericordia non ha orari. Tutte le 14 opere di misericordia corporali e spirituali sono il cuore della Fondazione. Su un cartoncino posto fuori dalla porta di casa mia sta scritto “Casa di accoglienza l’Abbraccio”, con il mio numero di cellulare. È la continuità dell’abbraccio che mi hanno voluto dare il servo di Dio don Luigi Giussani e papa Francesco.
paldo.trento@gmail.com


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