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In Cina la stabilità del regime conta più delle oltre 200 vittime del terremoto Foto Video

aprile 22, 2013 Leone Grotti

In Cina la stabilità del regime comunista conta più di ogni altra cosa. Anche delle vittime di un terremoto. Lo dimostra quanto avvenuto ieri in Sichuan, provincia colpita sabato mattina da un violento terremoto di magnitudo 6,6 che è già causato la morte di oltre 200 persone e il ferimento di altre 11 mila. Ma il bilancio è ancora provvisorio.

ATTIVISTI BLOCCATI. Ieri alcuni attivisti del Sichuan hanno cercato di raggiungere la città di Ya’an, vicina all’epicentro, per aiutare la popolazione colpita di un milione e mezzo di abitanti. Come racconta a Radio Free Asia l’attivista Huang Qi, la polizia li ha bloccati e costretti a tornare indietro: «Le autorità ci hanno fermato per diverse ore, avvisandoci di non aggiungere “ulteriori problemi” al disastro». Un poliziotto ha anche minacciato Huang ricordandogli il suo arresto nel 2008. «Ho provato a spiegare ai poliziotti che non avremmo creato nessun problema nelle zone colpite dal terremoto, che volevamo solo aiutare. Ma ci hanno impedito di muoverci».

LA COLPA DI HUANG. Huang è stato arrestato e condannato a tre anni di prigione nel 2009 per “possesso illegale di segreti di Stato”. La colpa di Huang è di essere entrato nelle zone colpite dal terribile terremoto del 2008 in Sichuan, che ha causato la morte di oltre 80 mila persone, 14 volte per aiutare i parenti delle vittime e per avere indagato sulle scuole, costruite non secondo le regole anti-sismiche per la corruzione dei funzionari comunisti.

MONACI BLOCCATI. Non solo gli attivisti però sono stati fermati. Sabato scorso, il giorno del terremoto, alcuni monaci tibetani hanno cercato di andare da Chengdu [capitale del Sichuan, ndr] nelle zone terremotate per aiutare i cinesi colpiti dal sisma. «Ma le autorità li hanno fermati» racconta Woeser, scrittore tibetano di Pechino. «Hanno cercato allora di raggiungere Ya’an per vie secondarie, ma sono stati bloccati di nuovo».

LA TATTICA DEL PARTITO. Come già avvenuto nel 2008, il Partito comunista cinese cerca di impedire che dalle zone colpite dal sisma si diffondano informazioni, per coprire eventuali mancanze o errori. Davanti alle vittime, ancora una volta il primo pensiero è alla «stabilità», cioè alla tenuta del regime. Xia Yeliang, accademico di Pechino, ha accusato ieri il Partito: «Ogni volta che avviene un disastro, fanno affidamento sull’esercito e la polizia, chiedendo ai cittadini di donare dei soldi. Dopo che sono avvenuti così tanti disastri, ancora non è stata istituita una squadra professionista di soccorso nelle zone terremotate. E questo è inaccettabile».

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