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Il giorno della memoria. Dopo Auschwitz non è più possibile la poesia?

gennaio 27, 2013 Mario Leone

È noto come i dittatori, Adolf Hitler, Lenin e Stalin su tutti, abbiano sempre riservato una particolare attenzione al controllo della vita culturale del loro Paese. Se da un lato appare ovvio che un uomo dalle mire egemoniche incentri il controllo sull’economia, l’esercito e la stampa, meno scontato appare invece l’interesse rivolto al mondo dell’arte e della musica. Il giorno della memoria offre per questo, tra le tante, anche l’opportunità di ricordare e raccontare le storie di musica e vita accadute proprio in quel periodo.

Appena salito al potere Hitler fece dell’organizzazione della vita musicale un punto prioritario del suo progetto politico. Il dittatore conosceva bene la valenza sociale della musica in Germania, era cresciuto  infatti nella vicinanza “spirituale” al primo teorizzatore della superiorità ariana: Richard Wagner. La musica poteva diventare una grande macchina di propaganda e un primo strumento di pulizia etnica. Così fu e in pochi anni Hitler e i suoi stretti collaboratori crearono una formidabile organizzazione musicale, finanziata con ingenti somme di denaro e controllata in ogni minimo particolare al fine di reprimere eventuali tendenze o iniziative non in linea con il regime. Il dittatore si serviva di dipartimenti che controllavano tutti, dagli insegnanti agli esecutori, finanche i rivenditori e costruttori di strumenti musicali. Per la diffusione della musica si utilizzarono trasmissioni radiofoniche che avrebbero dovuto far conoscere il grande repertorio tedesco e annullare ogni traccia della musica definita “corrotta”, quella cioè scritta da tutti quei compositori che potevano avere una pur lontana origine ebraica. Famosi furono gli esili di compositori quali Arnold Schonberg, Mario Castelnuovo–Tedesco ma anche di tutti quei strumentisti ebrei che popolavano il territorio tedesco e no. Anche la musica jazz e i suoi interpreti non ebbero vita facile nella Germania hitleriana. Il Führer era molto turbato dall’idea che le origini di quel tipo di musica richiamassero la lotta per la libertà.

La vita musicale e il controllo di questa forma d’arte non cessarono nemmeno all’interno dei campi di concentramento dove, in un primo momento, chiunque fosse sorpreso a costruire uno strumento musicale o a suonare era condannato all’impiccagione. Con il passare del tempo, però, i capi delle SS si resero conto che la musica poteva divenire un ottimo strumento propagandistico. Così fu per Terezin, ghetto-lager costruito dai nazisti a scopo propagandistico per mostrarlo alla Croce Rossa e ai media degli stati neutrali, e dove furono rinchiusi prima di essere inviati ad Auschwitz numerosissimi intellettuali, letterati, artisti, musicisti. All’interno di questo triste luogo di morte fiorirono opere musicali straordinarie, come quella per bambini chiamata “Brundibar”, di Hans Krása, che fu eseguita innumerevoli volte a Terezin. Nel 1944 la performance fu filmata e registrata a scopo propagandistico dai nazisti che mandarono sia il compositore, sia i piccoli protagonisti nelle camere a gas di Auschwitz. Nei campi di concentramento la vita musicale “istituzionale” e quella clandestina furono intense, basti pensare che alcune ricerche come quella di Francesco Lotoro, abbiano portato alla luce circa quattromila tra opere musicali e registrazioni dell’epoca.

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Dunque il fenomeno artistico, la musica, la poesia non si placarono nemmeno di fronte ad una delle più grandi tragedie che la Storia dell’umanità ricordi. Perché allora il filosofo Theodor Adorno affermava che “Dopo Auschwitz non è più possibile la poesia”? Lo abbiamo chiesto a tre personaggi che dell’arte hanno fatto la propria ragione di vita: il pianista Maurizio Baglini, il pianista Nazzareno Carusi e il poeta Davide Rondoni. Ecco le loro risposte.

Baglini – La poesia è una forma d’arte purissima di cui non si è mai sufficientemente sazi. Sicuramente l’esigenza di beneficiarne sussiste in ogni uomo durante e dopo una tragedia così disgustosa come l’olocausto. Dopo Auschwitz abbiamo assistito anche nella musica d’arte a fenomeni di primaria importanza: l’artista, inteso come colui il quale sappia diffondere l’arte, non si deve certo fermare a causa di atrocità simili. La funzione morale dell’arte (intesa come ethos), è solo l’ultimo stadio di un procedimento creativo basato su parametri quali il logos, il pathos e la tèchne che mi fanno essere certo che la poesia esisterà sempre.

Carusi – Adorno sbaglia, perché le sue parole sono rassegnate a un orrore panico. In ginocchio e a bassa voce io dico, invece, che perfino l’Olocausto s’è rivelato impotente dinnanzi alla Bellezza. Sembrò fuggita via dal mondo e dimentica di ogni misericordia, è vero. Eppure, in quell’oscurità, molti continuarono a cercarla anche dentro le baracche e dietro il filo spinato di quei campi. Musicisti che suonavano, pittori che dipingevano, cantanti che cantavano contro ogni logica apparente e in attesa di una morte il cui miracolo sta lì a costringerci, per sempre, a fare i conti con l’aspirazione insopprimibile al cielo stellato sopra di noi. Un seme che germoglia in qualsiasi zolla cada. Che non ha la forza debole dell’uomo solo, ma quella luminosa e eterna, divina, dell’umanità.

Rondoni – Quella frase non l’ha detta un artista. Non a caso. Un artista non la direbbe. Perché l’arte può accadere ovunque. Anche nel posto più simile all’inferno, che spesso è proprio il cuore nostro. E l’esperienza -oltre che la ricerca fatta proprio sulla vita nei campi di concentramento- dimostra come l’arte non stia fuori da nessun luogo umano. Né sia fermata da nulla. Perché fa parte dell’uomo. Non ne è un complemento, o peggio un optional. Chi pensa all’arte così non capisce cosa sia l’uomo non solo l’arte. Non a caso se dobbiamo cercare il modo per “dire” l’orrore o le forme supreme della sofferenza spesso si ricorre proprio all’arte. Come accade in modo supremo e sorprendente nel tema del crocefisso che domina nella nostra vastissima e varia tradizione, fino ai giorni nostri, che ha indicato non solo il racconto del fatto della morte di Cristo, ma ha raccolto il dolore e le pietà di tutti. E dunque non solo dopo s’è fatta e si farà, dentro e dopo tutte le Auschwitz che abbiamo intorno e in noi stessi, ma se c’è un senso nell’arte è proprio nel permanere come traccia umana, come segno del nostro destino e sospiro in mezzo al mutare e ai precipizi della storia e delle vicende. Come traccia della nostra povera, fragile ma dura irriducibilità al puro dato storico, fortunato o tremendo che sia. Non è dopo Auschwitz che l’arte conosce la propria crisi, ma là dove si nega il destino come problema, come mistero, come scandalo o come lievissima scoperta per via di segni, di visioni…L’Auschwitz prodotta e diffusa da tanta cultura oggi dominante è peggio di quell’orrore. E infatti per i corpi soddisfatti e nelle menti lucidatine di quest’epoca l’arte è di fatto inessenziale ben più che per i corpi magri e nelle menti smarrite di quei poveri cristi.

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Perfino l’Olocausto s’è rivelato impotente dinnanzi alla Bellezza, diceva Carusi nella sua risposta. La storia di Padre Kolbe è una splendida documentazione di come quella Bellezza entrata nella sua vita lo rese più forte dei suoi carnefici. Giunto ad Auschwitz nel maggio del 1941, vi morì nell’agosto dello stesso anno prendendo il posto di Francesco Gajowniczek che diceva di avere una famiglia che lo aspettava. Si ritrovò così tra i condannati alla morte per fame. Nel giro di poche settimane tutti morirono di stenti tranne quattro di loro, tra cui padre Kolbe, che continuavano a pregare e cantare inni mariani. Sorpresi da quello che accadeva e dalla serenità del Padre, i generali delle SS decisero di giustiziarli. Mentre padre Kolbe porgeva il braccio per l’iniezione letale, guardando negli occhi il suo aguzzino disse: «…l’odio non serve a niente… Solo l’amore crea!».

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