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I cinque minuti di silenzio della 12ª classe di Storkow. «Il nostro sangue non è comunista»

febbraio 21, 2017 Angelo Bonaguro

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Storkow, un borgo sperduto nel nord-est di quella che nel 1956 era ancora Germania Est. Il 1956 fu un anno ricco di avvenimenti in Europa orientale: a febbraio il nuovo segretario del Partito comunista sovietico Chruščev aveva avviato la destalinizzazione, e anche i leader tedesco-orientali si erano adeguati alla nuova linea. Tuttavia, pochi mesi dopo, il «disgelo» cominciò a subire battute d’arresto: prima lo sciopero di protesta a Poznań in Polonia e poi, tra ottobre e novembre, la drammatica rivolta d’Ungheria repressa nel sangue dalle truppe sovietiche. L’ondata di sdegno e protesta per i «luttuosissimi eventi» d’Ungheria – come li definì la Santa Sede – giunse anche nelle due Germanie. A Berlino ovest il sindaco invitò la popolazione a una manifestazione cui parteciparono 100.000 persone, e per poco non si arrivò allo scontro fra i manifestanti e la polizia della zona orientale. Anche qui ci fu una manifestazione ufficiale, organizzata però per ringraziare l’Armata Rossa che – come disse da noi un alto rappresentante del Pci – era intervenuta «per difendere il potere popolare».

Anche a Storkow la vicenda ungherese ebbe i suoi strascichi, benché in maniera del tutto inaspettata. Quell’anno all’istituto Kurt-Steffelbauer la 12ª classe si preparava alla maturità. Il 29 ottobre, durante l’intervallo, uno studente disse che la RIAS, la radio americana di Berlino ovest, aveva invitato gli ascoltatori ad osservare un minuto di silenzio in onore degli insorti di Budapest. «Facciamolo anche noi», suggerì un altro. Alle 10 iniziò la lezione di storia tenuta da Werner Mogel, professore nonché segretario di partito, il quale doveva interrogare sul tema «la Germania nel 1918» e invece ottenne solo 5 interminabili minuti di silenzio: tutta la classe taceva fissando l’orologio appeso alla parete. «Non potevamo certo scendere in piazza…» ricorda oggi uno degli studenti, che replicarono l’episodio quando si diffuse la notizia – rivelatasi poi infondata – che Ferenc Puskás, beniamino della nazionale di calcio ungherese, era morto combattendo contro i sovietici.

Trascorsero un paio di settimane tranquille, gli studenti erano impegnati a prepararsi per la maturità e il loro gesto di protesta pareva ormai dimenticato. Poi improvvisamente cominciarono ad essere chiamati uno ad uno dal preside che voleva sapere chi avesse lanciato l’idea, ma nessuno fece la spia. Purtroppo per i giovani, della vicenda si interessò anche il Ministero per la sicurezza di Stato (Stasi), e il loro caso arrivò all’apparato centrale del partito, a Berlino. Fu il ministro dell’istruzione popolare in persona, l’irascibile Fritz Lange, a recarsi il 13 dicembre a Storkow, determinato a trovare almeno un capro espiatorio, e minacciò che se non usciva il/un colpevole nessuno studente sarebbe stato ammesso alla maturità: «Non è uno scherzo da ragazzi – tuonò furibondo – sono tutti grandi abbastanza, è stato un gesto politico a cui bisogna rispondere» – e si disse pronto persino a «dare un pugno sul muso» a chi osava difendere «il putsch controrivoluzionario». Ma li aveva sottovalutati, e nessuno tradì.

Il Partito, ancora scottato dai moti del giugno 1953, temeva che una scintilla sprigionata tra i giovani potesse sfociare in rivolta popolare. Il 23 dicembre, a due giorni dal provvedimento che sciolse la 12ª classe impedendo ai suoi componenti di terminare la carriera scolastica, gli studenti decisero di darsi appuntamento a un incontro di calcio. Lì, confusi tra il pubblico, presero la decisione che avrebbe condizionato il resto della loro vita: fuggire in Germania occidentale, come aveva appena fatto il loro compagno Dietrich Garstka. Solo 4 ragazze decisero di restare in Germania Est e si iscrissero in altre scuole.

All’epoca, dopo la regolamentazione delle frontiere fra le due Germanie, l’unica a rimanere relativamente aperta era quella interna che divideva Berlino nei settori occidentale e orientale. Da qui passava il 60% dei profughi che nella parte occidentale erano convogliati nel centro di prima accoglienza di Marienfelde, istituito nel 1953. A Marienfelde ricevevano cibo, eventuale assistenza medica, il permesso di soggiorno, il sostegno economico e un alloggio temporaneo prima di essere trasferiti per via aerea in altri punti di raccolta del paese. Nel solo 1956 furono circa 280.000 i profughi tedesco-orientali che trovarono accoglienza in Germania ovest – un meccanismo impressionante. Da parte loro, anno dopo anno le autorità tedesco-orientali cercarono di complicare le procedure per uscire dal paese, punendo anche col carcere la «fuga illegale», fino al giro di vite dell’estate 1961 con la costruzione del Muro.

Anche i nostri studenti passarono da Berlino, rimasero alcuni giorni a Marienfelde prima di essere imbarcati l’8 gennaio 1957 per Francoforte. «Se arduo è l’inizio, che il coraggio ci assista: il nostro sangue non è comunista!» aveva scritto una delle loro madri in una lettera di ringraziamento al ministro degli esteri tedesco-occidentale von Brentano.
La Stasi, al solito ipersospettosa e convinta che dietro a tutto ci fosse lo zampino di Adenauer, fece pressioni sulle famiglie e progettò anche di «riprendere gli studenti con metodi appropriati». Uno di loro ricorda che a Marienfelde, durante la notte, si legava con un piede alla maniglia della porta, conoscendo i «metodi appropriati»… Alla fine le autorità comuniste liquidarono la questione con ideologica sufficienza: in fondo non era una gran perdita la partenza di studenti «quasi esclusivamente piccolo-borghesi, elementi ostili allo sviluppo del nostro Stato degli operai e dei contadini».
Accolti al convitto diocesano di Bensheim, in Assia, nel marzo 1957 i 15 ragazzi e una ragazza diedero l’esame di maturità, ricevendo le congratulazioni del ministro von Brentano.

«Oggi un silenzio come il nostro non servirebbe, ma in una dittatura è diverso», ha dichiarato l’anziano Garstka alla stampa, aggiungendo che se agirono in quel modo fu perché la loro generazione non era ancora ideologizzata: parole come «libertà», «giustizia», «verità», avevano un valore evidente a tutti. «Mio padre, professore di matematica, un giorno ricevette la visita di due funzionari del Partito. Essi lodarono il suo modo di insegnare, ma gli rimproverarono di non “attualizzare” la materia: “Lei avrebbe dovuto spiegare che, se Stalin non fosse anche un grande matematico, la costruzione del socialismo non sarebbe stata possibile”».
Garstka è anche autore del libro La classe in silenzio, che ripercorre proprio quei cinque minuti di dignità che sconvolsero la vita di 20 studenti brandeburghesi e che saranno soggetto di un prossimo film di Lars Kraume.

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