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Ho qualcosa da dire al cardinale Kasper

ottobre 24, 2015 Aldo Trento

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

In questi giorni mi chiedevo: ma io cosa posso apportare di utile al Sinodo? Avevo letto un’intervista del Corriere al cardinal Kasper rimanendo sorpreso dall’affermazione: «Omosessuali si nasce». Certamente un povero prete missionario in Paraguay non può rispondere a un grande teologo, cardinale di Santa Romana Chiesa. Però, partendo dalla mia esperienza pastorale, ho qualcosa da dire: da molti anni vivo il mio sacerdozio accogliendo i poveri, abbandonati da tutti, ma non da Dio. Alcuni giorni fa è morto l’ennesimo giovane malato di Aids: da mesi stava con noi, si alternavano al suo capezzale il papà e la mamma che domandava all’infermiera quando sarebbe morto, perché si vergognava di lui. Il giorno della sua morte il compagno di stanza piangeva mentre la madre tirava un sospiro di sollievo; i genitori ci chiesero di non ritirare il cadavere, lasciandolo solo nella cella mortuaria per essere poi seppellito nelle prime ore del mattino. Una cosa incomprensibile per me: i genitori hanno vergogna del proprio figlio perché ammalato di Aids?

«Padre, a quattordici anni sono scappato di casa perché non sapevo più come fare per impedire che il concubino di mia madre continuasse ad abusare di me. Non sapevo dove trovare un rifugio, che fare e a chi chiedere aiuto. E così decisi di fare della stazione delle corriere la mia casa, finché un giorno sono stato avvicinato da due transessuali che mi hanno offerto di vivere con loro. Da quel momento la mia vita ha assunto un altro volto. Finché anch’io sono diventato uno di loro. Dopo anni di prostituzione ho cominciato a stare male. Ho fatto le analisi del sangue e la risposta è stata: Aids! E voi mi avete accolto nella vostra clinica con tanto amore, senza domandarmi di togliermi nulla di ciò che mi faceva sembrare una donna. Io non sono nato con questa tendenza, lo sono diventato per gli abusi sofferti da ragazzo e per l’accoglienza di due transessuali che mi hanno portato a casa loro». Ognuno di questi figli che ho accompagnato a morire ha una storia particolare con uno stesso denominatore comune: la mancanza della famiglia, gli abusi sessuali sofferti da piccoli e l’incontro con chi da tempo seguiva questo cammino. Certamente ho incontrato anche chi mi diceva «fin da piccolo sono vittima di questa tendenza che non riesco a togliermi di dosso». Ma il problema non è la tendenza sessuale, perché se anche avessimo una tendenza differente non sarebbe certamente questa a rispondere al nostro desiderio di felicità, alla nostra sete di amore. Non ho mai incontrato una coppia di omosessuali che mi abbia detto di essere felice. Il cuore dell’uomo ha bisogno di ben altro per pacificarsi. Per cui il problema fondamentale, tanto per gli omosessuali come per i transessuali e gli eterosessuali, consiste nel prendere sul serio le esigenze di cui è fatto il nostro cuore, a cui solo Dio può rispondere.

Salvati dalla confusione
Il problema principale quindi non è a livello pastorale ma ontologico, cioè della coscienza che io ho di me stesso. Sono o non sono relazione con l’infinito? Lo sguardo non è più sulla diversità, ma sull’unità dell’io che solo l’incontro con Gesù ci dona. E la vera pastorale consiste nello sfidare l’io, una sfida che è per tutti, che provoca la libertà a riconoscere che ognuno di noi prima di ogni tendenza sessuale è relazione con il mistero. È impensabile una pastorale vera se in noi non vibra la certezza del «io sono tu che mi fai». Ricordo quando alcuni anni fa sono stato invitato a dare una testimonianza presso la Banca Mondiale a Washington sulla fondazione. Giunto lì, mi dicono che la responsabile mi ha tolto l’invito ufficiale perché ha letto sul bollettino parrocchiale un mio scritto in cui non apparivo aperto alle diversità sessuali. Un esempio chiaro di discriminazione, ma anche di come si guarda ideologicamente alle persone per cui la normalità è trasformata in anormalità e viceversa. Vivendo in un mondo pieno di perversità è urgente ripartire come i primi cristiani dall’annuncio di Cristo, per poter salvare l’io togliendolo dalla confusione in cui vive. Solo una Chiesa che non si vergogna di Cristo può ridare all’uomo di oggi una speranza. «Padre, ne ho fatte di tutti i colori ma il mio cuore era triste. Ringrazio Dio per la malattia perché grazie al vostro amore ho incontrato me stesso»: anche la pastorale se non arriva alla radice dell’io rischia la inutilità.


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7 Commenti

  1. Fabio scrive:

    il Concilio di Nicea, Canone 8, DH 127: “E’ necessario però,
    prima di tutto, che essi [i catari] promettano per iscritto di rimanere in
    comunione con chi si è sposato due volte e con chi è venuto meno durante la
    persecuzione…”

    “Recentemente è stato affermato che il Primo Concilio di Nicea (325) abbia
    decretato l’ammissione dei divorziati risposati alla Comunione. Tale
    affermazione costituisce un’errata lettura del Concilio e travisa le
    controversie sul matrimonio del II e del III secolo. Diverse sette rigoriste ed
    eretiche del II secolo hanno addirittura proibito il matrimonio a priori,
    contraddicendo l’insegnamento di Cristo (e quello di S. Paolo). Altre, nei
    secoli II e III, in particolare i catari (novazianisti), hanno invece proibito
    un “secondo matrimonio” dopo la morte del coniuge. Il Canone 8 di Nicea
    risponde precisamente all’errore dei catari riguardo al “secondo matrimonio”,
    comunemente inteso come dopo la morte di un coniuge.
    S. Epifanio di Salamina (m. 403), scrivendo contro i novazianisti, afferma che
    solo per il clero non è possibile un nuovo matrimonio dopo la morte del
    coniuge, mentre al contrario per i laici lo è.
    Ciò è confermato dall’interpretazione bizantina di un canone del IV secolo sul
    “secondo matrimonio” e la ricezione della Comunione. Il canone è stato
    applicato specificamente a giovani vedovi e vedove i quali, indotti da “l’
    impellenza dello spirito della carne”, si risposano dopo la morte di un
    coniuge. I vedovi sono biasimati per questo “secondo matrimonio”, tuttavia
    viene loro concesso di ricevere la Comunione se hanno compiuto un periodo di
    preghiera e di penitenza.”

    ( Da : Recenti proposte per la Pastorale dei divorziati risposati:
    Una valutazione teologica
    John Corbett, O.P.,* Andrew Hofer, O.P.,* Paul J. Keller, O.P., † Dominic
    Langevin, O.P.,*Dominic Legge, O.P.,* Kurt Martens,‡ Thomas Petri, O.P.,* &
    Thomas Joseph White, O.P,* In Nova et Vetera edizione inglese agosto
    2014)

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  2. Daniele scrive:

    Mamma mia quanta insopportabile ignoranza, quanti luoghi comuni, quante concezioni erronee e obsolete.
    Signori preti, fate quello che sapete fare (cioè quasi niente). Le ipotesi sulla psicogenesi dell’omosessualità lasciatele alla scienza.

    • Fabio scrive:

      Grazie Daniele ! naturalmente ti rivolgevi al card Kasper che di balle se inventa una dopo l’altra ……

      Comunque mi spiace anche per la tua cara scienza ma finora non ha saputo dire proprio niente sulle cause dell’omosessualita’….e forse al.momento ne sanno di piu’ i preti…

      • Daniele scrive:

        Mi rivolgevo a entrambi: sulle cause dell’omosessualità la scienza sa poco, ma i preti non sanno nulla, quindi dovrebbero tacere.
        Sbaglia Kasper ad affermare apoditticamente che omosessuali si nasce (quando questa è solo una delle ipotesi possibili), ma sbaglia l’autore dell’articolo quando adombra infondati legami fra omosessualità e abusi sessuali subìti da bambini (un vecchio luogo comune che ogni tanto qualche ignorante rispolvera).
        Inoltre, trovo particolarmente irritante l’indebita generalizzazione implicita nell’affermazione di non aver mai conosciuto una coppia gay felice. Io di omosessuali felici ne ho conosciuti parecchi (incluso il sottoscritto). Mi domando quante e quali coppie omosessuali abbia conosciuto un prete che fa il missionario in Paraguay, come è stato costituito il suo “campione”. Mi domando quali poteri suprannaturali abbia per poter valutare il grado di “felicità” delle persone.
        Certo, che lui non abbia mai conosciuto una coppia omosessuale felice è plausibile: le coppie omosessuali che sentono il bisogno di rivolgersi a un prete tanto felici non devono essere. Posso capire che fra i frequentatori di preti non si trovino molti gay felici. Cambi ambiente e gli assicuro che ne troverà. Insomma, il suo “campione” di omosessuali mi pare viziato da criteri di autoselezione piuttosto parziali.

        • beppe tapparelli scrive:

          Vede, Daniele, il sacerdote, quando sostiene che non ha mai conosciuto gay felici, parla (ovviamente, potremmo aggiungere) in una prospettiva cristiano-cattolica. In questa prospettiva non si è mai pienamente felici se non INCONTRANDO CRISTO (altrimenti che cristiani si è??). Alcuni lo incontrano già nella vita presente e la loro felicità è piena,come dimostrano tanti santi (e non parlo solo di quelli ufficialmente canonizzati), altri lo cercano sinceramente, a volte con gioia a volte con dolore, ma lo CERCANO e, soprattutto, sanno che lo troveranno alla fine del loro temporaneo percorso terreno. Lei, caro Daniele, per sua fortuna così FELICE, da quanto traspare dal suo ragionamento di cercare Cristo, (o almeno farsi scrupolo delle parole di Lui ) non mi pare molto interessato…..Da parte mia le auguro una lunga felicità, però credo che lei per primo sia conscio che il tipo di felicita che lei vive sia alquanto TEMPORANEA….. Chissa che alla fine non siano ben più lungimiranti quelli TEMPORANEAMENTE INFELICI……Provi almeno a rifletterci….che le SCIENTIFICHE CERTEZZE in questi frangenti valgono poco!! Cordialità.

    • jb Mirabile-caruso scrive:

      Daniele: “Le ipotesi sulla psicogenesi dell’omosessualità lasciatele alla scienza”………………

      Ben volentieri le lascio alla Scienza, tanto non cambierebbe niente sul mio ipotetico essere omosessuale. Quello che davvero conterebbe sarebbe esclusivamente stabilire, una volta per tutte, se i conti tornassero nell’esercizio della mia sessualità con una persona del mio stesso sesso. E per stabilire questo non avrei bisogno né della Scienza né della Chiesa: basterebbe, infatti, semplicemente appellarmi alla mia Ragione, la quale, senza per nulla arrovellarsi, mi direbbe che, per il sol fatto che la mia sessualità con un altro uomo non avesse accesso alla procreazione, questo solo fatto attesterebbe una incontestabile anomalia.

      Anomalia di cui la mia Ragione mi imporrebbe di prendere atto! E di trarne le logiche conclusioni. Questa è una problematica semplice e lineare, troppo semplice, infatti, per imbastirci sopra una qualsivoglia SERIA discussione. Da ipotetico omosessuale avrei solo da prendere coraggiosamente atto dell’anomalia della mia relazione affettiva con un altro uomo e farmene una ragione. Punto. La discussione si chiude da sola!

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