tempi.blog di Venerdì 03 Settembre 2010 

 

PAROLA DI SCOLA (ANGELO, NON ETTORE)

Postato il 01 Set 2010 da Simone

"Molti di voi avranno visto Matrix, il celebre film dei due fratelli polacchi Wachowski. Il cinema è la lingua franca della nostra società. È un mezzo formidabile per indagare la verità sul mondo. Spalanca la nostra esperienza in modo assai spesso più efficace di tanti discorsi e di tanti libri".

 (Dall'intervento pronunciato al Meeting il 25 agosto scorso)

Un "no" cattolico all'uninominale

Postato il 31 Ago 2010 da Rodolfo Casadei

La lista dei firmatari dell'Appello per l'Uninominale, al quale il Corriere della Sera ha fatto grande pubblicità, presenta una caratteristica molto interessante: sono presenti nomi di parlamentari ed esponenti dei due principali schieramenti politici (Pdl e Pd nelle loro varie sfumature), ma fra essi virtualmente nessun cattolico (stiracchiando molto il significato dell'aggettivo l'unico presente sembra essere Ignazio Marino). Radicali a bizzeffe, finiani anche, postcomunisti approdati al Pd pure, ma nessun cattolico né del Pd, né del Pdl, né dell'Udc. Ci sono ragioni tattiche e di piccolo cabotaggio politico che spiegano questo fenomeno, ma mi piace pensare che siano entrate in gioco anche valutazioni più profonde. L'uninominale, con sottintese primarie, viene proposto come il solo sistema elettorale che può strappare il controllo su candidati ed eletti alle segreterie e ai leader carismatici dei partiti per trasferirlo ai cittadini comuni. Molti dei firmatari sono in cuor loro convinti che servirebbe soprattutto a togliere a Silvio Berlusconi il grande potere discrezionale con cui ha selezionato la classe dirigente del suo partito con criteri personalistici. Ora, se vogliamo dire le cose come stanno, il potere assoluto sulle candidature che Berlusconi ha fino ad oggi esercitato ha giovato solo in parte ai suoi interessi personali (dopo sedici anni di parlamento imbottito di avvocati, vi sembra che il Cavaliere sia riuscito a corazzarsi contro gli attacchi giudiziari?) mentre è stato molto efficace nell'evitare riforme e nuove leggi che avrebbero compromesso i valori della vita e della famiglia così come sono vissuti nella cultura cristiana. Allo scopo di attirarsi la benevolenza della Chiesa, Berlusconi ha messo il veto a ogni ipotesi di leggi su coppie di fatto, divorzio veloce, unioni civili omosessuali, eutanasia, fecondazione eterologa, ecc. e ha selezionato parlamentari disposti a non rompere la disciplina su questo punto. Cosa succederà quando le candidature del Pdl saranno decise primarie alle quali si iscriveranno in massa attivisti del Partito Radicale o dell'Arcigay? Più in generale, il clima culturale secolarista e radical-borghese che anche in Italia ha cominciato a prevalere finirebbe per riflettersi nelle candidature al parlamento.

Si dirà: la democrazia è democrazia, è comunque giusto che a decidere i candidati sia il popolo. Ma a parte che non vedo la ragione per cui chi è animato da preoccupazioni che non sono puramente confessionali -bensì riguardano la solidità dell'edificio sociale in cui tutti, credenti e non credenti, abitiamo- dovrebbe comportarsi in modo politicamente autolesionista, non è così certo che l'uninominale produca candidature e quindi un parlamento più rappresentativi. Negli Stati Uniti gli esponenti del Partito democratico, già rassegnati a patire una significativa batosta alle elezioni di novembre al Congresso, hanno ripreso a sperare dopo che molte primarie del Partito repubblicano hanno espresso candidature provenienti dal mondo dei cosiddetti “tea party”. Il fatto di dover affrontare concorrenti della destra radicale, e non esponenti del mainstream repubblicano, potrebbe rendere la vita più facile ai candidati democratici. Le primarie, insomma, non sempre selezionano il candidato più rappresentativo, tanto meno il miglior candidato possibile: minoranze organizzate e fortemente motivate possono accaparrarsi le candidature. E allora possono succedere due cose: o il candidato espressione di una lobby viene battuto perché la maggioranza dei simpatizzanti del suo partito non si riconoscono nel suo radicalismo (potrebbe succedere negli Usa a novembre), oppure vince ma poi rappresenta interessi diversi da quelli della maggior parte dei suoi elettori. In Italia, paese che non ha mai conosciuto l'uninominale puro, potrebbero succedere entrambe le cose.

Ma che diavolo c'entra Naomi Campbell con le stragi africane?

Postato il 12 Ago 2010 da Rodolfo Casadei

Perché in un processo internazionale per crimini contro l'umanità che vede sul banco degli imputati un “signore della guerra” africano viene chiamata a testimoniare la più famosa delle top model? Perché, a fronte di una guerra nella quale sono state uccise 75 mila persone e migliaia hanno avuto un avambraccio o l'intero braccio mozzati, per giorni il potenziale delitto che ha dominato le prime pagine dei giornali è stata la ricettazione da parte di Naomi Campbell di uno o più diamanti rubati dall'ex presidente liberiano Charles Taylor? Ma perché anche i magistrati della Corte penale internazionale, così come quelli di casa nostra, giocano a fare le star. E dopo due anni e mezzo di grigie sedute dedicate alle atrocità contro anonimi poveracci africani nell'indifferenza quasi completa dei media, hanno visto sorgere l'occasione irripetibile del loro quarto d'ora di celebrità e di senso di onnipotenza: processare un sanguinario e cleptocrate dittatore africano spogliato dei suoi poteri è una commedia di una noia mortale, costringere a una patetica autodifesa sotto i riflettori delle tivù di tutto il mondo una delle donne più belle, famose e ricche del pianeta è un'esperienza inebriante. Specie se siete donna e non siete esattamente bella come una dea. Se ci avete fatto caso, appartengono al gentil sesso tutte e tre le persone che hanno tratto il maggiore piacere dalla gogna mediatica della top model: il pubblico ministero che l'ha interrogata, la presidente della Corte e Mia Farrow, l'attrice che con la sua testimonianza ha smentito e messo in pessima luce Naomi Campbell.

Alla fine c'è stato anche qualche povero di spirito, come la signorina Elise Keppler di Human Rights Watch, che ha avuto la faccia tosta di affermare che questo circo mediatico va a vantaggio della causa dei diritti umani, perché attirando l'attenzione delle masse sul processo a un dittatore stragista contribuisce a dissolvere l'alone di impunità attorno ai delitti che in esso vengono giudicati. Divertente questa idea che i Charles Taylor dell'Africa si trattengano dal compiere i loro crimini avendo preso coscienza che un giorno tutto il mondo saprà, nel corso di un processo, che hanno donato pietre preziose a una supermodella e immaginerà che ci siano andati a letto.

 

Non scherziamo: Naomi Campbell è stata portata sul banco degli imputati per tutt'altre ragioni che la promozione dei diritti umani. Per gratificare l'ego di giudici e Pm in debito di autostima, certamente. Per permettere a donne intelligenti ma bruttine di vendicarsi di una donna bellissima, antipatica e reputata poco o nulla intelligente, anche. Poi per le esigenze legate al senso di superiorità morale dell'intelligentsia liberal bianca incarnata da Mia Farrow. «Guardate che abbiamo votato un presidente nero, ma non abbiamo nessun complesso di colpa che ci trattenga dal puntare il dito contro un afroamericano, se quello si comporta da pezzente immorale», è il messaggio sottinteso della testimonianza della ex moglie di Frank Sinatra ed ex convivente di Woody Allen. Infine perché è comodo per tutti, e soprattutto per pacifisti, terzomondisti e no-global vari, continuare a pensare che le guerre in cui gli africani sono massacrati a migliaia esplodono perché esistono i diamanti e i ricconi che li comprano e li vendono. Che in Botswana si siano scavati e venduti milioni di carati di diamanti dal 1966 ad oggi senza il benchè minimo accenno di violenza, non bisogna farlo sapere. Così come va taciuto che Charles Taylor è stato armato e addestrato da Gheddafi, che 8 mila caschi blu dell'Onu hanno fallito miseramente la pacificazione della Sierra Leone alla fine degli anni Novanta e che invece 1.300 parà britannici hanno fatto definitivamente piazza pulita dei signori della guerra.

Non crediate che nel mio giudizio mi faccia influenzare dalle apparenze graziose di Naomi Campbell. La quale è certamente iraconda, venale e bugiarda. Ma accettando i diamanti di cui Taylor l'ha omaggiata (e che lei nega di avere ricevuto) ha compiuto, inconsapevolmente, un'opera buona: ha evitato che fossero spesi per armare e pagare un maggior numero di guerriglieri, che avrebbero assassinato e mutilato più gente di quanto hanno effettivamente fatto. Ha consentito che fossero risparmiate vite umane. Il contrario di Afrodite e della mela d'oro di Zeus.

Non chiedete a me per vacanze avventurose

Postato il 24 Lug 2010 da Rodolfo Casadei

 

Chiedere consigli di viaggio all'inviato speciale per una vacanza avventurosa è come chiedere a un trappista la lista dei santuari più folkloristici e dei monasteri con la regola più esigente ai fini di una scorreria estiva. Vi rivolgerà uno sguardo contratto, trattenendo a fatica lo sdegno per il vostro atteggiamento da dissacratori insolenti. Non vi prenderà a male parole solo per non venir meno ai suoi ideali più profondi. Che ruotano attorno alla considerazione che il viaggio e il suo senso non culminano nel brivido all-inclusive. Ma nella loro permanente apertura all’evento, all’imprevisto, all’incontro, cioè a tutto ciò che ricorda che a rendere umana la vita dell’uomo è la categoria dell’avvenimento.

Per questa ragione chi formula la richiesta di cui sopra si merita al massimo, come risposta, una lista di comportamenti rischiosi: quel che dovete fare, in giro per il mondo, se volete mettere seriamente a repentaglio la vostra incolumità. Visto che ci tenete tanto. Ma sia ben chiaro che seguendo le indicazioni non darete prova del vostro coraggio, ma della vostra temerarietà. In quanto, come spiega Aristotele, il coraggio non consiste nel non aver paura, ma nell’averne in giusta misura. Il pusillanime ne ha troppa, il temerario ne ha troppo poca; in mezzo sta la virtù del coraggioso che soppesa il rischio e agisce con prudenza –ma agisce, non si tira indietro. A volte il saggio coraggioso scivola nella temerarietà non perché, come voi, pretende di indossare i panni di Indiana Jones fra luglio e agosto. Ma per semplice difetto di sapere: per ignoranza. Anche una camminata all’imbrunire per le vie della tranquilla ma infida Bruxelles può trasformarsi in un comportamento temerario: se le bambine arabe sedute sui gradini degli ingressi ridono al vostro passaggio e vi salutano come se foste Livingstone, dovete prendere atto che state attraversando una “no-go area” dalle parti della Gare du Midi e che vi conviene affrettare il passo prima che la casbah si richiuda su di voi. Ecco dunque una prima, fondamentale indicazione: se cercate l’avventura rompicollo, muovetevi sempre senza prendere informazioni e senza parlare con nessuno; per non essere indotti nella tentazione di comunicare con la gente del posto evitate di esercitare quel po’ di inglese o di spagnolo che avete studiato, lasciateli arrugginire fino a farli diventare inservibili; muovetevi sempre come se foste in Galleria Vittorio Emanuele a Milano. Prima o poi la vostra ignoranza coltivata con cura vi spingerà verso il pericolo a cui agognate.

Secondo punto: lasciate perdere le liste di paesi dove potreste essere rapiti o investiti da un uragano. Le rintracciate facilmente sul sito internet della Farnesina, ma non crediate di avere trovato quello che cercavate: i rischi ivi annunciati sono appositamente ingigantiti per permettere ai funzionari del ministero di declinare ogni responsabilità nella remota ipotesi che vi capiti veramente quello che loro hanno scritto sulla pagina web. Non fidatevi troppo delle loro indicazioni. Il vero segreto di tutta la faccenda è un altro: il rischio non è quasi mai il “dove”, è il “come”. E il come funzionale al vostro scopo è duplice: stare molto per strada, fermarsi nei momenti e nei modi sbagliati. Se viaggiate in Africa, procuratevi un autista poco sveglio e preferibilmente miope. Le autostrade nigeriane, per esempio, sono in discrete condizioni ma totalmente carenti di segnaletica dei lavori stradali: il cambio temporaneo di carreggiata è segnalato da frasche sistemate per terra. Se il vostro autista si distrae un attimo e non scorge la frasca che lo invita a rientrare, vi ritroverete a viaggiare contromano in autostrada anche per decine di chilometri, perché il guard-rail ha poche interruzioni. Con la successione di dossi tropicali che nascondono alla vostra vista i veicoli che vi arrivano contro, le scariche di adrenalina sono garantite. Se poi vi imbattete in un posto di blocco della polizia o dell’esercito, sempre contromano, è una vera apoteosi: tutto, in quei momenti, diventa possibile, dal semplice rimbrotto condito da imprecazioni in lingue locali, all’arresto con soggiorno in un’autentica cella africana.

In generale i posti di blocco di polizia o esercito rappresentano una delle situazioni che vi può dare più soddisfazioni. “Quando ti fermano, ridi sempre, ridi sempre! Se vedono che non hai paura si rilassano”, è la raccomandazione che mi ha ripetuto cento volte il mio maestro di reportage nel Terzo Mondo padre Piero Gheddo, preoccupato della mia incolumità. Voi provate a fare il contrario: mostratevi nervosi, oppure fate la faccia dura alla Indiana Jones. Ma molto meglio ancora è trasportare in auto residuati bellici e proiettili inesplosi, avere addosso copie di documenti della guerriglia locale, parlare con l’autista o coi passeggeri una lingua che il poliziotto o il soldato non comprende (lo vedrete subito insospettirsi).

Il massimo del brivido, ovviamente, è non fermarsi alla barriera o fermarsi con una frenata disperata all’ultimo momento. Le probabilità di beccarsi una sventagliata di kalashnikov sono alte. In Africa a volte il punto di arresto è segnalato in modo aleatorio: in Ruanda mettevano una corda o un nastro di traverso agli alberi sui due cigli della strada, come al traguardo di una corsa campestre. All’imbrunire e con un autista ipovedente la frenata tardiva è garantita: scorgerete negli occhi dei soldati col mitra puntato alla vostra altezza il bagliore assassino che cercavate.

Anche in America latina il come e il quando degli spostamenti sono decisivi. A San Paolo può succedervi di essere accolti dalla perpetua del parroco vostro amico con una frase del tipo: “Benvenuto in Brasile! Le auguro di non essere aggredito durante il soggiorno”. Ma non illudetevi troppo: a meno che non usciate per strada con accessori di lusso che attirano l’attenzione, tipo collane, orologi di prestigio, borse di marca, non è così sicuro che vi facciano la festa. Un consiglio: andate in discoteca e tornate in hotel dopo l’una di notte. Anche se siete in auto, a qualche semaforo dovrete fermarvi. È praticamente certo che nel giro di una settimana sarete rapinati una o più volte mentre aspettate il verde. In Perù e in tutto il Sudamerica andino gli spostamenti automobilistici su lunghe tratte sono una vera odissea. Frane a ripetizione, bande chiodate stese dai rapinatori, tir lanciati all’impazzata che vi sorpassano in discesa. Restando più sul leggero, potete vivere le stesse sensazioni che Neil Armstrong sperimentò in occasione del primo allunaggio umano. Partite da una località sul livello del mare, tipo Lima, e in quattro ore salite fino al passo del Ticlio, 4.860 metri di altitudine (sì, come la vetta del Monte Bianco). Scendete dal vostro veicolo: se durante l’ascesa non avete bevuto un tè di foglie di coca vomiterete e cadrete a terra; se invece l’avete bevuto cadrete a terra ugualmente, ma senza vomitare; perderete l’equilibrio e vi rialzerete più volte, camminerete come gli astronauti sulla luna, sentirete il cervello dentro alla testa gonfiarsi come una spugna imbevuta. Giuro.

Molti altri consigli della stessa risma potrei ancora darvi. Ma mi fermo qui perché temo che mi addebitereste eventuali delusioni. In fondo tutte le azioni incaute che ho raccontato le ho compiute anch’io in prima persona, epperò sono ancora tutto intero.



La Lega Nord getta la maschera

Postato il 08 Lug 2010 da Rodolfo Casadei

Roberto Formigoni protesta per i tagli di bilancio che il governo, su proposta del ministro Tremonti, intende imporre alla regione che lui governa da 15 anni senza tenere in nessun conto l'amministrazione virtuosa dell'ultimo decennio, anzi punendo di fatto il suo buongoverno, e la Lega Nord, anzichè difendere il governatore lombardo, lo accusa di sperperi per i soldi spesi negli stand della Lombardia all'annuale Meeting di Rimini. A questo punto non si può non concludere che la Lega Nord ha gettato la maschera: il partito di Umberto Bossi non tollera che altri realizzi i suoi ideali di difesa e promozione delle regioni settentrionali del paese; preferisci boicottare un buon governatore del Nord che ha ragioni da vendere anzichè sostenerlo, se costui non è un militante della Lega. E questo perché la Lega continua a pensarsi come un Partito-Stato ispirato da un'ideologia nazionalista (quella della Padania indipendente). Berlusconi ha recuperato la Lega al gioco istituzionale, ma pare di capire che questo miracolo politico durerà tanto quanto la fortuna politica di Berlusconi. La Lega si prepara a nuovi scenari. Urge un'aggiornata analisi politico-strategica di ciò che la Lega è e di ciò che si propone.

La Lega Nord è un partito sicuro di sé, convinto che il vento della storia soffia nella direzione che coincide con i suoi obiettivi strategici. Che si riassumono nel raggiungimento di una forma di autonomia estrema per le regioni del Nord, al limite dell'indipendenza totale. In questo contesto e in questa visione, gli alleati politici della Lega sono visti allo stesso tempo come concorrenti. Nella misura in cui il Pdl nelle regioni del Nord e i suoi uomini più in vista (è il caso di Formigoni) perseguono davvero una politica federalista, la Lega li vede come alleati ma anche come concorrenti. La Lega vuole per sè il monopolio della riforma federale e dell'emancipazione politica del Nord, vuole per sé il merito storico del raggiungimento di questi obiettivi. Gli alleati che si mostrano efficienti nel perseguimento degli obiettivi politici federalisti/autonomisti sono malvisti più degli avversari del federalismo. Perché sottraggono alla Lega la sua ragion d'essere, mentre gli avversari sono dialetticamente indispensabili al successo della Lega.

La tattica della Lega, pertanto, sembra essere questa: la vera grande battaglia decisiva per ottenere il federalismo pieno, fiscale e delle competenze, si farà sotto la regia della Lega quando tutte le regioni del Nord avranno un presidente leghista. Nel frattempo ci si limita alla retorica per portare a casa i voti, e si appoggia la manovra economica di Tremonti, palesemente antifederalista e antiNord. Essa indebolisce Formigoni, l'ultimo vero ostacolo all'egemonia leghista in Padania. In nome di questo si possono sopportare difficoltà per Cota e Zaia (fra l'altro si dice in giro che Cota potrebbe mollare il Piemonte in caso di nuove elezioni dopo un'eventuale sentenza sfavorevole del Tar circa l'illegittimità delle ultime regionali, e potrei scommettere che a quel punto la Lega non chiederebbe più un candidato leghista per la presidenza del Piemonte).

Nel lungo periodo, dunque, la Lega immagina di assorbire quasi tutto l'elettorato e una parte della classe politica del Pdl nei suoi ranghi, e si prepara a praticare una politica che le permetta di neutralizzare politicamente i partiti di sinistra nel Nord, attraverso un gioco di cooptazioni, concessioni, politiche dei due forni (in alcuni Comuni e province si alleerà coi resti del Pdl, in altre col Partito Democratico), ecc. La Lega mira a diventare qualcosa di più di un partito: vuole essere un super-partito dentro al quale vivranno i vecchi partiti, leggermente modificati. Una specie di OLP padana: come l'organizzazione di Yasser Arafat ha riunito nel suo seno tutti i partiti politici palestinesi favorevoli alla lotta contro Israele, così la Lega si proporrà in futuro come la casa di tutti i partiti del Nord, di sinistra e di destra, purchè favorevoli a un federalismo spinto. Ma il dominus della situazione resterà sempre Bossi, così come Arafat era il capo incontrastato dell'Olp.

La Fifa vuole trasformare il calcio in una religione (falsa)

Postato il 28 Giu 2010 da Rodolfo Casadei

No, non mi sono lasciato contagiare dalla passione calcistica fine a se stessa. Se dedico ora un secondo post a vicende legate al Mondiale di calcio, e forse altre ne aggiungerò nei prossimi giorni, è per un motivo che va al di là degli specifici contenuti agonistici della rassegna. Il Mondiale di calcio è un evento mediatico planetario, e come tale riflette i dati culturali dell'epoca contemporanea. Per questo merita di essere oggetto di riflessioni e di giudizi.

Molti sono rimasti sorpresi dall'ultimo editto della Fifa, la Federazione internazionale del calcio. Messa di fronte all'evidenza degli errori arbitrali commessi durante le partite Inghilterra-Germania e Argentina-Messico, amplificati dai maxi-schermi presenti negli stadi che ritrasmettono le immagini delle azioni più importanti pochi secondi dopo che hanno avuto luogo, l'ente con sede a Zurigo ha assunto un provvedimento che ha lasciato molti di sale: ha proibito agli addetti alle riprese la trasmissione sui grandi schermi delle azioni controverse. Ovvio che molti si siano indignati: messa di fronte al problema di clamorosi errori arbitrali, l'unica misura che la Fifa riesce ad assumere è quella di nasconderli! Dichiarando con arroganza in conferenza stampa: «Il tema dell'introduzione di nuove tecnologie (per chiarire i dubbi su azioni di gioco controverse – ndr) è di competenza esclusiva dell'International Football Associations Board, che il maggio scorso si è dichiarato contrario». Tutti si chiedono come, in un'epoca in cui la tecnologia è invocata e utilizzata ovunque per la soluzione di mille problemi e dubbi, sia possibile che un'istituzione mondiale rifiuti il progresso con motivazioni speciose, quali la necessità di non spezzettare il gioco. Qualcuno ha parlato di “regolamento medievale”, facendo torto al Medio Evo, che può avere avuto idee ingenue circa il sapere, ma ha sempre mostrato passione per la verità.

La spiegazione, a mio parere, è un'altra. La Fifa è impegnata a trasformare il calcio nella nuova religione universale, ed è convinta di incarnare la casta sacerdotale depositaria del nuovo culto. La battaglia contro la presenza di simboli religiosi sul campo da gioco, approdata alla ridicola decisione di vietare le scritte che si richiamano a verità di fede sui capi di abbigliamento dei calciatori, fosse pure la canottiera sotto la maglia della squadra, rientra perfettamente in questa logica. Nel momento in cui Kakà si toglie la maglia del Brasile e sotto appare la scritta “I belong to Jesus”, gli sciamani della Fifa percepiscono un sacrilegio nel tempio del dio-football di cui loro sono i custodi. Per adesso non sono arrivati a proibire i segni di croce dei giocatori che entrano ed escono dal campo, le prosternazioni e le mani prima rivolte verso l'alto e poi passate sul volto tipiche delle preghiere musulmane. Hanno cominciato la persecuzione antireligiosa dalle espressioni scritte. Cioè le religioni non-calcistiche devono apparire come semplici grovigli di oscuri segni irrazionali e di gesti superstiziosi appartenenti al mondo che precede la parola scritta, quest'ultima simbolo di espressione intellettuale razionale e compiuta. La Fifa riserva a sè la parola scritta: è la nuova Chiesa della nuova religione monoteista del Libro.

Caratteristico della religione è l'affermazione del principio gerarchico: c'è sempre un'autorità sacra che è depositaria della verità e della sua interpretazione. Quando la dottrina dell'autorità religiosa è messa in dubbio, tutto il culto va in crisi. Proibendo i maxischermi, la Fifa ripropone questo caratteristico aspetto delle religioni. Nel calcio, quando ci si trova nel campo da gioco l'autorità gerarchica inappellabile è rappresentata dall'arbitro. È lui l'unico soggetto autorizzato a pronunciare giudizi. Se sopra la sua testa si colloca un maxi-schermo che smentisce la giustezza dei suoi giudizi, che permette anche all'ultimo dei profani di decidere da sé come sono andate le cose, è evidente che va a catafascio il principio di autorità. E il calcio perde un attributo di cui non può privarsi se vuole continuare a proporsi come nuova religione delle masse mondiali.

Sepp Blatter, che è molto furbo, probabilmente nei prossimi giorni proporrà qualche aggiustamento in materia di ausili tecnologici di cui dotare gli arbitri, per evitare apostasie e scismi che metterebbero in difficoltà la Fifa. Cederà qualcosa per mantenere intatto il principio d'autorità religioso applicato al calcio. Perché non succeda che troppi si sveglino e si rendano conto che siamo davanti a una falsa religione, a un culto idolatrico.



APPARTENGO, DUNQUE SONO: TOY STORY 3

Postato il 26 Giu 2010 da Simone

Un altro capolavoro della scuola Pixar

 

 

L'Italia fuori dal Mondiale e la colpa è tutta di Lippi

Postato il 25 Giu 2010 da Rodolfo Casadei

«Nei momenti drammatici della storia sbagliano più frequentemente gli individui aggressivi, autoritari, megalomani, che non ammettono i propri errori, che agiscono in uno stato di esaltazione e che perdono il senso della realtà». La frase conclusiva della rubrica di Francesco Alberoni sul Corriere della Sera del 21 giugno, dedicata alle personalità autoritarie, si attaglia perfettamente a Marcello Lippi, il responsabile numero uno della precoce e rovinosa eliminazione della nazionale di calcio italiana ai mondiali del Sudafrica. Da ieri ad amici e conoscenti vado ripetendo: “Io l'avevo detto”. Non per vantarmi e mettermi in mostra dicendo che avevo ragione, ma per rinverdire le mie credenziali di antilippiano. Divenuto tale quando due anni fa il Ct di Viareggio ha ripreso in mano la squadra e nel giro di pochi mesi ha fatto capire quanto il trionfo del 2006 avesse trasformato la sua sicurezza di sé in arroganza, la sua capacità di guida in autoritarismo. Il fallimento del Lippi Due era prevedibile con la precisione di una legge fisica come quella sulla forza di gravità o sull'immersione dei corpi solidi nei liquidi. A partire dalle ragioni del successo di quattro anni fa.

Lippi ci ha consegnato il trionfo di Berlino a un prezzo: ha stravolto l'identità calcistica italiana. Ha relegato a ruoli marginali i grandi solisti (un goal di Totti su rigore, uno di Del Piero nei supplementari di Germania-Italia a risultato acquisito), che sono sempre stati il nostro punto di forza, e ha puntato tutto sull'organizzazione e sulla disciplina tattica. Copertura maniacale degli spazi, ripartenze, ossessiva precisione degli schemi sulle palle inattive (da cui sono venuti 5 dei 12 goal segnati) sono stati gli ingredienti della vittoria. Quattro anni dopo Lippi ha pensato di poter ripetere pedissequamente l'esperienza senza tener conto di alcuni piccoli dettagli: che quasi tutte le squadre oggi applicano lo stesso modulo dell'Italia del 2006, e che a parità di modulo e in assenza di campioni a fare la differenza sono la forma fisica e la freschezza atletica: l'Italia imbolsita dei Cannavaro era destinata a perdere con gli inesperti ma entusiasti slovacchi, che si sono applicati come meglio non avrebbero potuto. Lippi, divenuto megalomane, ha pensato che il suo modulo avesse un tale potere magico da poter prescindere completamente dallo stato di forma dei giocatori e che il suo carisma personale avrebbe fatto il miracolo, con una specie di resurrezione dei morti. Per questa ragione ha tenuto fuori dalla porta i giocatori dotati di spiccate qualità individuali, irresistibili ma anche imprevedibili: Cassano, Balotelli e Miccoli. Per i megalomani autoritari l'imprevisto non deve esistere né in positivo, né in negativo: ogni risultato deve essere il prodotto di un progetto dettagliato che è tutto scritto nelle loro teste e che gli altri devono semplicemente eseguire.

Se l'Italia avesse avuto grandi giocatori a disposizione e una condizione atletica invidiabile, Lippi poteva aver ragione a tenere a casa i purosangue bizzosi. Ma dal momento che la sua nazionale appariva in debito di qualità e di fiato, aver rinunciato ad essi per pura coerenza e volontà di dominio assoluto sulla squadra è una colpa imperdonabile. L'Italia si trovava in una condizione nella quale solo un imprevisto poteva venirle in aiuto, ma l'egocentrismo di Lippi ha operato in modo tale da rendere impossibile questa eventualità: altro peccato capitale.

Infine, Lippi è colpevole del calcio omologato che stiamo vedendo al mondiale: dalla Slovacchia alla Corea del Nord, dalla Svizzera al Giappone, tutti giocano come l'Italia di Duisburg e di Berlino. Per fortuna le grandi nazionali come Brasile e Argentina restano fondamentalmente fedeli allo loro identità calcistica storica, che ben traduce il loro spirito nazionale. Noi abbiamo prima vinto grazie all'anonimato e ora straperso ancora a causa di quell'anonimato. Cesare Prandelli, pensaci tu: ridacci un volto.

Finazzer Flory e Cattelan prenderanno per il c... i milanesi per una settimana

Postato il 21 Giu 2010 da Rodolfo Casadei

Dunque è deciso: Massimiliano Finazzer Flory e Maurizio Cattelan prenderanno per il c... i milanesi, ma soltanto per una settimana. È questo il compromesso raggiunto fra il sindaco di Milano Letizia Moratti e Raffaele Jerusalmi, l’amministratore delegato della Borsa. Infatti il “dito medio” dello scultore patavino verrà innalzato, come tutti sanno, proprio in Piazza Affari. Nel corso della Settimana della moda a settembre, apprendiamo. Informato della cosa, Finazzer Flory ha puntualizzato la sua posizione con uno di quei commenti che saranno tramandati ai posteri: «A me non interessa Maurizio Cattelan», ha dichiarato alla stampa, «ma l’arte contemporanea e la sua capacità di volgere in dubbi le nostre convinzioni e di stare dalla parte delle inquietudini e delle contraddizioni del nostro tempo». Molto interessante. Il compito dell'arte, dice l'assessore alla cultura milanese, è quello di trasformare le convinzioni in dubbi. Immagino che parli anche di sé. Già me lo vedo Finazzer Flory mentre contempla il “dito medio” di Cattelan e dopo una mezz'ora buona comincia a chiedersi: «Ma io sono un attore o un cane di attore? Sono un letterato o un imbrattacarte? Sono un intellettuale o una mistificazione di quel che si deve intendere per intellettuale?». Prolungando la fruizione di opere di arte contemporanea, magari visitando l'esposizione che presto Cattelan avrà al Palazzo Reale, l'assessore potrebbe approdare a maggiori dubbi esistenziali: «Mio padre mi ha sempre amato. Ma sarà davvero lui il mio vero padre? Mia moglie è la miglior moglie del mondo. Ma mi sarà sempre stata fedele? E se mi avesse tradito e io non ho mai scoperto nulla?». Che fate, alzate il sopracciglio? Trovate la cosa poco divertente? Eh, no! Se compito dell'arte è trasformare le convinzioni in dubbi, occorre accettare le conseguenze della premessa.

Siccome però la definizione finazzeriana dell'arte contemporanea può risultare claustrofobica a molti, per aiutarli a riveder le stelle propongo a loro e a tutti la definizione che dell'arte cistercense dà Georges Duby. Siamo lontani otto secoli dalla contemporaneità, ma permettemi una volta tanto uno sguardo al passato, nella speranza che trasmetta ancora qualcosa di sé al presente: «La festa è appello alle forze benefiche. Anche l'arte lo è», scrive nel suo San Benedetto e l'arte cistercense. «Il che spiega come il bello sia stato pecepito dagli uomini del secolo XII come il chiaro, il luminoso, il brillante. L'opera d'arte sorge dal buio. Lo rinnega. Essa è uno zampillante incontro alla luce, cioè alla più sensibile manifestazione del divino. Per suo mezzo si opera il congiungimento fra la terra e il cielo, come fra l'estetica e l'etica. Perché il bello si riallaccia al buono, al vero, al puro».

Chi ha ucciso mons. Luigi Padovese

Postato il 15 Giu 2010 da Rodolfo Casadei

Era inevitabile che per l'omicidio di mons. Luigi Padovese alla fine qualcuno evocasse lo “Stato profondo”, l'intreccio di uomini delle istituzioni ed esponenti della criminalità che esercita il potere di fatto in Turchia. Troppo in vista la vittima e troppo delicato il momento in cui è avvenuto il delitto per accontentarsi della spiegazione che riduce tutto a un dramma della follia; troppo intenso l'effetto “dejà vu”: da Mehmet Ali Agca ai giorni nostri, l'improvvisa apparizione di un turco invasato che alza una mano assassina contro un pastore cattolico è diventata un fatto talmente ciclico che si può facilmente perdonare chi si rifiuti di considerarlo casuale. Ma che cosa esattamente si intenda quando si evoca lo Stato profondo (Derin Devlet in lingua turca) non è facile da spiegare. Il governo di Recep Tayyip Erdogan e i procuratori della Corte d'assise per il terrorismo e il crimine organizzato di Istanbul, sono convinti di avergli dato un volto con l'inchiesta che va sotto il nome di Ergenekon. Inchiesta che negli ultimi tre anni ha portato all'arresto di 86 persone accusate di una lunga lista di delitti fra i quali spiccano il tentato colpo di Stato e la complicità negli assassini di esponenti delle minoranze cristiane: il sacerdote di Trabzon don Andrea Santoro, il giornalista armeno Hrant Dink, i tre cristiani evengelici di Malatya. Fra essi militari, uomini delle forze di sicurezza, avvocati, docenti universitari, politici ultranazionalisti. Obiettivo della trama: indebolire prima e abbattere poi il governo islamista dell'Akp, il Partito della giustizia e dello sviluppo di Erdogan.

Ergenekon finora ha visto affastellarsi accuse clamorose ma non provate, arresti a raffica seguiti da immediato rilascio, illazioni e dietrologie della stampa, l'unico elemento davvero concreto essendo i ritrovamenti di depositi clandestini di armi. Che però sembrano coincidere coi depositi Stay Behind della Nato. L'inchiesta, insomma, si è dimostrata più utile alle fortune politiche di Erdogan che alla scoperta della verità su complotti e delitti eccellenti. Per una ragione di fondo: lo Stato profondo in Turchia è molto più che un'associazione eversiva. Per comprenderne le strategie criminali, bisogna prima afferrare le sue motivazioni “nobili”. Una definizione più istituzionale e politologicamente corretta dello Stato profondo è quella di un potere non democratico esercitato dall'establishment militare e dalla magistratura (fino al livello della Corte costituzionale) in vista della conservazione dell'eredità ideale kemalista. Kemal Ataturk ha creato la Turchia moderna: laica e nazionalista, orgogliosa della sua “turchità”, ossessionata dalla necessità di un'unità nazionale senza fessure come unico baluardo di fronte ai pericoli di disgregazione alimentati da complotti esterni. Militari e giudici si considerano investiti della missione di perpetuare questa Turchia, la cui lista di nemici interni è presto fatta. Essa comprende le forze politiche della sinistra marxista e anarchica, i partiti e i movimenti islamisti, le minoranze etniche (a cominciare dai curdi politicamente militanti) e quelle religiose (a cominciare dai greco ortodossi). Quando questi rivali oggettivi del nazionalismo turco kemalista non possono essere contenuti per via politica, li si batte per via giudiziaria (vedi i ripetuti scioglimenti di partiti islamisti da parte della Corte costituzionale) o per via militare (vedi i ripetuti colpi di stato militari). Ma ci sono anche situazioni, come quella che si è creata con l'ascesa al potere dei cosiddetti islamisti moderati di Erdogan, nelle quali il golpe non è praticabile e la via giudiziaria non funziona come previsto (l'Akp è da poco sfuggito all'ennesima sentenza della Corte costituzionale che l'avrebbe messo fuori legge). Allora diventa necessario ricorrere al gioco sporco, alla strategia della tensione, ai complotti criminali. Gli omicidi eccellenti di don Andrea Santoro, di Hrant Dink, dei protestanti di Malatya e ora di mons. Padovese rispondono doppiamente alla logica dello Stato profondo: colpiscono esponenti delle minoranze religiose, da sempre considerate potenziali quinte colonne di potenze straniere interessate a distruggere l'unità della Turchia; indeboliscono la posizione del governo Erdogan, che persegue una politica di cauta apertura alle richieste dei cristiani sia per adeguarsi agli standard richiesti dall'Unione Europea per approvare la candidatura di Ankara, sia per tradurre in realtà la sua visione neo-ottomana della Turchia, destinata a tornare una grande potenza musulmana che protegge le minoranze religiose interne che accettano la natura politico-religiosa del governo centrale.

Nel caso di mons. Padovese possiamo formulare l'ipotesi che un fattore decisivo del delitto sia stata la visita di Benedetto XVI a Cipro, stato al centro di una controversia internazionale fra Grecia e Turchia, la quale occupa militarmente un terzo del suo territorio. La valenza ecumenica del viaggio -il primo di questo Papa in un paese a maggioranza ortodossa- si scontra frontalmente con la visione del mondo propria dello Stato profondo: il riavvicinamento fra i greco ortodossi e la universale Chiesa cattolica romana è considerato un pericolo mortale per la Turchia, perché permetterebbe ai seguaci del patriarca di Costantinopoli, ridotti a piccola comunità di 3.500 persone ma considerati pericolosi agenti al servizio della Grecia, di rialzare la testa. Per una parte importante dell'establishment turco la Grecia resterà sempre il paese che nel 1919-22 invase l'Anatolia e la Tracia per impossessarsi dei territori ottomani che ad essa concedeva il trattato di Sevres. Le minoranze cristiane in Turchia continuano a pagare il prezzo di questa ossessione.


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