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Body&Soul. Dopo aver ascoltato (e visto) Michel Petrucciani, la musica non è più la stessa

luglio 5, 2012 Mario Leone

Body&Soul è un film-documentario di Michael Radford (lo stesso regista de Il postino) dedicato alla figura di Michel Petrucciani, celebre pianista jazz morto nel gennaio del 1999. Da poche settimane è possibile acquistare il DVD (Edizioni Feltrinelli) del film con un interessante libretto allegato presso i migliori rivenditori di video – musica. 
La storia di Petrucciani è sconvolgente. Ripropongo un mio vecchio “ritratto” sulla sua figura e consiglio a tutti di vedere il film. Dopo aver ascoltato Petrucciani la musica non è più la stessa. 

Che cosa avranno provato quella mattina del 28 dicembre 1962 i due giovani genitori di Michel Petrucciani ascoltando le parole di un medico francese che annunciava loro la malattia del proprio neonato? Osteogenesi imperfetta ovvero “sindrome delle ossa di cristallo”. Chi avrebbe scommesso qualcosa su questo corpo deforme? Quasi nessuno. A contatto col padre, un famoso chitarrista jazz, Michel capisce senza ombra di dubbio, all’età di quattro anni, quale sarà la sua strada: il pianoforte. 1966, Duke Ellington è in Europa per tenere concerti insieme con Ella Fitzgerald e trova il tempo anche per alcune apparizioni televisive: in Italia i due eseguono I’m Just A Lucky So-and-So nel programma “Aria Condizionata”, presentati da Vittorio Gassman. Il piccolo Petrucciani indicando lo schermo esclama: “Io suonerò quello strumento!”. I genitori decidono allora di regalargli un pianoforte giocattolo che Michel, dopo due giorni, distrugge con un martello. «Adesso posso avere un piano vero?». Eccolo, un “verticale” un po’ logoro ma che suona bene. Michel non arriva alla pedaliera e non vi arriverà mai. Tommy Petrucciani allora s’inventa una pedaliera di rinvio che permette al “piccolo” pianista di avere i pedali molto più in alto del normale.

Dopo il padre e il “Duca”, nel 1981 il terzo incontro decisivo, quello con il sassofonista Charles Lloyd, grande fiuto in materia di pianisti: quindici anni prima ha scoperto e ingaggiato un giovanissimo Keith Jarrett. Petrucciani entra nel gruppo di Lloyd, la carriera americana non poteva iniziare meglio di così: tour in tutto il mondo, e la fama di Michel cresce in maniera esponenziale. In pochissimo tempo, Michel lavora parallelamente con alcuni dei jazzisti più rinomati del panorama musicale. Batteristi del calibro di Al Foster e Jack DeJohnette; bassisti come Dave Holland, Gary Peacock, Eddie Gomez, Stanley Clarke e Cecil McBee; e ancora tra i chitarristi Jim Hall, John Abercrombie, John Scofield; i saxofonisti Lee Konitz, Warne Marsh, Joe Lovano, Joe Henderson, Wayne Shorter, David Sanborn e Gerry Mulligan, senza dimenticare il leggendario trombettista Dizzy Gillespie.

Dopo tre anni di collaborazione, Petrucciani decide di abbandonare il gruppo di Lloyd per dedicarsi a progetti personali come compositore. Questa idea si concretizza nel 1987 con l’album “Michel Plays Petrucciani”.

Per la prima volta un musicista francese registra per la prestigiosa etichetta Blue Note, con la quale pubblicherà sei album sino al 1994. Il mondo del jazz scopre il suo immenso talento anche nella composizione. Michel spazia fra atmosfere estremamente diversificate, conciliando la sua proverbiale irruenza d’improvvisatore con la capacità di evocare il meglio dai suoi collaboratori, in un dialogo continuo e senza pause.

Guardando Petrucciani al pianoforte, il primo senso a essere colpito è la vista: novanta centimetri d’altezza, ventitré chili di peso, occhioni neri, intelligenza acuta e cuore di enorme sensibilità. S’immagina che non possa mai arrivare alle estremità della tastiera, ma non è così: Petrucciani ha mani formidabili ed una tale forza nelle braccia! Esegue i “soli” su tempi impossibili e comincia a salire, a salire di tonalità. Ad un certo punto la tastiera sembra diventare sempre più lunga, irraggiungibile, lontanissima. Lui allora si regge con la mano sinistra allo strumento, il pubblico si sente gelare temendo il peggio mentre Michel si diverte da morire. Flusso musicale superbamente governato, tocco unico e indimenticabile, insieme potente e rilassato, Petrucciani raggiunge quel tipo di perfezione melodica che molti pianisti tutt’oggi gli invidiano. Possiede un’ incredibile incisività sotto il profilo ritmico, tanto da “contaminare” la sua musica di un’energica percussività timbrica, tratto peculiare del suo fraseggio pianistico.

La sua musica è un inno alla vita, così come la scelta di avere un figlio, pur sapendo che avrà la sua stessa malattia. Michel è così, si fida della realtà e la realtà non lo tradisce. Commuove vederlo in un documentario mentre tiene sulle ginocchia il figlioletto che dà pugni sulla tastiera del pianoforte. Su quei cluster Petrucciani improvvisa una melodia e il risultato è sbalorditivo.

Nel 1997 inizia l’ennesimo tour mondiale suonando nei più importanti festival di musica jazz, accompagnato dagli amici, vecchi e nuovi, di una vita in musica. A settembre dello stesso anno accetta l’invito al Congresso Eucaristico di Bologna e lì suona alla presenza di Giovanni Paolo II. Nessuno dei presenti e di coloro che lo seguono in tv potranno dimenticare quell’uomo che dopo aver suonato Little piece in C for U chiude il coperchio del pianoforte, afferra con decisione i suoi bastoni e corre, corre verso il Papa, spinto dagli applausi del pubblico e degli orchestrali in visibilio. Solo la scalinata divide i due, il Papa scuote la mano, allarga le braccia, con una malcelata commozione. Petrucciani gli sta davanti, ritto in piedi, con la mano sul cuore e con il grande desiderio di inchinarsi, impossibile per lui.

Il 6 gennaio 1999 Michel muore a New York per complicazioni polmonari. Mi piace immaginare il suo arrivo in Paradiso. Accolto da Sant’Ermanno lo storpio, lui si siede al piano, suona un’ improvvisazione sfrenata, chiude il coperchio e corre verso Dio che lo aspetta a braccia aperte. Michel si avvicina, mette una mano sul cuore e si inginocchia con facilità dicendo, come dopo ogni suo recital: “Mercì, mercì”.

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