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Auguri alle mamme. Il loro è un lavoraccio, «ma perché è immane, non perché è limitato». Firmato G. K. Chesterton

maggio 10, 2015 Gilbert Keith Chesterton

«Com’è possibile che essere la stessa cosa per tutti sia sinonimo di spazio aperto ed essere tutto per uno sia invece ristrettezza?». Nel giorno dedicato alla mamma, festeggiamo le donne con Chesterton (uno che non temeva accuse di “sessismo”)

gino-severini-maternitaQuest’anno si celebra oggi, domenica 10 maggio, la Festa della mamma. Pubblichiamo per l’occasione un brano di Gilbert Keith Chesterton tratto da “L’emancipazione della vita domestica”, saggio contenuto in Ciò che non va nel mondo, edito in Italia da Lindau.

(…) In realtà è proprio perché la donna cambia sempre che ci fidiamo di lei. Correggere ogni avventura o stravaganza con l’antidoto del buon senso non significa (come i moderni paiono credere) essere nella posizione di una spia o di una schiava. Vuol dire, piuttosto, trovarsi nella posizione di Aristotele, o (come minimo) di Herbert Spencer: essere una morale universale, un completo sistema di pensiero. Lo schiavo si vanta; il perfetto moralista rimprovera.

In altre parole, la donna è un trimmer nel vero e onorevole senso di questo termine, che per una ragione o per l’altra è sempre usato in un senso diametralmente opposto al suo. Infatti, a quanto pare, si ritiene che trimmer si riferisca a una persona codarda che si schiera sempre dalla parte del più forte. In realtà, indica una persona profondamente cavalleresca, che si schiera costantemente dalla parte dei più deboli, come uno che mantiene in equilibrio (trims) una barca sedendosi dal lato in cui vi sono poche persone. La donna è una bilanciatrice: il suo è un lavoro generoso, pericoloso e romantico.

Ma c’è un fatto, sufficientemente chiaro, che taglia la testa al toro. Se si ammette che l’umanità abbia per lo meno agito in modo non innaturale dividendosi in due metà, che incarnano in particolare le categorie del talento specializzato e della salute generale (le quali, in effetti, sono difficili da combinare in una sola mente), è facile capire perché la linea di demarcazione coincida con il sesso o perché la donna sia diventata il simbolo dell’universale, mentre il maschio è l’emblema di ciò che è speciale e superiore. Due importantissimi fatti naturali hanno voluto così: in primo luogo, la donna che svolgeva frequentemente e letteralmente la propria funzione non poteva distinguersi in avventure e sperimentazioni di cose nuove. In secondo luogo, tale funzione naturale la circondava di figli piccoli, ai quali bisogna insegnare tutto.

I neonati non hanno bisogno di imparare un mestiere, ma di essere introdotti nel mondo. Per farla breve: la donna sta solitamente chiusa in casa in compagnia di un essere umano proprio nell’età in cui questi fa tutte le domande possibili e persino alcune impossibili. Sarebbe strano che ella possedesse anche la limitatezza di uno specialista. Comunque, se qualcuno dice che il compito di dare risposte a un bambino (pur liberato dalle regole e dagli orari moderni, e svolto spontaneamente da una persona protetta) è di per sé troppo impegnativo e opprimente, capisco il punto di vista. Posso solo rispondere che la nostra razza ha pensato che valesse la pena di caricare quel fardello sulle spalle delle donne per garantire che nel mondo vi fosse buonsenso.

Tuttavia, quando la gente comincia a dire che si tratta di un compito basso e squallido, rinuncio a rispondere, perché non riesco a capire che cosa intenda, nemmeno sforzando al massimo la mia immaginazione. Per esempio, quando la vita domestica è definita un «lavoraccio», la mia difficoltà nasce dall’interpretazione di tale termine. Se con lavoraccio si intende semplicemente un lavoro spaventosamente faticoso, ammetto che la donna, in casa, fatica come un uomo può faticare presso la cattedrale di Amiens o dietro un cannone a Trafalgar. Se però significa che il lavoro, già faticoso, è reso ancor più pesante dal suo essere futile, incolore e di scarso significato per l’anima, allora lascio perdere: non capisco il senso di tali parole.

Essere la regina Elisabetta all’interno di un determinato spazio e avere l’ultima parola su spese, banchetti, lavori e vacanze; essere Whiteley entro un determinato spazio e fornire giocattoli, stivali, coperte, dolci e libri; essere Aristotele entro un determinato spazio e insegnare la morale, le buone maniere, la teologia e l’igiene… Posso capire che tutto ciò risulti spossante per la mente, ma non riesco a immaginare come potrebbe renderla più limitata. Com’è possibile che insegnare ai bambini altrui la regola del tre sia un lavoro dalle ampie prospettive e parlare al proprio bambino dell’universo sia un lavoro limitato? Com’è possibile che essere la stessa cosa per tutti sia sinonimo di spazio aperto ed essere tutto per uno sia invece sinonimo di ristrettezza? Ebbene, il compito di una donna è sì faticoso, ma perché è immane, non perché è limitato. Posso compatire la signora Jones per l’enormità, ma mai per la piccolezza, del suo lavoro.

Tuttavia, sebbene il compito della donna attenga all’universalità, esso non le impedisce, naturalmente, di conservare due forti, per quanto salutari, pregiudizi. In linea di principio, rispetto all’uomo, la donna si è dimostrata più cosciente di rappresentare soltanto metà dell’umanità; ma ha espresso (se così si può dire di una signora) tale consapevolezza gettandosi a capofitto su due o tre cose che ritiene di dover difendere.

Colgo qui l’occasione di osservare, tra parentesi, che i problemi legati alle donne sono in buona parte nati dal fatto che esse proiettano su faccende in cui c’entrano dubbio e ragione la sacra testardaggine che si adatta soltanto alle cose primarie che la donna era stata chiamata a custodire. I propri figli, il proprio altare, dovrebbero essere una questione di principio, o, se preferite, di pregiudizio. Invece, per esempio, chi sia l’autore delle Lettere di Junius non dovrebbe essere una questione di principio o di pregiudizio, ma costituire materia per una libera e quasi indifferente ricerca. Ma fate di un’energica giovane la segretaria di un’associazione che vuole dimostrare che la paternità delle Lettere di Junius è da attribuirsi a Giorgio III, e nel giro di tre mesi anch’ella ne sarà convinta, per pura lealtà nei confronti dei suoi datori di lavoro.

Le donne moderne difendono il loro ufficio con una ferocia tipicamente domestica. Combattono per la scrivania e la macchina da scrivere come per il focolare e la casa, e sviluppano una sorta di selvaggio comportamento da coniuge nei confronti dell’invisibile capo dell’azienda. Ecco perché fanno così bene il lavoro d’ufficio: ecco perché non dovrebbero farlo.


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6 Commenti

  1. Silvia says:

    Coi tempi che corrono, qualcuno potrebbe trovare omofobo questo articolo, perchè offensivo della teoria gender…

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