«È importante stare sul mercato, essere testati dal mercato, dimostrare che gli investitori hanno fiducia in noi». Intervista a Laszlo Csaba, economista ungherese indipendente tra i più quotati in patria.
Dove sono finiti i vantaggi immaginati dagli ungheresi con l’ingresso in Europa? Viaggio in un paese infiammato dagli attacchi alla sua identità cristiana e da vincoli finanziari «antidemocratici»
Una costituzione fortemente identitaria. Il rigetto di un modello comunitario fallito. La voglia di liberarsi dalle nomenklature comuniste. Ecco perché la svolta di Budapest non piace a Bruxelles. E costerà cara.
Nell'anniversario della rivoluzione del 1848, Viktor Orban ha tenuto un discorso davanti a decine di migliaia di persone: «Gli ungheresi non ubbidiranno mai ai diktat stranieri».
József Szájer, padre della Carta che ha tanto scandalizzato i nostri media, viene in Italia per «per rimediare a errori e inesattezze che sono state dette e scritte in abbondanza sul nostro Paese». Ma le testate italiane che hanno dipinto l'Ungheria come uno Stato "medioevale" lo snobbano.
Il premier ungherese Viktor Orban ha tenuto un discorso di 45 minuti sullo stato della nazione. Ha difeso la nuova Costituzione, ricordando che il problema del paese è l'enorme debito pubblico e privato lasciato dai precedenti governi socialisti.
A dividere l’Ovest arrogante dall’Est sempre più umiliato ci pensano gli intellettuali come Levy, che ha additato le nazioni ungherese, polacca e bulgara all’esecrazione di tutti gli occidentali perbene.
La nuova costituzione ungherese non è liberticida. Il vero pomo della discordia, che potrebbe avere riflessi negativi anche in Italia, è la riforma della Banca centrale