Proporre il senso della vita e aprire i cuori alla speranza

Il cammino educativo è una capacità di compagnia e di condivisione: sentire in sé il problema dell’altro nella sua concretezza

L’educazione è l’insieme dei mezzi che permettono a ciascun giovane di raggiungere la propria umanità, inserendolo così nella comunità umana. Ecco, allora, che l’educazione cristiana non rappresentava – e non rappresenta oggi – un di più, né tanto meno un’azione supplementare, bensì l'”essenziale” obiettivo di ricerca.

Tutte le età dell’uomo sono critiche perchè tutte comportano perdite e conquiste, e richiedono uno sforzo attuativo. Ma l’adolescenza è una fase ancora più critica perchè molteplici e radicali sono le trasformazioni, da sempre è il periodo della vita di ognuno in cui si va a costruire la propria identità, in cui si va a cercare risposte. In questa età di trasformazione incide, non soltanto la perdita del ruolo infantile, non soltanto la stessa trasformazione del corpo, ma particolarmente l’anelito di ricerca di autonomia. Quella autonomia tanto desiderata, ma alla quale gli adolescenti non sono preparati.

Il periodo dell’adolescenza é momento della vita di ognuno in cui  si va a cercare risposte alle domande: “io che sono? donde vengo? dove vado? che cosa sono qui a fare?.  E ancora: “cosa vuol dire per me essere persona? come vivo i rapporti con gli altri? che cosa fa crescere la mia persona e le altre insieme a me? come supero i conflitti tra il mio interesse personale e il bene di tutti? Sono domande che hanno bisogno di qualcuno che aiuti ad elaborarle. Sono domande che esigono – oggi come ieri – disponibilità e attenzione: non sono fatte soltanto di parole, ma soprattutto di sguardi e di silenzi. Purtroppo c’è una accentuata dismissione educativa degli adulti, che manifestano la paura di educare. Assenza che produce profondi danni, spesso irreparabili. C’è una carenza di educatori, perché manca la convinzione che ciascuno è educatore. Sembra non avere più un senso da proporre!

La crisi educativa non è addebitabile ai giovani, ma alla mancanza di esperienze positive da parte di adulti, da parte di coloro che hanno da trasmettere qualcosa di sè alle nuove generazioni.  I giovani hanno bisogno – ieri, ma ancor più oggi – di esempi, di essere accompagnati, di qualcuno che li ascolti e che li aiuti da dare senso alla loro vita.

Gli anni di passaggio dall’adolescenza alla giovinezza sono spesso anche anni di crisi esistenziale e religiosa. E questa chiede di essere trattata con una discrezione tutta particolare. Il giovane che inizia ad avvertire se stesso come persona, vorrebbe convincere se stesso e gli altri della propria indipendenza e di conseguenza sfocia spesso in atteggiamenti contrapposti e contrari all’orientamento educativo teso a maturazione personale. Qualsiasi proposta provoca in lui ostinazione e resistenza. Da qui il non facile compito dell’adulto al quale non resta che restargli accanto, accompagnandolo per mano passo su passo.

L’educazione è la manifestazione primaria e fondamentale cui porre attenzione: in quest’ottica, significativa risuona, di don Milani, l'”I care” della “Lettera a una professoressa”, che significa non solo “prendersi cura”, ma anche “farsi carico di”  e quindi sentirsi responsabili del bene dell’altro. Sarebbe illusorio parlare di educazione senza espressamente chiamare in causa tre categorie fondamentali: persona, realtà, libertà. L’educazione nasce e vive di rapporti interpersonali. Non vi è educazione senza farsi carico delle persone. Le persone, a differenza dei semplici individui, mettono in campo la relazione.  La relazione è in sintesi – come ebbe ad evidenziare il Cardinal Angelo Scola in “Educare nella società in transizione”, “la capacità di mettere consapevolmente in relazione la persona con se stessa e con la realtà. Tutta la persona e tutta la realtà sono in gioco nel rapporto costitutivo tra educatore ed educando. Da qui il principio secondo cui non è possibile una educazione senza libertà”. Se educare è “prendersi cura” dell’altro, allora questo significa provocare la sua libertà. Il cammino educativo – ebbe a sottolineare Luigi Giussani – “è una capacità di compagnia e di condivisione: sentire in sé il problema dell’altro nella sua concretezza, non applicarvi semplicemente una teoria”. La passione del cammino educativo è coinvolgente l’altro perchè diventi capace di fare da sé.

Dei giovani si coglie spesso una identità imprecisa e frammentaria perché raccolgono tutte le sollecitazioni contemporanee, senza discernere tra quelle che favoriscono la crescita della propria umanità e quelle che la impoveriscono, e ciò semplicemente perchè non si sono formati ad un criterio. Ma è indubbia la loro aspirazione ad instaurare rapporti autentici e siano in cerca della Verità. Di fronte a questo orizzonte l’educatore, laico o religioso, è chiamato ad una coraggiosa riflessione e forse anche ad un rinnovamento delle sue modalità di relazionarsi.

Educare significa guidare il giovane entro la propria esistenza, significa infondergli fiducia in se stesso, significa attrezzarlo in senso critico verso di sè. “La persona – ebbe a significare il Cardinal Carlo Maria Martini in “Educare nella postmodernità” – non è una materia grezza da plasmare ma un soggetto libero dal quale fare emergere l’io profondo ove abita la verità. Termine dell’educazione, perciò, non è semplicemente lo sviluppo o il perfezionamento del singolo, è la maturità”. Va inoltre sottolineato che ciò che caratterizza maggiormente il percorso educativo è l’ esperienza: essa infatti è “la condizione attraverso la quale si compie la formazione dell’uomo” : così Jacques Maritain. L’esperienza è il cardine della proposta educativa. Essa garantisce il processo educativo perché garantisce lo sviluppo di tutte le dimensioni dell’individuo fino alla loro realizzazione integrale, e nello stesso tempo è l’affermazione di tutte le possibilità di connessione attiva di quelle dimensioni con tutta la realtà.

In tempi difficili, quali quelli che stiamo vivendo, occorre coniugare insegnamenti di grande attualità, toccando con coraggio e saggezza la vulnerabilità dell’età giovanile: attenti ai bisogni dei giovani, aprendo i loro cuori alla speranza! “Il contributo dell’educazione è seminare speranza: sono convinto che i giovani di oggi hanno soprattutto necessità di questa vita che costituisce futuro: da qui l’invito a mettersi in ascolto dei giovani”: così Papa Francesco.  Ai giovani nei loro desideri e nelle loro attese vanno offerte opportunità culturali, ricreative, formative di impegno e di responsabilità, aprendo loro gli spazi della vita, aiutandoli a riprendere coscienza di se stessi, a sconfiggere disagi e insicurezze, a risvegliare in loro il coraggio delle decisioni definitive, a maturare la capacità di vedere, giudicare e affrontare la realtà, anche realtà difficili e spesso sconvolgenti;

Significativo l’input di Papa Francesco alla plenaria delle Congregazioni per l’educazione cattolica: “Le istituzioni educative cattoliche hanno la missione di offrire orizzonti aperti alla trascendenza”. Da qui la constatazione che un generico ambiente non è più sufficiente al fine di una efficace educazione cristiana dei giovani. Educare cristianamente i giovani  vuol dire, in sintesi, trasmettere ed infondere ideali cristiani di vita: “tutti” gli ideali possibili, riferiti alle varie strade sulle quali orientarsi per una scelta di stato, per l’avvenire. Condizione, questa, che richiama anche ad una attività ricreativa e l’uso del tempo libero, quali mezzi di aggregazione, che possono aiutare a costruire una esperienza di comunità. Tuttavia si appiattisce sui luoghi comuni, su una generica educazione, si disperde in una pluralità di esperienze che esistono anche in altri settori, se nella sua realizzazione, in nome dell’accoglienza, si accantona la dimensione evangelizzatrice. 

L’invadenza della secolarizzazione e della dittatura del relativismo lgbt, col passare del tempo sempre più soffocanti, va sempre più destrutturando la situazione sociale, prima fondata sulla tradizione cristiana ed ora non più. Essa pone tutti noi ad un ripensamento obbligatorio, ripensamento provocato dall’attuale turbinio delle mutazioni della vita moderna, sia nel campo delle idee, sia nel campo pratico. Cambia il mondo e noi ce ne stiamo immobili, quasi mummificati nella nostra mentalità cristallizzata e nelle nostre consuetudini tradizionali, di alcune delle quali nè la società circostante, nè talora noi stessi comprendiamo più il valore.

L’assalto di questa spinta,  destrutturante la stessa antropologia dell’uomo, ha dato, anche a noi, una certa sfiducia nella tradizione, una certa disistima in noi stessi, una smania di cambiamento. Siamo stati, e siamo, conquistati dal relativismo storico, dall’adattamento ai famosi “segni dei tempi”, quasi che questi siano di intuitiva e consentita interpretazione, quello del conformismo mondano. “Fin dove la tolleranza è consentita ai cattolici?”: così ebbe ad interrogarsi Paolo VI. C’é un imperativo da richiamare alla responsabilità: con i giovani va attivata una continua opera di dialogo e di confronto tesi a fortificarne la presenza e a rimotivarne continuamente i rapporti. Non basta dire loro “dovrete …”, “dovreste …”. In sintesi vanno “ponti”.

Nel contesto attuale, urge umanizzare attività e luoghi giovanili. Tali attività e tali luoghi sono umanizzanti quando aiutano a trovare la misura e la proporzione del proprio impegno in rapporto a tutti i fattori costitutivi della persona. Sono umanizzanti quando aiutano l’uomo ad educare se stesso. Ecco che allora nel vivo di tale esperienza la dimensione religiosa, l’attenzione al senso religioso, diviene estremamente importante e necessaria. Da qui una esperienza globale “per l’uomo” e “dell’uomo”.

L’insegnamento della tradizione religiosa cristiana, è il nesso inscindibile tra fede e cultura.

Da qui la  radice costitutiva e fondamentale dello sviluppo ideale ed operativo di un metodo educativo, teso alla ricerca di una forte identità personale e comunitaria. Da qui il significato autentico tratto da  alcune espressioni di Teilhard de Chardin: “essere (l’identità) modalità per guardare ciò che è tradizione, soprattutto riguardo alla Fede. Con essa, i giovani che l’hanno incontrata, o che l’incontreranno, hanno sentito e sentiranno la loro Fede in continuo progresso, perché la Fede, più di tutto, è sempre in formazione”. Quella tradizione cristiana che è propria di un luogo e non può essere facilmente emarginata: essa è un bene prezioso!

Nessuno di noi si augura di mettere sul piedestallo il passato. I tempi sono cambiati
Ogni nuovo tempo ha la sua freschezza, tuttavia per certe cose è sempre il tempo giusto.

Foto Ansa