«Naufraga l’accelerazione Pd sulle unioni civili». Il problema? Rischiano di scassare i conti pubblici

La forzatura dei tempi di esame del ddl Cirinnà ostacolata dall’attesa della relazione sui costi. Tema che preoccupa anche un liberale libertario come Giannino

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Ieri il capogruppo dei senatori del Pd Luigi Zanda è riuscito a ottenere dal presidente del Senato Piero Grasso che il ddl Cirinnà sulle unioni civili fosse inserito nel calendario delle sedute di Palazzo Madama entro la prima settimana di agosto, e cioè prima della pausa estiva, non dopo, come speravano i contrari al provvedimento. La decisione di Grasso, che ha molto soddisfatto la stessa Cirinnà, è arrivata, ricorda Avvenire, «in seguito alle prese di posizione del ministro per le Riforme Boschi e del suo sottosegretario Scalfarotto che incalzano sul pronunciamento della Corte europea per riconoscere i diritti alle coppie omosessuali». Un «tentativo di sprint» a cui si è per altro unita anche la presidente della Camera Laura Boldrini, che sempre ieri ha detto: «Sulle unioni civili il tempo è scaduto. Il Parlamento non può tralasciare» l’argomento «o metterlo in secondo piano».

LA CLAUSOLA. C’è però un problema che rischia seriamente di frustrare gli entusiasmi dei sostenitori della legge. La conferenza dei capigruppo del Senato aveva stabilito che il ddl Cirinnà avrebbe potuto essere esaminato dall’Aula entro la prima settimana di agosto, sì, ma a una condizione: che fosse «concluso l’esame in commissione». Peccato che – ricorda il presidente della commissione Lavoro Maurizio Sacconi, di Alleanza popolare – «la commissione non ha nemmeno iniziato l’esame ed il voto dei singoli emendamenti», che sono circa 1500. Ma soprattutto, continua Sacconi, «il provvedimento non ha ancora il necessario e complesso parere della commissione Bilancio mancando perfino la relazione tecnica del governo».

ABBIAMO UN PROBLEMA. Insomma, sintetizza efficacemente Repubblica, «l’accelerazione annunciata le scorse settimane dal Partito democratico sulle unioni civili sembra naufragata in attesa di un documento del governo». Che però non è «un documento» a caso: si tratta infatti della valutazione da parte del ministero delle Finanze del potenziale impatto economico del ddl Cirinnà sulle casse dello Stato, ovvero sulle tasche dei contribuenti. Nei giorni scorsi tempi.it ha già fatto notare che non è un problema da poco, visto, per esempio, che si ipotizza di estendere ai componenti delle unioni civili anche il diritto alla reversibilità della pensione. Comunque, a chi come i grillini e Sel accusano il governo e la sua componente centrista di accampare giustificazioni futili al solo scopo di «temporaggiare», sottoponiamo un brano dall’interessante commento di Oscar Giannino (non certo un cattolico “omofobo” ma un noto liberale e libertario) apparso ieri sul Messaggero sotto il titolo “Il prezzo alto dei matrimoni non matrimoni”.

«Già mi è capitato di scrivere in presenza del divorzio express, che per conseguenza occorreva rivedere tutte le norme previste in precedenza per esempio sulle pensioni di reversibilità ai superstiti, ammontate nel 2014 alla bellezza di circa 38 miliardi di euro. A oggi, al trattamento di reversibilità è ammesso il congiunto di un familiare scomparso che abbia maturato 15 anni di contributi o anche solo cinque anni, almeno tre dei quali, però, nel quinquennio precedente la data della morte. E anche se lo scomparso era titolare di un assegno di invalidità. E, in percentuali diverse, la pensione di reversibilità è ammessa per il coniuge, in sua mancanza a figli e nipoti, e via via, a determinate condizioni, anche ai genitori del defunto. Per il coniuge, il trattamento va oggi anche al superstite separato, se riceveva l’assegno alimentare. E a quello divorziato, se riscuoteva l’assegno divorzile e non si è risposato. Se si era risposato il defunto, la reversibilità si divide tra secondo coniuge dello scomparso e precedente coniuge non risposato. E se vi risposate dopo aver incassato la reversibilità, allora perderete il diritto ma in cambio di un assegno finale una tantum pari a due anni di trattamento. Che vogliamo fare, estendere tali norme alle nuovi unioni una volta che ne prevediamo esistenza e tutela nell’ordinamento? Sommiamo alla reversibilità il diritto ai servizi sociali, alla sanità attraverso contributi individuali a copertura estesa ai componenti il nucleo riconosciuto, alle graduatorie per l’edilizia popolare e ai nidi e scuole materne? Si prevederà l’estensione dell’Isee a unioni civili e convivenze anche meno forti? Un paese che da metà anni Settanta, per una sentenza della Corte costituzionale, ha abolito la famiglia naturale come unità di riferimento fiscale lasciando il contribuente individuale come unico soggetto d’imposta, farà convivere tale demenziale impostazione con un’estensione orizzontale e verticale di diritti economici incardinati su unioni diverse, ciascuna definita dallo Stato entro rigidi confini? A me sembrerebbe quanto meno molto discutibile».

Foto Ansa