Mignonnes non è un film “educativo”. È guardonismo prêt-à-penser

Quattro undicenni che twerkano, la mecca del cinema indipendente e i benpensanti applaudono. Ma Mignonnes non è un film “educativo”

Un mucchietto di quattro undicenni, corpuscoli pelle, ossa, capelli e telecamera posizionata sui genitali, davanti e dietro, la mecca del cinema indipendente che applaude in piedi, editorialisti e intellettuali che la chiamano denuncia, dura, cruda, educativa, scrivono recensioni entusiaste, parlano del pluripremiato Mignonnes (Cuties) come di un film “non per tutti”. Cioè per chi?

Quelli del Sundance Film Festival, dice la regista franco-senegalese Maïmouna Doucouré, loro sì che “hanno capito”: il pubblico di Park City, dove è stata insignita del World Cinema Dramatic Directing Award, ha compreso che il suo film “affronta istanze universali”, che “dobbiamo proteggere i nostri figli”. Gli altri, i bifolchi, quelli della “gogna internettiana” (Repubblica) che hanno boicottato il film distribuito da Netflix denunciando una ipersessualizzazione delle bambine che sconfina nella pedofilia, questi qui “o non l’hanno visto o si sono limitati davvero alla locandina. Altrimenti non l’hanno capito o l’hanno guardato con occhi sbagliati” (Avvenire).

NOVANTASEI MINUTI DI “RACCONTO SOCIALE”

Occhi sbagliati? “Volevo che gli adulti passassero 96 minuti a vedere il mondo attraverso gli occhi di una bambina di 11 anni, come vive 24 ore al giorno. Queste scene possono essere difficili da guardare, ma non sono certo meno vere”, spiega la regista. “Cuties – incalza la piattaforma dopo aver perso 9 miliardi di euro in borsa in un giorno solo a causa della campagna #cancelnetflix scatenata dalla locandina tutta minorenni, cosce aperte e abiti succinti – è un racconto sociale contro la sessualizzazione dei bambini. È un film pluripremiato”, “incoraggiamo chiunque abbia a cuore questi temi così importanti a guardare il film”.

Noi l’abbiamo visto Cuties, e per vedere il mondo guardato con gli occhi di una undicenne siamo stati incoraggiati, o meglio costretti, a guardare le riprese pluripremiate del fondoschiena (ora si chiama “racconto sociale”) di una piccolina che twerka (cioè muove anche, natiche e bacino, accovacciandosi e mordendosi le labbra in un modo che definire “spinto” sarebbe un eufemismo) e mima atti sessuali come neanche Miley Cyrus. Intellò e regista sostengono che le istanze universali passino da lì, dall’indugiare al rallentatore della telecamera su ogni singola forma, piega e curva acerba del corpo di una bambina che si premura innocentemente di riprodurre danze e posizioni erotiche viste su internet, perché “l’iper sessualizzazione dei bambini avviene attraverso i social media e i social media sono ovunque”, “ciò che voglio è aprire gli occhi delle persone su questo argomento e cercare di risolvere il problema”. A che titolo, visto che il film stesso, gli adulti che lo hanno arrangiato, non sa prescindere, anzi esaspera, la stessa iconografia e lo stesso linguaggio dei social che si picca di denunciare?

AMY, DALL’ISLAM AL TWERKING

Il film racconta in 96 minuti uno spaccato di vita di Amy, bambina senegalese che vive in un sobborgo di Parigi alle prese con i cambiamenti del corpo, le asfissianti tradizioni islamiche, la frustrazione della mamma, un padre assente e poligamo, fratellini piccoli da accudire. Che a scuola desidera entrare in una crew di teppistelle che ballano sgraziate con l’obiettivo di vincere un contest. La trama è debolissima, tempo zero e la bambina tutta casa e madrassa ruba soldi e un cellulare, diventa una donna, finisce a capitanare il gruppo, strizzare il suo corpo minuscolo in shorts e top attillatissimi, disgustare famiglia, compari e pubblico mimando, senza alcuna contezza di che significato abbiano, le ballerine adulte dei social, fonte di tanti like e quindi di accettazione sociale.

C’è tutto per mandare in solluchero i benpensanti, un’infornata di undicenni in braghette figlie di poveri cristi, mica di intellò, sputate in strada da una massa anonima di immigrati e famiglie sfasciate, una strana gang che scimmiotta pop star scandenti o di successo, bimbe emarginate, sudate, sangue caldo versato in quel melmoso acquario attorno al quale si radunano i maestri spettatori della denuncia impegnata per indicare il piranha pronto a sbranarle e cancellarle dalla faccia della terra: la cosa più importante infatti “è guardare la serie e comprendere che stiamo sposando tutti la stessa battaglia”, è ancora la regista, e quella più urgente è “creare un dibattito e trovare delle soluzioni da parte di registi e politici all’interno del sistema educativo”.

NEL PERIMETRO DEL GUARDONISMO

Ma che battaglia è oggettivare il corpo di una bambina per denunciare la stessa oggettivazione da parte dei social? In che senso l’occhio della telecamera del regista impegnato è educativo quando mostra, senza filtro, acriticamente, senza prendere posizione, lo stesso sculettamento inviato dai bambini su snapchat, immortalato su Instagram?

Eppure a certe latitudini culturali ne abbiamo viste di soluzioni: educazione all’affettività, alla legalità, alla sessualità, al cyberbullismo, chiacchiere sull’uguaglianza, corsi, regole. Quello che non avevamo ancora visto erano i prêt-à-penser scendere nel perimetro del guardonismo per applaudire al finale democristiano (“educativo” e “bellissimo” per Avvenire): né con la crew ribelle e mondana né col clan familiare e tradizionale, alla fine Amy salta la corda e si sente ancora una bambina. Denuncia facile (ma quando mai la denuncia salva Abele da Caino), pellicola borghese a servizio di fisime particolari (“Le bambine di oggi sono vittime inconsapevoli di un mondo che le utilizza come protesi del patriarcato, innalzandole a oggetti”, “se le donne stanno imparando a dire no, le bambine ancora non lo fanno”, copy Huffington Post), morale passiva, indolente: non esiste un punto di fuga in tutto il film, non si salva nulla se non la vergogna provata in solitaria da Amy che in un improbabile moto di coscienza in pieno twerking teme di perdere la mamma e corre a casa, esce dai top e dagli sculettamenti per rientrare nella sua felpa e nelle scarpe da tennis.

SAFE SPACE E GUARDONISMO

Tutto a posto per la parrocchietta liberal del cinema indipendente al termine dei 96 minuti di un film “che non può essere dato in pasto a tutti”: i rieducatori delle masse possono rimanere al sicuro nei loro safe space (del resto è un film sui figli di ignoranti della periferia) e nel contempo fare i socialmente preoccupati. Resta la domanda su quale sia il contributo al dibattito da parte di questi adulti “superiori”, troppo impegnati a denunciare il rischio che Mignonnes venga cancellato dalla gogna bigotta per ammettere che raccontare una cosa che giudichi sbagliata con lo stesso linguaggio che contesti più che educativo è morboso. Farlo come in questo film, dicendo di volere aprire gli occhi al mondo, e dividendo il mondo in buoni e cattivi a seconda delle reazioni, è più moralista di chi vorrebbe chiudere Netflix. Mignonnes non è un film “educativo”. È guardonismo prêt-à-penser e fine a se stesso.