Lulu torna a Roma dopo 50 anni

Dopo quasi cinquanta anni torna a Roma “Lulu” del compositore austriaco Alban Berg (1885-1935)

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Dopo quasi cinquanta anni torna a Roma “Lulu” del compositore austriaco Alban Berg (1885-1935). In passato, si era vista ed ascoltata nella stagione 1967-1968. Sino ad allora ragioni di pudicizia bigotta la avevano tenuta lontana dal palcoscenico della capitale. In generale, raramente rappresentata nel nostro Paese (se ne ricorda un’edizione in traduzione ritmica italiana di Fedele D’Amico – dirigeva Bartoletti – a Firenze nel lontano 1985, una più recente a Palermo, nonché alcune rappresentazioni nel 2010 alla Scala da ove mancava da oltre 30 anni), “Lulu” è, come sostiene correttamente Gioacchino Lanza Tomasi in un suo saggio ormai fuori catalogo, un’“opera sinfonica” che si svolge, sotto il profilo musicale, su due piani d’azione: quello dodecafonico-seriale e quello del recupero di forme strumentali modernizzate della tradizione classica. Si articola su una serie di base (si bemolle, re, mi bemolle, do, fa, mi, fa diesis, le, sol diesis, do diesis, si) dalle quali Berg fa deriva altre forme che vengono associate ai singoli personaggi, come nei leit motiv wagneriani che vengono indicati tanto in partitura quanto nella riduzione per canto e pianoforte. Su queste forme lavorò Friedrich Cerha per orchestrare il terzo atto, lasciato incompleto dalla morte di Berg e, per la prima volta, eseguito, nel 1980, in una stupenda produzione all’Opéra di Parigi (regia di Chéreau, direzione musicale di Boulez) di cui purtroppo esiste una mediocre registrazione discografica e una ancor più mediocre versione televisiva oggi inclusa tra i gadget che le edicole vendono con i periodici musicali. Al sinfonismo, derivazione wagneriana e del tutto assente nell’opera precedente di Berg, “Wozzeck”, si aggiunge un ritorno al canto operistico nel senso pieno del termine, specialmente nei ruoli della protagonista e di Alwa, dove soprano drammatico di coloratura e tenore lirico ma spinto sono una reminiscenza del gusto del piacere e del peccato (si pensi alla vocalità di Monteverdi e Cavalli o a certi aspetti di quella di Puccini in “Manon Lescaut”). Nella stessa chiave occorre interpretare l’uso dell’”arioso”, della “cavatina”, del “rondò”, del “canone”, dell’”intelaiatura a gabbia” per ensemble a più voci che si fermano alla soglia del “concertato”.

“Lulu” è una partitura senza possibili confronti che riscatta i due drammi di Wedekind d’inizio del Novecento da cui è tratta. Sono drammi prolissi, verbosi e moraleggianti, nonché zeppi di proto psicoanalisi, in cui, secondo le intenzioni dell’autore e le sue indicazioni al regista della prima rappresentazione, la protagonista sarebbe dovuta apparire come una madonna progressivamente distrutta da una società corrotta. Ciò non piacque ai critici che la vedevano invece come animale famelico di sesso e denaro, non per nulla omicida e pronta ad accoppiamenti multipli, anche omosessuali. La “dissoluzione” di Lulu è stato il tema di fondo di una produzione del Metropolitan che lanciata quasi in parallelo con quella Chéreau-Boulez è rimasta in cartellone per diversi anni. Chéreau enfatizzava l’ambiguità esteriore e la “verità interiore” della protagonista (i due “Lieder von Lulu” dove la protagonista dice in modo frammentario ciò che pensa su sé stessa). Nell’edizione fiorentina di 25 anni fa, Squarzina vedeva la protagonista come una grande reagente sociale, una cartina di tornasole grazie a cui si rivela, in termini marxisti, la verità nascosta.

Nella complessa trama, che spazia tra Germania, Francia e Gran Bretagna degli anni Trenta, Lulu, pur restando interiormente innocente, è una divoratrice di uomini (e pure di donne) e anche assassina. Non è una “reagente sociale” ma, con la propria ambiguità, rispecchia una società, quella del Vecchio Continente, al collasso finanziario, politico e morale. Nel contesto di questo collasso non può che muovere i primi passi in un circo (dove è una starlette), ascendere ai piani alti della società e finire, dopo varie peripezie, nelle mani di Jack lo squartatore.
La messa in scena che il 19 maggio arriva all’Opera di Roma per sei repliche è una coproduzione di lusso con il Metropolitan di New York, l’English National Opera di Londra e De National Opera di Amsterdam. Dirige Aléjo Perez.Regia, scene ,costumi e luci sono di William Kentrige e Luc de West non potranno non fare discutere.

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