L’ellisse di Elektra al San Carlo

“Elektra”, primo dei sette capolavori del binomio Richard Strauss-Hugo von Hofmannsthal, rivoluziona nel 1909 il teatro in musica mondiale

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“Elektra”, primo dei sette capolavori del binomio Richard Strauss-Hugo von Hofmannsthal, rivoluziona nel 1909 il teatro in musica mondiale; viene considerata dal mio amico Stéphane Lissner, general manager del Festival International d’Art Lyrique di Aix-en-Provence come la più grande opera del Novecento. Nelle preferenze del vostro chroniqueur, e in quello dello stesso Richard Strauss, nel breve ma fondamentale catalogo è superata da quella “Die frau hone schatten” così poco eseguita in Italia.

Ritorna del 9 aprile al San Carlo di Napoli l’allestimento con cui ha inaugurato la stagione 2003-2004. È tale da indurre anche il più scettico e disincanto dei “chroniqueur” al dubbio – a pensare, cioè, che, tutto sommato, Lissner abbia ragione e che, quindi, i 102 minuti e sette secondi di “Elektra” si pongano come una grande cattedrale gotica della musica moderna, non superata nel XX secolo e forse non superabile neanche nel XXI.

Nel catalogo Strauss-Hofmannsthal, “Elektra” è anche uno dei lavori rappresentati con maggiore frequenza in Italia.. Il vostro “chroniqueur” le ha viste ed ascoltate quasi tutte le produzioni italiane nonché quelle di Salisburgo e Aix en Provence Quella offerta dal San Carlo circa 14 anni fa si pone come la più riuscita per integrità di concezione musicale, scenica e registica. Il teatro ha ben fatto a riproporla

Spieghiamoci. Nella vulgata di storia della musica, la magia di “Elektra” viene illustrata nel miracolo, al tempo stesso, di complementarità e di contrasto tra il testo di Hofmannsthal e la partitura di Strauss; circolare il primo (con il proprio epicentro nel confronto-scontro tra Elektra e Klytämnestra); vettoriale il secondo sino all’orgia sonora in do maggiore del finale. L’edizione del San Carlo sfata questa vulgata. Mostra come sia l’azione sia la musica abbiano una struttura ad ellisse; un’introduzione quasi contrappuntistica (il dialogo delle ancelle per preparare al monologo di Elektra) si snoda in una vasta parte centrale in cui il confronto tra Elektra e Klytämnestra (colmo di disperazione) è inserito tra due altri confronti – quelli tra Elektra e Chrysothemis (rispettivamente sul significato della vita e della morte e sul valore della vendetta); in tutta questa parte centrale si sovrappongono due tonalità musicali molto differenti per unificarsi dalla scena del ritorno di Orest e del duplice assassinio e predisporre, quindi, il do maggiore della danza macabra finale.

L’ellisse drammatica e musicale viene inserita in una struttura scenica in legno (scene e costumi sono dello scultore e pittore Anselm Kiefer); un cortile di condominio povero o di palazzotto fatiscente in cui domina, sia nelle pareti sia nei costumi) il grigiastro sporco (Elektra, Chrysothemis, Orest, il precettore di quest’ultimo, le ancelle delle prime) ed il bianco (Klytämnestra, Aegisth, i loro seguiti). I praticabili, a quattro livelli, hanno una funzione musicale essenziale negli equilibri e negli impasti di voci e di voci ed orchestra. In questo contesto, la “solitudine” vendicatrice di Elektra viene esasperata sin dall’apertura del sipario; ad essa si aggiungono i rimorsi di Klytämnestra, e l’ansia spasmotica di Chrysothemis alla ricerca di una vagheggiata ed impossibile “normalità. La regia di Klaus Michael Grüber accentua il clima ossessivo di una tragedia quasi tra belve ferite.

Concerta Juraj Valčuha, direttore principale del San Carlo , dopo avere mietuto successi per sette anni come direttore principale dell’orchestra sinfonica della Rai. I protagonisti sono Elena Pankratova (Elektra), Renée Morlo (Klytämnestra), , Manuela Uhl (Chrysothemis) , Michael Laurenz (Aegisth) , Robert Bork (Orest).

Spettacolo da vedere e rivedere.

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