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«Il nostro corpo dichiara il nostro sesso»

giugno 3, 2018 Roberta Conte

Michelle Cretella, presidente dell’American College of Pediatricians, prende parola a riguardo l’ideologia transgender e il suo impatto sui bambini.

È del 24 maggio scorso un video pubblicato dalla pagina Facebook Let Freedom Speak che vede la dottoressa Michelle Cretella, presidente dell’American College of Pediatricians, prendere parola riguardo l’ideologia transgender e il suo impatto sui bambini.

«Il nostro corpo dichiara il nostro sesso. Il sesso non è assegnato, è determinato al momento del concepimento dal nostro DNA, scritto in ogni cellula del nostro corpo», afferma la dottoressa, «esistono almeno 6.500 differenze cromosomiche fra uomini e donne. Gli ormoni e la chirurgia non possono e non devono cambiare questa realtà.»

Il dato è scientifico ma viene abitualmente messo in dubbio dai sostenitori dell’ideologia transgender.
Continua la dottoressa: «L’identità non è biologica, è psicologica. L’identità ha a che vedere con il pensiero e le sensazioni. Pensieri e sensazioni non sono biologicamente programmati. […] In accordo con molte importanti organizzazioni mediche, se volessi tagliare via un braccio sano o una gamba, sarei instabile mentalmente. Ma se volessi tagliare via un seno sano o un pene, sarei transgender. Parliamo chiaramente: nessuno nasce transgender. Se l’identità sessuale fosse qualcosa di programmato nel cervello prima della nascita, i gemelli omozigoti avrebbero la stessa identità sessuale nel 100% dei casi. Ma così non è».

L’errore commesso nello scambiare queste due realtà, quella biologica e quella psicologica, ha permesso finora, come viene sostenuto nel video, tutti i casi di castrazione chimica, sterilizzazione e mutilazione chirurgica, nonché di somministrazione ad adolescenti e preadolescenti di ormoni sessuali. Scelte adoperate dagli esperti in nome della salute mentale del bambino che sente di essere una bambina, e viceversa.

«I nostri pensieri e le nostre sensazioni possono essere oggettivamente corrette o sbagliate. Per esempio, se andassi dal mio dottore oggi e dicessi “Salve, sono Margaret Thatcher”, il mio medico direbbe che sto delirando e mi darebbe un anti-psicotico. Se invece andassi dal mio dottore e dicessi “Sono un uomo”, lui direbbe “Congratulazioni, sei transgender”. Se ancora dicessi “Dottore, ho tendenze suicide, sono una donna mutilata, intrappolata in un corpo normale, per favore mi rimuovi chirurgicamente una gamba”, mi verrebbe diagnosticato un disturbo dell’identità dell’integrità corporea. Ma se andassi dallo stesso dottore e dicessi “Sono un uomo, mi segni per una doppia mastectomia”, il mio dottore lo farebbe».

Il paradosso insomma governa decisioni, come quella di operare chirurgicamente per il cambio del sesso, anche laddove non è presente il consenso dei genitori, ma la volontà del bambino o dell’adolescente.

Il 18 settembre 2017 l’American Academy of Pediatrics pubblica un documento che invita i pediatri a dissuadere gli adolescenti che intendono tatuarsi, perché i tatuaggi sono permanenti e possono causare cicatrici. La stessa associazione il 27 luglio 2017 pubblica un articolo a favore e a supporto dei bambini transgender.

Si legge: «L’American Academy of Pediatrics sostiene e supporta i bambini e gli adulti transgender, e condanna ogni tentativo di stigmatizzazione e marginalizzazione nei loro confronti. Crediamo che gli individui transgender non abbiano un disagio. Sono membri della nostra famiglia, della nostra comunità e della nostra forza lavoro.»

In realtà nella maggior parte dei casi, come si apprende dal video di Let Freedom Speak, la scelta di cambiare sesso è dettata proprio da un disagio e da una sbagliata percezione della realtà, i bambini fraintendono le dinamiche familiari e interiorizzano un falso pensiero.

Racconta la dottoressa Cretella: «Ho avuto come paziente un bambino, che chiameremo Andy. Tra i 3 e i 5 anni, iniziò a giocare sempre di più con le bambine e con tipici giocattoli per bambine e iniziò a dire di essere femmina. Ne parlai con i genitori e Andy venne mandato da un terapista. […] Durante una sessione, Andy mise giù un camioncino e prese in mano una bambola e disse “Mamma, papà, non mi volete bene quando sono un bambino”. Il terapista seppe che all’età di 3 anni Andy ebbe una sorellina bisognosa di particolari cure, richiedeva molta più cura e attenzione da parte dei genitori”. Andy fraintese queste cure a queste attenzioni come “Mamma e papà amano le bambine. Se voglio che loro mi vogliano bene di nuovo, devo essere una bambina”. Con la terapia familiare Andy migliorò».

Quanti bambini potrebbero letteralmente essere salvati dalle conseguenze aberranti dell’imposizione dell’ideologia transgender nelle loro vite, se solo si attenzionasse maggiormente la psiche del bambino e le ferite o incomprensioni che porta con sé.

Oggi ai genitori e ai bambini viene detta un’altra realtà. Una bugia. Ovvero che il bambino che sente di essere una bambina è intrappolato nel corpo sbagliato, che l’essere femmina rappresenta chi realmente è, o viceversa. Che bisogna urgentemente cambiargli nome, che bisogna sottoporlo a un intervento chirurgico. «Non appena Andy avrebbe raggiunto la pubertà, gli esperti avrebbero bloccato il suo processo di crescita così da poter continuare a impersonare una ragazza».

Il blocco della crescita avviene attraverso l’iniezione di ormoni sessuali, processo che a lungo andare può causare disfunzione cardiaca, infarti, diabete, cancro e notevoli problemi emotivi che gli esperti dicono di prevenire, agevolando i bambini e gli adolescenti a cambiare sesso.

Sottoporre un bambino quotidianamente per un anno all’iniezione di ormoni è il primo passo per arrivare infine all’intervento chirurgico. Ed è il passo successivo all’introduzione dell’ideologia transgender nelle scuole. «Se questo non è abuso sui minori, cos’altro è?».

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