Il Manifesto: 50 anni di moralismo come arma politica

Il «quotidiano comunista» festeggia il mezzo secolo. Auguri a chi continua a descrivere il mondo per “come dovrebbe essere”, non “per come è”

Il manifesto, prima pagina che celebra i 50 anni di vita

Tanti auguri al Manifesto che ieri ha compiuto 50 anni e per un quotidiano edito da una cooperativa (nel nostro piccolo, ne sappiamo qualcosa) è un grande traguardo. Si sono autofesteggiati con una sovracopertina: un nastro rosso che infiocchettava il giornale a mo’ di regalo.

L‘editoriale del direttore Norma Rangeri trasudava orgoglio, e ci sta; è comprensibile anche una certa retorica con sovrabbondanza di maiuscole («piccole e grandi storie… che diventano Storia») per un giornale «che, tra i quotidiani nazionali è il più longevo dopo La Stampa e il Corriere della Sera».

Auguri, dunque. Anche se fa un po’ impressione la strana casualità storica (con la s minuscola) verificatasi proprio nella giornata di ieri. Nel giorno in cui il giornale che esibisce in prima pagina la scritta «quotidiano comunista» celebrava il suo mezzo secolo, a Parigi venivano arrestati sette ex terroristi rossi. Coincidenza suggestiva.

Il moralismo come arma politica

Ieri del Manifesto ha scritto anche Tiziana Maiolo, che del quotidiano fu giornalista sin dai primordi, in un bell’articolo sul Riformista. Un articolo simpatetico, ma non stupidamente celebrativo.

Anzi, due passaggi meritano di essere riproposti:

«Nel mio rapporto con i “vecchi” non ho mai tenuto conto del fatto che, per quanto dissidenti, erano pur sempre antichi dirigenti di partito, di quel Pci che io non avevo mai votato allora e che mai voterò negli anni successivi. E avrei fatto meglio a tenerne conto, invece, così avrei avuto meno delusioni. Avrei potuto ricordare di quella volta in cui ero andata a sentire Rossanda alla Casa della cultura di Milano, quando parlava di Cuba e io ero rimasta inorridita dal suo moralismo, dal suo considerare normale che i castristi mettessero alla gogna i lavoratori che avevano raccolto poco tabacco, additandoli come sfruttatori della fatica altrui. I deboli puniti senza pietà».

«Poi c’è la mia storia, la nipotina venuta dal nord che veniva rimessa al suo posto dalla perfidia dell’adorata Rossana con l’insulto “di classe”: Tiziana è elegantissima. La ricordo con un sorriso, la Dea che io ammiravo, che vestiva un po’ come la mia mamma ai tornei di bridge, tween set di cachemire e filo di perle, che diceva con disprezzo a me che ero elegantissima, mentre io arrancavo sugli zatteroni di Elio Fiorucci indossando una minigonna inguinale. Ma andava così, allora, con il moralismo comunista che io non volevo vedere. Il moralismo come arma politica».

Ex quotidiano garantista

Il giornale che era nato per stare «dalla parte dei compagni che sbagliano e che con il suo direttore definì “mostri” i magistrati», poi nel 1992 divenne giustizialista e manettaro, fino a «ospitare un editoriale di Asor Rosa in cui incitava a usare l’esercito contro Berlusconi».

«Il quotidiano che nel primo numero aveva scritto dei duecentomila della Fiat e della lotta operaia, esibiva a grandi lettere la sua apertura il 20 luglio del 2019, in questo modo: “Addio a Borrelli, il pm che svelò gli affari sporchi della politica”. Era morto il nuovo eroe di un ex quotidiano garantista».

Una storia di coerenza

Ma c’è di più. A bene vedere, sin dal principio «l’eresia» del Manifesto, vero marchio di fabbrica e claim del quotidiano, prosopopea con la quale si è cercato di prendere le distanze dal tradimento della sinistra degli ideali del comunismo, è sempre stata – stringi stringi – solo una cosa: un terribile, conformistico e accecante moralismo. Il Manifesto non è mai stato garantista: è sempre stato (e solo) moralista.

Da questo punto di vista, quindi, il Manifesto non ha tradito se stesso. Dal 29 aprile 1971 a 29 aprile 2021 ha anzi seguito con pervicacia una linea assolutamente diritta e senza curve. Ha sempre amato il mondo per come dovrebbe essere, non per come è; e l’uomo per come dovrebbe essere, non per come è.

Per questo è sempre stato dalla stessa parte: dalla parte dei giusti e dei buoni che giustificano una certa violenza in nome di una certa storia (con la s minuscola).