Germania: in carcere 53 genitori contrari ai corsi di educazione sessuale

In Germania, dopo la notizia di una madre arrestata per aver tolto il figlio dalle ore di educazione sessuale, si scoprono altri 53 precedenti. Dalla Spagna un appello alle istituzioni a cui aderiscono altre 43 associazioni europee. Astorri: «La Corte Europea si dovrà attenere all’articolo con cui ha difeso l’esposizione del crocifisso in Italia»

Dopo che una donna tedesca è stata arrestata per non aver mandato il figlio a scuola durante le ore di educazione sessuale, si è scoperto che sono ben 53 i genitori già condannati dalla Germania per lo stesso motivo. L’Alliance Defense Found, ente giuridico che difende i diritti delle famiglie tedesche davanti al tribunale dei diritti europeo, ha fatto sapere che la Corte di Strasburgo non ha accettato la richiesta di indicare misure urgenti per liberare la signora in carcere.

Romeo Astorri, preside della facoltà di giurisprudenza all’Università Cattolica di Piacenza ed esperto dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, spiega che «il problema è lo stesso sollevato dalla Corte circa il giudizio sul crocifisso nelle aule italiane. Per la Corte di Strasburgo tutti hanno diritto d’istruzione e lo Stato deve tener conto delle opinioni dei genitori. Ciò significa di fatto, se si guardano le sentenze della Corte, garantire un’educazione “neutrale”».

Tanto che per difendere il crocifisso si è dovuto dire che «è un simbolo passivo», che non dice nulla. Ma anche avesse ragione lo Stato, la Corte non è tenuta a dire nulla circa una pena sproporzionata, come in questo caso il carcere? «Sulla questione dell’arresto la Corte non può entrare in merito: può dire solo se un diritto umano è leso o meno, ma non può imporre allo Stato come farlo rispettare. Il tribunale di Strasburgo ha parere vincolante solo per la tutela dei diritti umani, non per l’attuazione di questa». L’articolo 2 del protocollo 1, usato proprio per difendere il crocifisso, garantisce “il diritto dei genitori di provvedere all’educazione e all’istruzione dei loro figli secondo le loro convinzioni religiose, filosofiche e pedagogiche”.

«Il caso Kjeldsen – continua Astorri – che riguarda la Danimarca, parte proprio dalla denuncia di lesione di quell’articolo e aiuta a capire come si muove la Corte. In quel caso alcuni genitori ricorrevano contro le disposizioni della legislazione danese che introducevano un corso obbligatorio di educazione sessuale nella scuola primaria. I giudici di Strasburgo limitano il diritto dei genitori di chiedere per i propri figli l’esenzione dalle attività scolastiche solo nel caso in cui tali attività consistano in un effettivo “indottrinamento”, in grado d’influire sulla formazione psicologica e religiosa dell’allievo e condizionarne lo sviluppo di una attitudine critica. In tale giudizio, del 1976, la Corte europea gettò le fondamenta delle successive pronunce in materia: l’educazione è legittima se fatta “in maniera obiettiva, critica e pluralista”». Astorri quindi fa notare che nel caso specifico «sarebbe utile conoscere i contenuti specifici del corso di educazione sessuale delle scuole tedesche implicate, per provare che c’è un indottrinamento che non tiene conto dei pareri dei genitori».

Intanto, in Spagna l’associazione civile “Profesionales por la Ética” ha promosso una dichiarazione a favore della madre arrestata che è già stata sottoscritta da altre 43 associazioni di Spagna, Irlanda, Italia, Stati Uniti, Slovacchia, Kenia, Filippine, Messico, Norvegia e Germania stessa. La dichiarazione è stata inviata a tutte le istituzioni tedesche e sovranazionali. Si esorta la Germania a rimettere in libertà i genitori arrestati e le istituzioni europee a vegliare sui diritti fondamentali dell’uomo e sulla libertà di educazione.