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Com’era triste aspettare il sol dell’avvenire in Romania

Di Simone Fortunato
20 Ottobre 2026
"L’anno nuovo che non arriva", il film che ha rianimato l’Onda dei narratori della grigia quotidianità sotto Ceaușescu
“L'anno nuovo che non arriva” è un film del 2024 scritto e diretto da Bogdan Mureșanu
“L'anno nuovo che non arriva” è un film del 2024 scritto e diretto da Bogdan Mureșanu

Sei personaggi, una sola giornata di dicembre, di un fine dicembre fatidico per la Romania del 1989 che sta per franare sotto i piedi di tutti senza che nessuno, ancora, lo sappia con certezza. È da qui che parte L’anno nuovo che non arriva, opera prima di Bogdan Mureșanu premiata a Venezia con il Premio Orizzonti come miglior film nel 2024, arrivata nelle sale italiane lo scorso dicembre e ora finalmente su Prime Video.

Uno dei tanti spunti che compongono questa ricca storia a incastro è fulminante: una innocua letterina a Babbo Natale getta nello sconforto, o meglio nella disperazione più totale il padre, un mite operaio di Bucarest. Come regalo di Natale vorrei che si avverasse il sogno del mio babbo, scrive tutto compito il piccolo Marius, che muoia ammazzato lo zio Nicu. Che poi sarebbe Nicolae Ceaușescu, non proprio uno zio modello, che di lì a poco davvero finirà ammazzato. Solo che la famiglia va nel pallone e il bimbo rischia un sacco di cinghiate sul culo.

La miseria e poi il freddo

La paranoia, la cappa grigia che ottunde e rende stolidi e muti tutti, il sospetto che striscia e corrompe le relazioni, a partire da quelle familiari. Sembra una pagina di 1984, invece sono i momenti più felici di un film che felice non vuole essere mai, se si eccettuano le commoventi sequenze finali, vere, del popolo rumeno liberato sulle note del Bolero di Ravel. Il film di Mureșanu, 138 minuti dal bel ritmo, scandito da un montaggio in parallelo che fa luce sulle tante storie che si intersecano, è triste sin dal titolo.

A fine anni Ottanta, la Romania tira avanti nel pallore di un popolo che aspetta con irritazione, ma anche una malcelata disillusione, un anno nuovo che non verrà mai. Così le storie trovano una propria unità in ciò che è lasciato ai margini e non si vede quasi mai durante il film: lo zio Nicu, il Partito orwelliano, le torture, le pressioni psicologiche, la povertà dilagante. Già, la povertà: se c’è una cosa che balza agli occhi vedendo il film di Mureșanu è la terribile miseria, la sciatteria delle ambientazioni. Le farmacie senza medicinali e con le farmaciste depresse che regalano sottobanco dosi di Valium, la tappezzeria ammuffita alle pareti, i telefoni – ovviamente tutti sotto controllo – dai colori spenti, gli alberi di Natale scheletriti. E poi il freddo, il freddo terribile di quel dicembre di Bucarest dove tutto sembra ghiacciato, sepolto in quei baveri vagamente sovietici degli uomini mentre là fuori, lontano, riecheggiano gli spari e i disordini di Timișoara.

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Il dilemma davanti al Potere

Tante storie, dicevamo. C’è quella di un regista televisivo che deve trovare il modo di sostituire l’attrice di punta di un programma che la notte di Natale avrebbe dovuto celebrare le doti del Caro Leader e invece è scappata all’estero. Si trova una sostituta, un’attrice teatrale che sarebbe anche la persona giusta se un dilemma morale non facesse capolino. Meglio vendersi al Potere e avere una lunga carriera di successi o non accettare compromessi e finire nel baratro del nulla? È un po’ il tema che sottende lo straordinario Le vite degli altri, uscito una ventina di anni fa e ambientato nella Ddr. Il film rumeno guarda a quello tedesco, senza raggiungere i vertici di poesia e di autentica commozione: recuperate quel film straordinario e quel finale più che straordinario. Mureșanu vola più basso: sembra interessargli di più il quotidiano, la sopravvivenza dell’uomo comune che ancora non si accorge di vivere gli ultimi fuochi di un regime al collasso. Così la vicenda paradigmatica dei due ragazzi che cercano di attraversare il confine a nuoto attraverso il Danubio è raccontata apparentemente con freddezza e con poca partecipazione: sono solo dei numeri, delle piccole cifre che ingrossano la schiera dei senza nome, di coloro che provarono a sfidare il regime venendone inghiottiti.

E lo stesso registro distaccato e imparziale si può avvertire in un’altra di queste storie apparentemente senza uscita, quella di una donna anziana che cerca di abbellire la propria casa con dei paraspifferi. Poca roba, direte. Ancora meno se si pensa che quella casa sarà demolita da un giorno all’altro rientrando in un vasto programma di riqualificazione urbanistica di Ceaușescu. Il problema, ci dice la nostra signora, è duplice e terribile: a chi le chiede di rispondere dirà che se Dio non è riuscito a salvare le chiese nel suo paese, figurarsi le case. D’altro canto, perché abbandonare il proprio luogo, il proprio posto, farlo cancellare da chi ha in programma di cancellare identità, diversità, ricordi? In quella casa lei faceva delle cene fantastiche, invitava i propri amici. Perché abbandonarla? La signora ha una grande intuizione: la memoria non è una cosa che c’entra con la testa ma c’entra con le cose, un letto, un libro, una finestra dai serramenti crepati che ti fa rabbrividire al mattino mentre bevi il caffè fissando il cielo vuoto di Bucarest.

Una scena del film “4 mesi, 3 settimane, 2 giorni” (2007) diretto da Cristian Mungiu
Una scena del film “4 mesi, 3 settimane, 2 giorni” (2007) diretto da Cristian Mungiu

Nessuna retorica

Mureșanu costruisce il film come una commedia corale che vira al dramma, un crescendo che tiene insieme sei destini minori dentro un evento enorme, la cui portata non è compresa a fondo nemmeno dai personaggi in campo, nemmeno dagli autori degli eventi. È un film prezioso che si inserisce in una lunga tradizione di cinema a tratti ostico e che lascia poco spazio al melodramma. Circa vent’anni prima un altro film aveva raccontato quel pezzo di realtà con lo stesso rigore 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni di Cristian Mungiu, Palma d’oro a Cannes 2007, ambientato nella Bucarest spenta del 1987, girato con un rigore quasi clinico, piani sequenza lunghissimi, nessuna scorciatoia emotiva. Una crudezza sia nell’impostazione narrativa sia nel tema, un aborto clandestino che si deve ottenere a tutti i costi, che poi diventa una grande metafora di un Potere che annichilisce la persona attraverso l’isolamento, la violenza psicologica, portando l’individuo all’autodistruzione scambiata per autodeterminazione.

Quel film, insieme a La morte del signor Lăzărescu di Cristi Puiu (2005) e A est di Bucarest di Corneliu Porumboiu (2006), è il documento fondativo della Nuova Onda rumena: registi cresciuti sotto Ceaușescu, ma formati dopo la rivoluzione, che hanno scelto il cinema per fare i conti con un passato di cui il paese non parlava ancora abbastanza. Film asciutti, diffidenti verso ogni retorica: non la nostalgia, ma l’ostinazione clinica nel raccontare le assurdità di un sistema che sopravviveva a se stesso anche dopo essere caduto, o come nel caso di L’anno nuovo che non arriva, l’ottusità di un sistema che nemmeno riesce a contemplare la possibilità che un altro anno luminoso, socialista e democratico sarà per sempre spazzato via dalla Storia.

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Una versione di questo articolo è pubblicata nel numero di ottobre 2026 di Tempi. Il contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.

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