Federalismo, libertà, sussidiarietà e comunità. Le buone idee non si spengono

Qualche appunto a una settimana dalla convention di Stefano Parisi a Milano. Perché la lampadina del “Megawatt” non si bruci occorre dare sostanza popolare a un’ottima piattaforma liberale

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Era da tempo che non si sentivano rimesse al centro di un progetto politico parole come “libertà”, “federalismo”, “sussidiarietà”. E una parola nuova: “comunità”. Non che non se ne sia mai parlato o che siano completamente scomparse, ma se c’è un merito che va riconosciuto a Stefano Parisi è di aver riposto sotto il cono di luce idee e progetti che erano finiti in una zona d’ombra.

Parisi vuole rigenerare il centrodestra. Impresa facile? Tutt’altro. Come ha scritto Stefano Folli su Repubblica, «il buon senso e il pragmatismo di Parisi sono doti preziose, ma oggi rimettere in piedi un’area politica distrutta è un compito immane. Non basta avere qualche buona idea in politica interna e internazionale. Bisogna avere la tempra per fare e vincere una serie di battaglie realmente liberali, senza paura di scontentare – quando è il caso – intere categorie di elettori e di intaccare sacche di privilegio consolidato. Nessuno infatti può credere che quei dieci milioni di voti che Parisi vuole ritrovare siano tutti di liberali delusi».

L’inizio di un lavoro
Ok. D’altronde, il primo a esserne consapevole pare proprio Parisi. Ha più volte ripetuto che con le idee esposte al Megawatt di Milano (16-17 settembre) è «iniziato un lavoro», che ora «c’è molto da fare», che si tratta di replicare «incontri come questo», che è un progetto che guarda al futuro e che dunque richiede tempo, energie e – parola anche questa abbastanza desueta in campo politico – «studio». Dunque? Dunque si tratta di capire se tutte le buone idee esposte a Milano trovino un consenso nella società, in un elettorato che non s’accontenta del disastroso pressapochismo grillino, dell’istintività guerresca salvinana e del neostatalismo dipinto di fresco renziano.

È quel che si è provato a fare a Milano: fornire una piattaforma di proposte e analisi su cui costruire un’alternativa basata non su un voto “contro” ma “per” delle politiche che si ritengono vincenti e utili per tutti. E già questo primo scoglio, a una settimana dalla convention, ci pare essere duro, almeno a stare alla reazione dei quotidiani, maggiormente attenti – ma non è una novità – a misurare le possibilità di alleanze, lo spazio di agibilità politica e i mugugni di alleati e avversari. Parisi (per ora) s’è limitato a fornire una base programmatica, una carta d’intenti con cui aggiornare le idee cardine di un polo riformista e liberale. È su questo, quindi, che per ora si può cercare di azzardare un giudizio, più che sulla conta di chi c’era o chi non c’era in sala ad ascoltarlo. Proviamoci, almeno per sommi capi.

«Libertà». È stata una delle parole più ripetute nella due giorni milanese. Come ha correttamente notato Alberto Mingardi, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni, oggi si tratta di un termine per lo più dimenticato. Eppure è su questo che lo stesso Berlusconi ha costruito la sua fortuna politica. E di “libertà” Megawatt ha parlato in lungo e in largo. Libertà innanzitutto dallo Stato oppressore che con il fisco e con regole complicate soffoca il cittadino e il suo tentativo imprenditoriale. Per questo ci è parso di grande interesse l’intervento di Antonio Gozzi, presidente Federacciai, che ha illustrato un paese preda di regole e regolette e che si perde via inseguendo favole come «la decrescita felice e il pauperismo». O la relazione di Nicola Rossi sulla nostra pubblica amministrazione, paragonata a una Trabant che s’illude d’essere competitiva sul mercato solo cambiando i finestrini a manovella con quelli elettrici. Ma di libertà si è parlato anche per quanto riguarda i contratti di lavoro («meno leggi e più contrattazione di prossimità», ha detto Emmanuele Massagli di Adapt), istituti paritari («la scuola non è un ammortizzatore sociale per i docenti», è stata l’applauditissima battuta di suor Anna Monia Alfieri) e giustizia, con i numeri sciorinati da Annalisa Chirico di “Fino a prova contraria”.

Insomma, avete capito. Ma se c’è un aspetto che ci è parso lodevole della convention è che questa “libertà” è stata declinata anche oltre i confini dell’ambito economico e giuridico, andando a toccare temi spesso divisivi come le carceri (qui il merito è dello stesso Parisi), la difesa della famiglia (Massimo Gandolfini), l’espressione religiosa (esiste un modello diverso dall’imposizione dei valori repubblicani francesi, ha ricordato Pasquale Annicchino), l’islam (la bella testimonianza di Maryan Ismail).

«Federalismo». Come si declina questa libertà nelle strutture dello Stato? Ecco qui rispuntare un’altra parola purtroppo passata di moda: federalismo. «Non se ne parla più», ha detto il professore Dario Stevanato, e ha ragione. Quel poco che si è cercato di fare negli anni scorsi è «rimasto sulla carta». Insomma, non ci abbiamo nemmeno provato: «Lo Stato non ha lasciato spazi, tassa praticamente tutto e le Regioni hanno rinunciato a infilarsi negli interstizi». Anzi, alla fine, esse stesse hanno rinunciato ad assumersi una qualche responsabilità – «anche se non tutte le Regioni sono uguali», ha detto correttamente Maurizio Belpietro. Eppure non è forse il federalismo la forma più consona a valorizzare quel «patto tra comunità libere», così come spiegato dal professore Carlo Lottieri? Non è forse questa la forma che più incentiva la concorrenza e, al tempo stesso, l’assunzione di responsabilità? E, allora, perché non provarci, veramente?

«Sussidiarietà». Assieme a liberalismo e libertà, è stata la parola che maggiormente è risuonata nelle relazioni degli esperti, in particolare in quella del medico Giancarlo Cesana (oltre che nel video dell’economista Philip Booth). «La sussidiarietà è l’idea cattolica che lo Stato non debba prevaricare, non solo sulla persona, ma su un individuo che sia in relazione. Perché un uomo che vuole fare da solo si perde, occorre che sia insieme ad altri per fare, in un’amicizia». Ora che vediamo tutti che il Welfare State è in crisi, occorre tornare a proporre questa forma di partenariato tra pubblico e privato di cui in Italia si è avuta qualche lodevole espressione («la Regione Lombardia di Formigoni, su tutti»). È un patrimonio che già esiste in Italia, occorre solo dargli l’agio di esprimersi, come ha spiegato Marco Morganti di Banca Prossima: il Terzo settore conta 300 mila organizzazioni, un milione di lavoratori, coinvolge cinque milioni di volontari e arriva a toccare la vita di circa 30 milioni di italiani. Cosa chiede questo mondo? «Chiede di passare da un welfare pubblico a un welfare sussidiario», ha detto ancora Morganti. E c’è bisogno di Parisi per scoprirlo? Forse un po’ sì, visto che, come ha detto Giacomo Mannheimer, l’articolo 118 sulla sussidiarietà «è l’articolo più dimenticato della nostra Costituzione».

«Comunità». «Noi crediamo nelle comunità, non solo nell’individuo», ha scandito Parisi nella sua relazione finale. «Non siamo per un liberalismo elitario, come quello che vediamo esprimersi in Europa», ha aggiunto. Insomma, i princìpi sono quelli che affondano nel pensiero liberale, ma innestati nella dottrina sociale cattolica affinché essi possano diventare – come già è, in parte – benessere diffuso per tutti. «Noi siamo liberali e popolari», ha sintetizzato Parisi. E alla fine della prima giornata, l’attore Cesare Vodani, chiamato sul palco a fornire qualche suggestione su che cosa mai diavolo si intendesse per “lib-pop”, ha concluso andando a ripescare un vecchio slogan di cui s’erano perse le tracce: «Lib-pop vuol dire: più società, meno Stato». 

Foto Ansa

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