“Boris” a Londra

Il 21 marzo in numerose sale cinematografiche italiane (e di 24 altri Paesi) è stata presentato il nuovo allestimento di Boris Gudonov di Modest Musorgskij

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ROYAL OPERA

Il 21 marzo in numerose sale cinematografiche italiane (e di 24 altri Paesi) è stata presentato, in diretta dal Royal Opera House Covent Garden di Londra, il nuovo allestimento di Boris Gudonov di Modest Musorgskij. E’ necessaria una spiegazione per coloro che hanno visto lo spettacolo, Musorgskij mise a punto almeno due versioni del testo del Boris basate, in parte, sulla “tragedia romantica” in 24 scene di Alekasndr Puškin (scritta nel 1825, ma pubblicata, dopo notevoli difficoltà con la censura zarista nel 1831 ed allestita, peraltro con numerosi tagli, solo nel 1870) ed in parte sulla “Storia dello Stato Russo” di Nikolaj Karamazin (redatta nel 1816-29 e diventata un libro di testo ufficioso nella Russia dei Romanov). Puskin e Karamazin vedevano la vicenda di Boris (assurto al potere alla fine del Cinquecento in una terra sterminata ma dilaniata da lotte vaste profonde) con occhiali molto differenti. Puskin guardava a Shakespeare, alla tragedia del potere costruito sul delitto come in Macbeth e Riccardo III, ma poi travolto dai rimorsi, oltre che dai suoi stessi inganni.

Karamazin, storico di corte, doveva avere, per ragioni di ufficio, una lettura ben differente: la tormentata vicenda dello zar usurpatore era solo un episodio nel processo che avrebbe portato alla pacificazione ed alla unità di “tutte le Russie” grazie ai Romanov. In sintesi, in Boris si mette in scena il tentativo di creare (utilizzando pure l’infanticidio) l’unità politica della Russia. Il tentativo fallisce quando un giovane monaco (Grigori) si rivolta contro lo zar usurpatore (per l’appunto Boris Godunov), proclama di essere lui stesso in persona l’erede al trono sparito in circostanze misteriose (Dmitri), utilizza la propria avvenenza per conquistare la principessa alla guida della dieta polacca (od essere da lei sedotto) e, con l’aiuto dei gesuiti desiderosi di “cattolicizzare” la Russia, forma un’armata di insorti, di polacchi ed anche di lituani per marciare contro Mosca. Nella versione definitiva del 1874, l’opera ha una conclusione aperta: armate si susseguono ad armate nella foresta per dare inizio ad una guerra probabilmente millenaria.
Il primo Boris o Ur-Boris, scritto e composto da Modest Mussorgskij nel 1868-69, è incentrato sull’ascesa e la caduta dello zar (presente in quattro quadri su sette); l’opera coniuga l’ambizione di contribuire a dare vita ad un teatro in musica nazionale russo ed a replicare le tragedie shakespeariane. Ebbe successo di pubblico, proprio per i suoi forti elementi di rottura in un mondo musicale in cui dominava la tradizione italiana e francese e si affacciava quella tedesca. Venne, però, stroncata duramente dalla critica: mancavano personaggio femminili (e non c’era, quindi, un intreccio d’amore), il tenore eroico (Grigori/Dmitri) era in scena solo in un quadro e non c’era alcun balletto (come era prassi delle rappresentazioni al Teatro Imperiale dell’Opera). Il secondo Boris, scritto e composto nel 1871-72, è, quindi, non più imperniato sulla tragedia dello zar travolto dai propri delitti e dalla propria brama sfrenata di potere ma sulla intera Russia e sul suo contesto internazionale nel “tempo dei torbidi”: il protagonista è presente in solo tre quadri su dieci. C’è spazio per un intreccio politico-amoroso tra l’ambiziosa principessa polacca ed il giovane “novizio” (Grigori) dell’età dello zarevich Dmitri (ucciso da Boris per assumere il trono) che prende le vesti ed il nome del suo coetaneo e con l’aiuto di eserciti stranieri si prepara a diventare, egli stesso, un nuovo usurpatore. Vengono, però, operati numerosi tagli rispetto alla prima versione (quali la “scena di San Basilio” del complotto dei boiardi contro Boris indebolito dall’avanzare della coalizione guidata dal falso Dmitri) e c’è anche un breve balletto al ritmo di una “polacca”.

L’orchestrazione sia del primo che del secondo Boris era giudicata rozza anche dai suoi amici più cari (come Rimiskij-Korsakov) poiché Mussorgskij (autoditatta in quanto costretto a guadagnarsi il pane da ufficiale, prima, e da burocrate, poi) non la avrebbe sufficientemente curata. In aggiunta, Mussorgskij aveva l’abitudine di orchestrare le singole scene delle varie versioni mantenendo inalterata la scrittura a penna delle parti vocali ( e non modificandola man mano che si evolveva da versione a versione). In effetti, sino a tempi relativamente recenti si rappresentavano edizioni che non corrispondevano a nessuna delle due edizioni e mezzo curate da Mussorgskij in persona ; sino alla fine degli Anni Sessanta veniva eseguita principalmente l’edizione “lunga”orchestrata da Rimiskij-Korsakov e più di recente quella , sempre “lunga”, curata da Šoštakovic (il quale curò anche una ri-orchestrazione dell’Ur-Boris, quasi mai eseguita neanche nella stessa Russia). Le differenze tra l’orchestrazione di Rimiskij-Korsakov e quella di Šoštakovic sono profonde: ottocentesca ma elegante come un arazzo seicentesco (e tale da smussare gli angoli più irti) la prima, possente ed interamente novecentesca la seconda (densa di echi non solo di Richard Strauss ma anche del jazz). Nelle esecuzioni in teatro venivano spesso introdotti rimaneggiamenti di vario tipo basati, dal 1928, su un’edizione critica di Pavel Lamm e Boris Asaf’ev. Mentre in Russia ed in numerosi Paesi dell’Europa orientale , si ascoltava la versione Pavel Lamm e Boris Asaf’ev sino a tempi relativamente recenti (in particolare all’esecuzione scenica di quella di Šoštakovic dal 1953), in Europa occidentale e negli Usa si seguiva, per lo più, quella raffinata ma fuorviante di Rimiskij-Korsakov e talvolta si sperimentava con quella di Šoštakovic. Nel 1975, infine, è stata pubblicata, in Gran Bretagna, una nuova edizione critica a cura di David Lloyd-Jones; viene rappresentata regolarmente al Metropolitan di New York (dove ha debuttato nel 1976) ed altrove e mostra la potenza dell’orchestrazione originale; include l’”atto polacco” e la scena finale nella foresta. Nonostante David Lloyd-Jones ne abbia approntato, un’edizione critica, raramente viene eseguito il più breve, shakespeariano, Boris del 1868-69 impostato sul drammatico confronto per il potere ed il contrasto tra zar e popolo. In Italia, la revisione critica di Llod-Jones è stata ascoltata a Firenze e Venezia. Quindi, a Palermo la si ascoltata per la prima volta in versione integrale nel 201, la versioni critica del Boris ‘lungo’. Il primo Boris , in versione critica, è stata vista , nella versione critica, a Roma venti anni fa, nonché, ma in una versione interpolata, in una tournée di una compagnia straniera (non ricordo di quale Paese) una diecina di anni fa nel circuito dell’Emilia Romagna.

Questa lunga spiegazione è necessaria per comprendere cosa è in scena al Convent Garden. In sintesi, viene presentata la prima versione in edizioni critica. A mio avviso, il regista Richard Jones compie un errore nel presentare il lavoro in una scena unica e senza interruzione tra i sette quadri: il dramma sembra dipanarsi senza soluzione di continuità, ma passano almeno dieci anni tra la scena dell’incoronazione e quella del monastero in cui il giovane monaco decide di assumere le vesti dello zarevich assassinato ed almeno un lustro tra la fuga del ‘falso Dimitri’ in Lituania e, poi, Polonia ed il crollo dell’Impero di Boris, il tradimento dei Principe Shuisky e, quindi, il finale. Jones presenta un dramma psicologico intimista che un suo valore ma di difficile comprensione per gli spettatori che non hanno dimestichezza con le varie versioni dell’opera. Ottima comunque la recitazione, anche grazie alla bravura attoriale dei cantanti, specialmente dei due protagonisti, Bryn Terfel (nel ruolo di Boris) e John Graham-Hall in quello di Shuisky.
La parte musicale è affidata ad Antonio Pappano, che, pur evocando toni shakespeariani, scava nella parte intimista. Ottimi gli interpreti ed i coro che ha un ruolo da protagonista.


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