Boom di esecuzioni capitali in Medio Oriente

Il 90 per cento delle esecuzioni capitali nel mondo, Cina esclusa, si compiono in Medio Oriente. Sette impiccati in Kuwait il 25 gennaio

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Ondata di esecuzioni capitali e di condanne a morte in Medio Oriente. Mercoledì scorso in Kuwait, dopo quattro anni di moratoria, sono stati impiccati sette dei 57 condannati che si trovano attualmente nel braccio della morte. All’inizio di gennaio il Bahrain ha interrotto una moratoria di fatto che durava da sei anni eseguendo le condanne di tre persone, tutte legate ad ambienti dell’opposizione politica, mentre nel mese di dicembre scorso la Giordania ha condannato a morte tre trafficanti di droga per l’uccisione di un poliziotto e l’Arabia Saudita 15 sciiti accusati di spionaggio a favore dell’Iran.

ANCHE I REALI. Particolarmente suggestiva la composizione della pattuglia di condannati impiccati in Kuwait il 25 gennaio: per quanto riguarda il sesso, si è trattato di quattro uomini e tre donne; per quanto riguarda la nazionalità di cinque stranieri e di due kuwaitiani; per quanto riguarda l’estrazione sociale, uno di essi era un membro della famiglia reale degli al-Sabah, ed è la prima volta nella storia dell’emirato che accade una cosa del genere. Faisal Abdullah al-Jaber al-Sabah era accusato di aver ucciso nel 2010 con cinque colpi di pistola sparati a bruciapelo il nipote Basel Salem Sabah al-Salem al-Sabah, costretto su una carrozzina per portatori di handicap. Non è stato reso noto il movente dell’omicidio.

L’INCENDIO AL MATRIMONIO. Non deve stupire il dato che 5 dei 7 giustiziati fossero stranieri: fra i 4 milioni e 200 mila abitanti del Kuwait, quelli di nazionalità estera rappresentano circa il 70 per cento del totale. L’altro giustiziato kuwaitiano era una donna, Nasra al-Enezi, responsabile del più grande eccidio della storia del paese in tempo di pace: 58 persone, 40 delle quali donne e bambini, morirono a causa di un incendio doloso da lei appiccato nel 2009 alla tenda dove si svolgeva il matrimonio con cui suo marito prendeva una seconda moglie. Le altre due donne impiccate invece sono una etiopica e una filippina, entrambe colf accusate dell’omicidio di membri della famiglia per la quale lavoravano. La filippina, di nome Jakatia Pawa, era stata condannata con l’accusa di avere accoltellato a morte nel sonno una figlia della famiglia per cui lavorava nel 2007. Secondo la senatrice filippina Cynthia Villar, il dna rilevato sull’arma non coinciderebbe con quello di Jakatia. In Kuwait risiedono e lavorano 240 mila filippini.

PENA CAPITALE IN MEDIO ORIENTE. Fra i giustiziati compare anche un uomo non accusato di delitti di sangue: un bangladese condannato per furto, rapimento e stupro. Gli altri due uomini condannati a morte (per omicidio) erano due egiziani. Le ultime esecuzioni capitali in Kuwait avevano avuto luogo nel 2013, e prima di tale data nel 2007. Anche nel 2013 fra gli impiccati figurava un pedofilo, un cittadino egiziano, accusato del rapimento e stupro di 17 bambini. Messa da parte la Cina, per la quale non si riescono a ottenere statistiche attendibili a causa del fatto che tutto ciò che riguarda la pena di morte è segreto di Stato (l’unica certezza è che le esecuzioni vanno calcolate in migliaia), il Medio Oriente è la regione del mondo dove si concentra la grande maggioranza delle esecuzioni capitali, che riguardano soprattutto tre paesi: Iran, Pakistan e Arabia Saudita.
Secondo Amnesty International il 90 per cento delle 1.634 esecuzioni capitali censite dall’organizzazione nel mondo (escludendo la Cina) nel 2015 sono avvenute nei tre paesi suddetti. Per l’esattezza 977 in Iran, 320 in Pakistan e 158 in Arabia Saudita. I sauditi nel 2015 hanno effettuato un 76 per cento di esecuzioni capitali in più rispetto al 2014. I dati del 2016 saranno con tutta probabilità resi noti da Amnesty International all’inizio dell’aprile prossimo.

Foto Ansa

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