Andreotti e Drive In: la storia circolare della nostra nazione

Una serata all’insegna della storia recente del nostro paese quella offerta mercoledì 2 febbraio da Canale5 e La7: da una parte Il Divo di Paolo Sorrentino, seguito da un dibattito moderato da Enrico Mentana, dall’altra Matrix con uno speciale su “Drive in”

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Serata strana, quella offerta mercoledì 2 Febbraio, da Canale 5 e La7.
In verità strana è stata la coincidenza di aver scelto di mettere in primo piano e approfondire pezzi di storia politica e televisiva, all’apparenza lontani nel tempo ma che in qualche modo riflettono l’attualità. Ha cominciato La7, in prima serata, proponendo in prima visione televisiva, “Il Divo”, il recente film di Paolo Sorrentino (2008), con protagonista un immenso Toni Servillo, che racconta a modo suo, tra il grottesco e la cronaca politico-giudiziaria, con forti iniezioni gossipare, l’epopea della Prima Repubblica targata Giulio Andreotti. Il dibattito che ne è seguito in studio, condotto da Enrico Mentana, si è sovrapposto a un’edizione di Matrix su Canale 5, tutta incentrata sul ruolo di “Drive in”, nell’evoluzione della tivù commerciale per opera dell’imprenditore Berlusconi, nella prima metà degli anni ’80.

 

Andreotti e il “Drive in”: un protagonista della politica messa in croce da Tangentopoli e la “genesi comunicativa” di chi sceso in campo a metà degli anni ’90, disarticolò il rimanente orizzonte partitico. E, saltabeccando tra una pausa pubblicitaria e l’altra, avere la sensazione di quanto risulti virtuale il confine tra le due epoche, come sia “circolare” la storia di questa nazione e dei suoi poteri.
Come, alla fine, sia un’operazione spericolata dare un giudizio storico definitivo sull’opera e la strategia politica del “Divo Giulio”: troppe ferite ancora aperte, troppa ideologia come filtro nei giudizi, troppi interessi economici ancora in ballo e soprattutto troppi i protagonisti di queste vicende ancora vivi e vegeti, affinchè recitare epitaffi indiscutibili.

E, per quanto riguarda “Drive in”, precipitarsi in una lettura “politica” sulla trasformazione del costume a opera del Cavaliere attraverso la tivù, senza tener conto che la vera rivoluzione della cultura e della società italiana (nel bene e nel male) fu opera dell’imporsi nel tessuto familiare del monopolio Rai (Pasolini docet).
Serata strana, quindi, ma anche involontariamente istruttiva, che ci ha confermato che il pensiero veramente libero e costruttivo non poggia sugli stereotipi dell’ideologia di turno, ma si confronta con una realtà che è sempre complessa e mai scontata.

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