Il Wimbledon torna a Plough Lane? Verso un happy end l’epopea della squadra perduta e ritrovata

250 yards, poco meno di 230 metri. Il futuro dell’AFC Wimbledon dista così poco dal suo passato. La storia da queste parti di Londra ha un nome che sa di ricordo nostalgico, Plough Lane, storico impianto che ha ospitato il club giallo-blu per quasi tutto il Novecento, dismesso nel ’98 dopo i profondi patimenti che portarono alla morte della squadra. Abbandonato tra sterpaglie e animali randagi, ora è stato trasformato in un complesso residenziale. Ma la notizia che da qualche giorno occupa le pagine del giornale ha un valore più che simbolico: perché vicino a quello stadio ce n’è un altro, che era usato per la corsa dei levrieri: la dirigenza dei Dons vorrebbe presto dare il via ai lavori di manutenzione di questo impianto per trasformarlo nella sua nuova casa e per tornare così, almeno simbolicamente, a Plough Lane.

VENDITA E RINASCITA. La storia del Wimbledon è più che nota in tutta l’Inghilterra: è l’iniziativa di azionariato popolare più riuscita da quelle parti, cominciata nel 2002 dopo che la crisi economica della squadra aveva portato la vendita del marchio a Pete Winkelman, produttore musicale che spostò il club a Milton Keynes, città a quasi 100 chilometri di distanza da Londra. I problemi dei giallo-blu erano cominciati, per certi aspetti, proprio a Plough Lane: nel ’91 la dirigenza aveva cercato di vendere la struttura a un gruppo edile e aveva dato il via ad una peregrinazione, sfortunata e costosa, in cerca di una nuova casa, che appunto li aveva portati fino a Milton Keynes. E quando il club si stava per trasferire lontano dal quartiere di Londra assumendo il nuovo marchio di MK Dons, ecco che i tifosi si erano imposti: «Il Wimbledon è di Wimbledon». Si misero insieme e crearono una nuova dirigenza, ereditarono il nome vecchio e ci aggiunsero l’acronimo “AFC”, “A football club”, uno qualunque, di tutti, del popolo. Si diedero una struttura e uno statuto, il club divenne “fan-owned”, di proprietà dei tifosi.

«TORNIAMO A CASA». Così dalla nona lega cui erano iscritti nel 2003 sono risaliti: di promozione in promozione, ora sono arrivati fino alla League Two, quarto gradino della piramide calcistica inglese. Fino ad oggi hanno trovato ospitalità al piccolo impianto Kingsmeadow, ma da qualche settimana c’è sul tavolo un progetto per fare un salto di qualità: la partnership sarebbe con un gruppo edile per costruire nel quartiere nuove abitazioni, ristrutturando appunto il vecchio impianto che diventerebbe così il cuore della zona. È risaputo quanto sia importante per i club britannici avere uno stadio proprio, che possa essere una vera casa e un faro per tutti i supporters, oltre che una bella fonte di guadagno. Per questo tutti ci tengono a tornare lì, dove la storia di quei colori ha sempre avuto il suo corso. La decisione finale spetta alla proprietà dei tifosi: la struttura potrà vantare dagli 11 mila ai 20 mila posti a sedere. Costo totale: 16 milioni di sterline. «Mia moglie mi dice sempre che quando perdo qualcosa, per ritrovarlo devo tornare nel posto in cui l’ho visto l’ultima volta», ha spiegato Eric Samuelson, presidente del club: è lui il primo che vuole mettere fine al viaggio dei Dons lontano da Plough Lane.

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