Chi educa oggi a Milano? La provocazione delle comunità
«La serata di lunedì non è mai comoda, tuttavia la vostra presenza mostra come stiamo intercettando una necessità concreta, come quella dell’educazione». Pietro Giuliani, uno dei giovani di Labora, saluta in questo modo gli ospiti e le famiglie con bambini piccoli giunte numerose nell’aula magna della Regina Mundi, un istituto punto di riferimento per il popolare quartiere di Corvetto. «Tra gli scopi di Labora c’è il desiderio di costruire relazioni tra chi si mette in gioco nella politica e chi opera in città in ambito educativo» prosegue «Oggi siamo qui per ascoltare realtà educative che sono già una risposta». «Una scuola che raduna circa 1.000 studenti e 120 docenti, come incide sul territorio?» domanda agli ospiti Giovanni Patanisi, insegnante che guida il dialogo.
L’opera educativa segno di un identità
Matteo Severgnini, Rettore della Regina Mundi, inizia il suo racconto partendo dal quotidiano: «La realtà nella percezione di tanti giovani è considerata una minaccia. Una volta un’insegnante, parlando in classe, ha chiesto ai ragazzi che cosa immaginassero dentro un pacco regalo ricevuto, ed è stata spiazzata da una ragazzina che aveva risposto che temeva di trovare una bomba. Questo fatto mi ha preoccupato, la realtà non deve essere percepita come un pericolo. Le grandi opere educative insegnano che la realtà porta dentro una positività, il tema di quest’anno a scuola è infatti “amare e conoscere”. La realtà ha un dono da scoprire, lo scrittore francese Saint-Exupéry diceva che da bambino cercava nella sua casa un tesoro nascosto».
Quando un’opera educativa incide nel suo contesto? «Un’opera, come un capolavoro d’arte, deve portare una firma e avere una sua identità. Abbiamo bisogno di conoscere chi la costruisce. Quanto più un’opera ha identità tanto più dialoga con tutti, è il contrario della mentalità attuale, indirizzata a promuovere ciò che è neutro. L’opera educativa è sempre un’opera corale come dice papa Leone XIV». Matteo Severgnini presenta le opere che crescono nel contesto di Corvetto e, tra queste, «un bar gestito dalle famiglie del quartiere che sta diventando un punto prezioso di aggregazione».

L’errore come possibilità per ricominciare
Daniel Zaccaro, giovane educatore presso la realtà di Kayros dal 2016, racconta la sua storia con un esempio: «A San Vittore, quando anch’io ero detenuto, ho conosciuto John, un ragazzo copto egiziano, tosto e brillante, diplomatosi in carcere, che ha vinto in seguito una borsa di studio in Economia alla Bocconi, un fatto incredibile. Dopo la laurea si è cimentato nei colloqui di lavoro, molte aziende davanti alla sua fedina penale sporca non erano disponibili a prenderlo. Tuttavia ad una domanda cruciale sul perché doveva essere assunto ha risposto con sincerità: “Perché ho sbagliato”, ovvero conosco cosa significa sbagliare». L’educatore sottolinea inoltre come i ragazzi di oggi provino fascino per le persone che si sono rialzate dopo i loro errori, la perfezione non li attira.
Il dono gratuito della nostra dignità umana
Giulia Bertolesi, suora della Carità dell’Assunzione di Via Martinengo, presenta l’esperienza delle religiose nel quartiere citando un documento papale: «Nella “Quo Vadis, humanitas?” si afferma: “Essere una persona umana con una dignità infinita, è frutto di un dono gratuito che ci precede”. Questa certezza di essere dono gratuito è un punto di partenza irrinunciabile. Il convento dove sono stata accolta ha valorizzato la mia umanità. Noi suorine per vocazione siamo chiamate a custodire le persone più bisognose per custodire l’umano, la mia comunità è il luogo che mi custodisce. Ci sono gesti quotidiani e fedeli nel tempo: aiutiamo i bambini nello studio o li accompagniamo durante una terapia. A partire da questa consapevolezza ci si accorge che l’altro è mistero e vocazione al tempo stesso. Questa alleanza tra la scuola e le famiglie fa nascere inoltre cose inaspettate: una volta durante una gita sulla neve, un bambino problematico si è aperto incredibilmente con gli altri condividendo la sua merenda. Colpisce sempre quando si vede un ragazzo che, valorizzato, tira fuori dei doni inaspettati. Alcuni si domandano: “Sarò in grado di fare le medie?”. Molti si stupiscono nello scoprire i propri talenti».
Suor Giulia Bertolesi si addentra nel racconto: «Quest’estate abbiamo condiviso dei pranzi con alcune mamme arabe in convento, siamo andate anche al mare insieme, è stato un mistero grande vedere questa nuova unità, portatrice di speranza».
Le realtà sportive come agenzie educative
«Cosa può ottenere un ragazzo iscrivendosi ad un’attività sportiva?» domanda Giovanni Patanisi a Marco Zanetel, dal 2016 Consigliere Territoriale CSI Milano, che presenta il contesto dove opera: «Il Centro Sportivo Italiano utilizza lo sport come strumento per far crescere le persone, aiutandolo a stare con gli altri. Oggi ci sono 640 società dentro il CSI, in un anno abbiamo fornito 2,7 milioni di ore di volontariato attraverso le diverse società sportive. Desideriamo che ogni ragazzo faccia suoi questi cinque principi: relazioni, regole, responsabilità, fiducia e appartenenza. I ragazzi incontrano degli adulti che diventano punti di riferimento, inoltre devono accettare il limite comprendendo di non poter fare tutto quello che vogliono. Ognuno deve poi assumere un ruolo nella propria squadra, si tratta di cose piccole ma vissute quotidianamente dai nostri ragazzi».
Sentirsi parte di una squadra rende i giovani protagonisti: «Quando un ragazzo entra in una società sportiva diventa parte di una comunità. Nel 2025 il CSI Milano ha registrato ben 148.000 tesserati, potrei citare altri numeri, ma tutti dimostrano come la persona è sempre al centro delle nostre attività». Il relatore cita l’esempio della polisportiva Assisi che devolve il suo ricavato alla Fondazione CSI per il mondo, nel bilancio sociale emerge inoltre l’impatto delle comunità sportive, che sono complementari e sinergiche nei loro territori.
«Tutto può partire da un invito, “Vieni a giocare” cosi nasce l’inclusione. Un campo da calcio non è un servizio sociale, un allenatore non è un assistente sociale, tuttavia è spesso il primo punto di riferimento per molti ragazzi. Una società sportiva li vede con continuità, sia nei momenti belli come le vittorie, sia in quelli più faticosi come le sconfitte. Le società sportive non risolvono tutto, ma ascoltano e possono attivare le reti giuste. Abitare il territorio significa impiegare lo sport per riaggregare le persone rigenerando i quartieri».
Zanetel evidenzia come sono state assegnate dodici borse di studio per sostenere i giovani nella loro attività ludico-sportiva, il territorio diventa così più abitabile quando c’è una comunità in un campo sportivo. Con il Tribunale dei minorenni di Milano è nato anche un percorso riabilitavo ed educativo, lo sport può essere un elemento di presidio educativo.
La comprensione dei bisogni
Giulia Bertolesi si concentra sul contesto di Corvetto: «Costruire una realtà nuova nel quartiere significa andare incontro anche alle persone che fanno fatica a pagare gli affitti. Ci vuole il coraggio di leggere i bisogni delle persone, chiamarli per nome. Non si deve temere la realtà anche davanti alle situazioni più complesse. Essere presenti significa inoltre dare un giudizio sulle condizioni in cui la gente vive, Corvetto non è un ghetto. Stare dentro la realtà significa fare in modo che Cristo possa essere incontrato. Era proprio di Don Giussani l’intuizione di far riscoprire Cristo attraverso la carità. Stare nell’oggi significa poi rispondere alle domande concrete delle persone, lo stesso papa Leone XIV nella sua enciclica invita a sporcarsi le mani, tutto questo crea dei rapporti umani, che danno vita ad un popolo nuovo».
Il dono che genera
Giovanni Pattanisi chiede a Daniel Zaccaro cosa significa trasformare le fragilità in risorse: «Vivo ogni giorno esperienze formative con il desiderio di dare qualcosa agli altri. Molti ragazzi oggi hanno bisogno di curiosità, io stesso devo conoscere quelli che mi trovo davanti, senza appiccicare delle etichette». Il contributo dei ragazzi che hanno vissuto esperienze difficili è unico, ho in mente Islam, un ragazzo egiziano, dopo aver imparato ad usare una macchina da cucire ha aperto successivamente una sartoria in centro a Milano.
Matteo Severgnini ritorna al primo esempio raccontato: «Il giorno dopo l’insegnante ha portato un pacco regalo in classe e lo ha posto proprio davanti alla ragazzina che temeva di trovare una bomba, aprendolo ha trovato invece con lieta sorpresa il medaglione di Auryn, del libro “La Storia infinita”. La fragilità dei nostri ragazzi è legata alla mancanza di adulti, che trasmettono speranza. Don Luigi Giussani, una volta parlando con Testori disse che non si può dare al figlio dono più grande del comunicare la gioia di un destino».
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