Tentar (un giudizio) non nuoce
Kenya: la promessa africana ancora incompiuta
La settimana appena passata mi ha visto in Kenya per una visita istituzionale di kick off del progetto Agripact. Si tratta di un progetto di cooperazione internazionale fortemente voluto da Regione Lombardia (e da me personalmente), del valore di oltre 10 milioni di euro, finanziato in gran parte dalla cooperazione italiana nel più ampio contesto del Piano Mattei, che verrà realizzato nell’arco di tre anni e mezzo. Lo scopo è quello di incrementare il reddito e la qualità della produzione dei piccoli agricoltori e allevatori delle contee di Kilifi e Nakuru, con azioni di formazione e scambio di buone prassi agronomiche, ma anche sostenendo il tessuto sociale, l’inclusione dei giovani e delle donne, la capacità di cooperare insieme.
Per farlo, nel progetto abbiamo coinvolto partner locali, come le due contee o le cooperative di piccoli produttori, ma anche Aics, l’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo, Unido, l’agenzia dell’Onu per lo sviluppo industriale, e qualificati partner lombardi, come alcune imprese già presenti in loco e talune delle nostre principali Ong operanti da tempo in Kenya, come Avsi, Cesvi, E4Impact, Mani Tese, Albero della Vita, Medicus Mundi.
La Pianura Padana in Kenya
In sintesi, si tratta di dare contenuto reale all’idea che lo sviluppo nasce dal basso, dalle comunità locali e dai legami di fiducia e collaborazione che si possono creare nel territorio; non si cala dall’alto attraverso grandi sussidi economici, che corrono il rischio di degenerare nell’assistenzialismo o perdersi in meandri di dubbia trasparenza.
I giorni spesi nel Paese sono trascorsi tra incontri istituzionali con i governi delle contee coinvolte, i ministeri dell’Agricoltura e della Cooperazione a Nairobi, la nostra ambasciata, ma anche visite nei campi dei piccoli produttori e incontri con i soci di alcune cooperative agricole, oltre alle interminabili code sulle strade keniane, tanto trafficate quanto malconce. Ho avuto anche l’occasione di visitare Marula Estates, una grande azienda agricola che fa capo alla famiglia Natta, da molti anni impegnata in Lombardia come in Kenya a far convivere agricoltura e sostenibilità, tenendo insieme produzione di qualità e tutela della biodiversità e dell’ambiente. Un’esperienza straordinaria che, se da un lato, in quanto a tecniche agronomiche, ha portato la Pianura Padana in Kenya, producendo fiori, avocado, verdure, ecc., e allevando mucche, capre, pecore, cavalli, irrigando con pivot lunghi centinaia di metri, dall’altro ha concretamente favorito la conservazione e la coesistenza con migliaia e migliaia di animali selvatici: dalle giraffe agli ippopotami, passando per zebre, impala, bufali, facoceri, gazzelle, aquile, aironi, ecc.
Speranza e tenacia
Mi ha molto colpito la distanza tra una grande farm gestita così bene da sembrare un pezzo del giardino dell’Eden e il campo con poche unità di alberi di mango o di avocado che abbiamo visitato, senza irrigazione, con poche competenze sulle tecniche di coltivazione — non sapevano neppure a quale distanza piantare gli alberi da frutto — e l’allevamento di una donna keniota con solo quattro mucche e un vitello, che doveva vendere perché altrimenti non avrebbe avuto cibo a sufficienza per tutti.
Eppure, di quei piccoli agricoltori mi ha colpito la speranza e la tenacia. La speranza in Dio — ogni incontro cominciava con una preghiera collettiva, fatto impensabile da noi — e la tenacia fatta di resilienza alle avversità — come la pioggia assente o, al contrario, alluvionale — e di fiducia. Fiducia soprattutto nella dimensione cooperativa, intesa come lo strumento e la condizione per avere l’aiuto necessario a continuare la propria attività e a far crescere produzione e reddito.
In fondo, un secolo e mezzo fa la nostra agricoltura si è sviluppata ed è cresciuta grazie alla stessa idea solidaristica portata avanti dal movimento cooperativo. Se ancora oggi alcune delle principali realtà imprenditoriali nel campo agricolo e dell’allevamento hanno forma cooperativa, lo si deve a quei pionieri che a fine Ottocento ebbero l’intuizione di mettere insieme i piccoli agricoltori per dare loro dimensione e mezzi necessari a crescere.
Le buone idee non muoiono mai e a volte riprendono vita dove meno te lo aspetti!
Il futuro dell’Africa
Mi auguro che il Kenya, anche grazie al nostro aiuto, possa farne tesoro. In un Paese in cui la corruzione è a livelli endemici e le scuole — peraltro costosissime a ogni livello, così come la sanità — usano ancora regolarmente la punizione corporale come normale strumento educativo, innestare il seme della solidarietà e della cooperazione può contribuire a una rivoluzione necessaria verso un reale sviluppo, che non sia solo crescita economica, ma anche culturale e sociale. Solo così l’Africa potrà compiere davvero la promessa per il proprio futuro.
Una promessa che l’essere il continente più giovane del pianeta porta con sé, ma che sarà impossibile da realizzare senza offrire a un miliardo di giovani opportunità di lavoro e benessere nel proprio territorio, capaci di contrastare l’emigrazione, altrimenti unica speranza di una vita migliore.
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