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Zuckerberg e il ludus dajjalicus

marzo 3, 2017 Francesco Barone

Ecco, un inno in lode del globalismo redentore forgiato dal basso. Vexilla Regis Prodeunt Inferni, direbbe Dante.

Mark Zuckerberg è pronto. Mette in scena l’Eden in terra. L’icona principe di questo ammirevole pianeta ben connesso sta per fare del mondo un Paradiso (ne sa qualcosa lui, cittadino di quella Silicon Valley che il filosofo Peter Sloterdijk nomina “paradiso dei bastardi”). Addì 16 di febbraio – in un giovedì di Berlicche, avrebbe annotato C.S. Lewis – dal pulpito californiano del suo balocco mediatico, Facebook, il giovane miliardario rivela come redimere l’umanità dal male e mettere il turbo all’edificazione di una ‘comunità globale’. Ecco Building Global Community. Una lettura che desta – in noi arcaici, anacronistici devoti di una verità intemporale indigesta ai ‘moderni’ – il brivido di un bieco presagio, l’Anticristo (o Dajjâl, ‘ciarlatano’, ‘impostore’, secondo l’islam), non fosse altro per la sintonia tra i segni del maestro d’inganni e seduzioni e la prosa altamente etica del guru dell’Intelligenza Artificiale. Ed ecco svelati allora – dopo la lettura del sermone di Zuckerberg, proprio come un gioco d’incastri – l’esatta coincidenza tra i suoi dettati morali e i raggiri dell’Anticristo smascherati dalla Tradizione. Solov’ëv, nel Racconto dell’Anticristo (1899), avverte come l’Impostore saprà «conciliare tutte le contraddizioni», tanto che, soleva dire il profeta Muḥammad, «porterà con sé l’immagine del Paradiso e al Fuoco: ma quello che dirà essere il Paradiso sarà invece il Fuoco». L’illuminato sguardo di Zuckerberg si posa, benevolo, sulla stirpe dei mortali. Una – in un afflato di pura misericordia – la domanda a sé stesso: come aiutare la gente a costruire delle comunità ‘di supporto, sicure, informate, civilmente impegnate e inclusive’. Ecco, un inno in lode del globalismo redentore forgiato dal basso. Vexilla Regis Prodeunt Inferni, direbbe Dante.

«Stiamo costruendo il mondo che vogliamo?» – Attacco da manuale: bisbigli sussurrati alla platea planetaria che si vorrebbe orientare a pensare come fosse un sol uomo e a contemplare un’identica meta. Si pesca nei fondali di un malessere reale; i dissennati valletti del Figlio della Perdizione scimmiottano i moti del Figlio dell’Uomo allorché questi «vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore» [Mt 9:36]. L’agenda anticristica specula con cinica dissimulazione sulle inquietudini di un’epoca frastornata al liquefarsi del miraggio delle ‘magnifiche sorti e progressive’.

Ora il progresso pretende che l’umanità superi una volta per tutte le sue radici locali e nazionali per unirsi come ‘comunità globale’ – Le inesorabili leggi metastoriche sanciscono che agli sgoccioli di un ciclo cosmico anche le ultime certezze debbano disperdersi come pula al vento. Tappa dopo tappa, la caduta dissolvente culminerà nella Grande Parodia di un mendace impero universale riparatore d’ogni guasto e panacea d’ogni male. Le naturali diversità dell’umano genere, già intaccate dal progressivo sfaldarsi della nozione di ‘confine’ (che ogni civiltà tradizionale, e dunque normale, sapeva essere sotto la tutela di potenze invisibili), saranno risucchiate, dai tenebrosi adepti che operano dietro le quinte della storia, nel paradossale calderone d’una uniformità caotica, facendo caricatura della parola coranica sul nostro venire «da un‘unica anima». Il tempo è maturo per imbrigliarci tutti nella Rete.

La globalizzazione si lascia indietro pezzi di umanità, e non manca addirittura chi esorta e tirarsene fuori – Coi consueti sottintesi, il suadente apostolo di questa sfacciata pseudo-religione secolare dà a intendere che rifiutare il villaggio globale equivale a peccare contro lo Spirito: solo peccato cui non sia concesso perdono. Dietro il paravento di nobili fini si raccomanda poi agli uomini non soltanto di fare qualcosa (ovvero l’aderire a questo Ordine Mondiale), ma di farlo di buon grado.

I disagi sociali ed economici sono spia del bisogno di qualcosa di ‘più grande di noi’. L’instabilità odierna necessita di più comunità globale. Gli attuali sistemi di controllo sono insufficienti ad affrontare con efficacia problemi globali come terrorismo, disastri naturali, epidemie, crisi di rifugiati e cambiamenti climatici – «Quando diranno pace e sicurezza, allora d’improvviso li colpirà la rovina», recita la seconda epistola di Paolo ai Tessalonicesi. Con subdola nonchalance, Zuckerberg ben si guarda dall’identificare nell’ordine economico delle grandi multinazionali, che arricchiscono pochissimi, impoveriscono le moltitudini e violentano la terra, la causa principale di simili dissesti. Si cela qui la chiave del travestimento della Bestia, travestimento tale da abbindolare anche gli eletti se ciò fosse possibile. Dinanzi a un’umanità digiuna di profondo discernimento e preda della più nera ignoranza spirituale, l’Anticristo esordirà nelle più seducenti e rassicuranti vesti di benefattore, mostrandosi «dolce, amorevole, tranquillo, devoto, operatore di pace, odiatore dell’ingiustizia, amico degli stranieri e dei poveri, pietoso. E sarà tutte queste cose essendo un dissimulatore e un imbroglione e intendendo ingannare tutti quanti perché lo si faccia re», scriveva intorno al IV secolo lo Pseudo-Ippolito.

Si dovrebbe evitare il rischio di polarizzazione e sensazionalismo delle informazioni, come pure di urtare differenti sensibilità culturali confrontandole con contenuti indesiderati. Più raffinati algoritmi potranno ovviare a tali inconvenienti, implementando la disponibilità di informazioni supplementari e di filtri selettivi regolati su esigenze e sensibilità specifiche – In questi propositi, così amabilmente ragionevoli ed equanimi verso le più diverse istanze, si cela il vero capolavoro del nostro ‘globalista telematico’. E per stanarne l’astuzia ci soccorre l’aquilina visionarietà di Solov’ëv, che dipinge l’Anticristo insuperabile nell’arte di miscelare il vero al falso, insieme «a una geniale abilità che consente a ogni singolo pensatore o uomo d’azione di intendere e accettare l’insieme [di quanto l’Anticristo offre] dal proprio particolare punto di vista, senza nulla sacrificare della verità in sé stessa», così che chiunque dirà – aggiunge il grande scrittore russo: «Ecco, questo è proprio quel che mi serve: un’ideale che non è un’utopia, un progetto che non è una chimera». In questa singolare pretesa di ricomporre le più schizofreniche dissonanze del nostro tempo a suon di algoritmi governati dal ‘mistico’ potere dell’Intelligenza Artificiale, si invera quanto magistralmente notato da René Guénon ne Il Regno della quantità e i Segni dei Tempi sul carattere falsificatore e necessariamente “artificiale” del regno dell’Anticristo, che «non potrà mancare, nonostante tutto, di avere quel carattere ‘meccanico’ che è presente in tutte le produzioni del mondo moderno: essa ne sarà anzi l’ultimo prodotto». Ma per chi conosce il seguito di questa storia, il finale è noto: non praevalebunt.

Foto Ansa

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