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Un giorno con il cardinale Angelo Scola a Westminster

novembre 25, 2012 Rodolfo Casadei

La straordinaria rilevanza civile dell’incontro tra un arcivescovo italiano e un coraggioso Lord inglese nel cuore dell’Occidente politicamente corretto e umanamente esausto.

Un cardinale della Chiesa cattolica romana, italiano per di più, invitato a tenere una lezione e una discussione pubblica presso la Camera dei Lord a Londra: come può succedere una cosa del genere? Le principali esportazioni italiane in Inghilterra sono cibo, moda, studenti. Ma c’è chi si è accorto che dall’Italia è possibile importare anche un sapere specializzato nel far incontrare i diversi, un’esperienza di valorizzazione delle differenze, una capacità relazionale che non fa a meno di un alto profilo scientifico e accademico. È così che a parlare di “Religione, Pluralità e Bene comune” sotto le solenni volte del parlamento di Westminster è stato chiamato l’arcivescovo di Milano monsignor Angelo Scola, nel suo ruolo di presidente della Fondazione internazionale Oasis. Anche dopo avere ricevuto l’onorevole e oneroso incarico di guidare l’arcidiocesi di Milano il cardinale non ha abbandonato la sua creatura, fondata nel 2004 quando era patriarca di Venezia per incoraggiare la comprensione e l’incontro fra cristiani e musulmani, a partire dalle comunità cristiane presenti in Medio Oriente e Nordafrica. I riconoscimenti al suo lavoro, come si vede, confermano il valore dell’esperienza, che lui non perde occasione di promuovere con convinzione. Dopo essere stata presentata già all’Unesco (Parigi, 2005) e all’Onu (New York, 2007), per la prima volta Oasis ha fatto il suo ingresso in un parlamento nazionale. E non certo uno qualunque.

Del resto il Regno Unito ospita una numerosa comunità musulmana (si parla di 1,8 milioni di residenti, in grande maggioranza provenienti dal subcontinente indiano) e il tema del loro rapporto con le leggi, le istituzioni e l’identità del paese di cui sono cittadini è sempre caldo, per non dire scottante e foriero di opposte polemiche quando il discorso cade sulla presenza militare britannica in Afghanistan o sulla condizione delle donne di famiglia islamica nel paese dove regna Elisabetta II. Gli inglesi di antica ascendenza hanno molte critiche da fare ai loro concittadini musulmani, i musulmani affermano di essere discriminati e sottoposti ad attacchi. L’ultimo caso che ha agitato le acque è stato quello di Malala Yousafzai, la 15enne studentessa e attivista pakistana ferita a colpi di arma da fuoco dai talebani mentre tornava da scuola. Dopo che è stata trasportata in Europa e ricoverata a Birmingham per cure specialistiche (è stata ferita alla testa e al collo), l’Mcb, l’associazione dei musulmani britannici, ha condannato l’attentato. Molti commentatori hanno osservato che la condanna era tardiva e le parole della dichiarazione poco incisive, e che questo si spiega col trattamento patito da molte ragazze pakistane immigrate nel Regno Unito: vengono ritirate da scuola e fatte sposare non appena possibile. Alcune organizzazioni femminili di donne musulmane si sono associate alle critiche, confermando che una mentalità arretrata di tipo talebano è presente in molte famiglie delle loro comunità. In giro per Londra si vedono passare i tipici autobus rossi a due piani con un grande pannello laterale dove si legge: “Musulmani per la lealtà, la libertà e la pace – Amore per tutti, odio per nessuno”. Responsabili di questa pubblicità sono però i musulmani Ahmadiyya, diffusi in Pakistan e India, considerati eretici dagli altri islamici perché a Maometto affiancano un altro profeta, di nome Mirza Ghulam Ahmad.

La convivenza degli inconciliabili
Anche i cristiani, tuttavia, non se la passano benissimo. Teoricamente rappresentano la maggioranza della popolazione (71 per cento) e gli anglicani poi addirittura sono Chiesa di Stato, ma le leggi li costringono ogni giorno di più a scegliere fra la fedeltà alla propria coscienza e la sottomissione a Cesare. Due settimane fa è stato bocciato per la quarta e probabilmente ultima volta il ricorso presentato da Catholic Care, un’agenzia per adozioni di Leeds, contro il paragrafo dell’Equality Act che la costringerebbe a fornire i suoi servizi anche a coppie di persone dello stesso sesso. L’agenzia sarà costretta a chiudere i battenti, come è successo fra il 2007 e oggi a tutte le agenzie cattoliche che si occupavano di adozioni. Lo stesso Lord Alton di Liverpool, il pari del Regno che ha invitato il cardinal Scola a parlare presso la Camera dei Lord nella quale siede, è politicamente parlando un prodotto dell’emarginazione delle posizioni riconducibili all’etica naturale riconosciuta dalla Chiesa. Deputato liberale dal 1979, il più giovane membro della Camera dei Comuni, dopo la fusione che diede vita al partito Liberaldemocratico ha dovuto andarsene dalla formazione politica, perché poco tempo dopo l’aborto legale in qualunque fase della gestazione è diventato la linea politica ufficiale del partito.

Che fare davanti alla scoperta che nella società sussistono punti di vista inconciliabili? Scola ha proposto il primato del «principio di comunicazione», da intendersi «come una fondamentale “condivisione”». Così l’ha spiegato: «La comunicazione in senso proprio comprende uno scambio di narrative diverse in vista di un reciproco riconoscimento. Possiamo parlare di un “bene della comunicazione” . Esso rappresenta anche il fatto politico primario. Perché la vita in società ha bisogno di un’idea di bene come base comune per il riconoscimento. Ma in un contesto di pluralità non possiamo derivare una tale idea da una visione condivisa del mondo. Cosa resta allora che abbiamo in comune? Rimane il fatto stesso della comune esistenza o, se preferite, il bene pratico dell’essere insieme».

Decisamente provocatorio, il cardinale. Non siamo d’accordo, dice, sulla direzione dello sviluppo della società, dunque non abbiamo un’idea condivisa di bene comune, ma un bene comune ce lo abbiamo: il fatto stesso che, diversi come siamo, siamo insieme. E ha avuto il coraggio di dirlo nella patria dell’utilitarismo, di Jeremy Bentham, dove l’unico contraltare al politicamente corretto liberal e secolarista che sta imprimendo caratteri totalitari ad aspetti della vita quotidiana dei britannici è da sempre l’idea che i valori debbano semplicemente stare fuori dalla vita sociale. Che a tenere insieme il musulmano conservatore, il cattolico papista e il protestante individualista è solo l’utilità per sé che ciascuno può trarre dai rapporti con gli altri. A questa visione l’arcivescovo di Milano ha replicato che «l’utile è di breve durata», come dimostrerebbe la crisi economico-finanziaria globale. Che «rappresenta la radicale confutazione di un certo modo di intendere l’umano». «Se dunque la crisi è il sintomo di una concentrazione sull’immediatamente utile che ignora la comunicazione e rende la vita insieme precaria, la soluzione non può venire da un semplice maquillage etico, ma richiederà un ripensamento antropologico radicale. Questo dovrà rimettere a fuoco la questione della verità nel suo nesso vitale con la libertà».

«Ci sono sorprese in serbo per noi»
Nel corso della discussione, così come in occasione della conferenza pubblica che il cardinale ha tenuto nel pomeriggio all’Heytrop College di Kensington, che possiamo definire l’università gesuita affiliata all’università di Londra, si sono levate voci sia da parte cristiana che da parte musulmana per invocare un’alleanza fra religioni monoteiste contro il secolarismo rampante. Scola ha risposto con la consueta prudenza: ha riconosciuto che la vita in una società secolarizzata tende ad avvicinare credenti di religioni diverse accomunati dalla sensibilità per la questione della verità, e che certamente è possibile e auspicabile un impegno comune sulle numerose questioni etiche che vedono convergere cristiani e musulmani; ma ha anche ammonito che questo potrebbe diventare «un approccio riduttivo a causa della sua natura essenzialmente difensiva», e che si devono evitare «tendenze antimoderne che mettono in questione le indubbie conquiste della modernità». Non ha tuttavia risparmiato le critiche all’Europa contemporanea «che non ha nessun desiderio di imparare da altri, che manca della capacità dell’ascolto fecondo», che appare affaticata e priva di energie, energie di cui invece sembrano ricchi i nuovi immigrati sul suolo europeo. «La crisi (economico-finanziaria, ndr) potrebbe avere sorprese in serbo per noi. Mentre la società tecnologica, debole in termini di ideali, tende a espellere il senso religioso, non è impossibile che l’attuale stallo possa aprirsi a un ritorno del trascendente». Anche perché «dall’altra parte, per quanto riguarda i paesi a maggioranza musulmana, la pratica religiosa sembra aver raggiunto uno dei livelli più alti dell’intera storia».

L’egemonia culturale secolarista che ha imposto di neutralizzare le religioni come fattori politici potrebbe ritrovarsi sulla difensiva. Ha sottolineato il teologo anglicano John Milbank, presente ai lavori: «All’inizio della convivenza umana non c’è un contratto, c’è uno scambio, anche in termini di comunicazione. Il cuore della civitas è il continuo dibattito fra posizioni diverse per arrivare insieme alla definizione del bene comune». «Il sistema democratico ha le sue procedure per arrivare alla definizione delle leggi e delle regole che valgono per tutti», ha detto Scola, «ma sarebbe un errore e una grossa perdita se alle posizioni religiose fosse impedito di portare il loro originale contributo al dibattito su ciò che è bene per tutta la società». Urge il riconoscimento dell’altro come altro. Nella società dell’omologazione che tollera solo le differenze che non hanno l’ambizione di pronunciarsi sul bene comune, sembra pura utopia. Ma il rimescolamento delle carte dovuto alla crisi economica sistemica e all’islam in movimento potrebbe far cambiare molte cose.

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