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Udienza generale, Papa: «Gesù nel pane e nel vino offre e comunica se stesso»

gennaio 13, 2012 Benedetta Frigerio

Nell’udienza del mercoledì Benedetto XVI ha introdotto i fedeli al senso del cammino pasquale. Il pontefice ha ricordato il significato dell’ultima cena di Gesù, nel quale il figlio di Dio: «ringrazia del pane e del vino e la preghiera di lode e ringraziamento ritorna come benedizione, che scende da Dio sul dono e lo arricchisce»

C’è un modo in cui Dio libera il mondo e soccorre gli uomini nella prova. E accogliendolo i cristiani possono fare lo stesso. Lo ha detto oggi il Papa nella sua catechesi, introducendo i fedeli al senso del cammino pasquale e parlando della preghiera di Gesù la sera prima di morire. Ma cosa fa Gesù nell’ultima cena a tavola con i suoi amici? Ringrazia, ha ricordato Benedetto XVI «del pane – lavorato dal frumento che Dio fa germogliare e crescere dalla terra – e del vino prodotto dal frutto maturato sulle viti. Questa preghiera di lode e ringraziamento, che si innalza verso Dio, ritorna come benedizione, che scende da Dio sul dono e lo arricchisce». Il ringraziarLo per quanto ricevuto diventa così «benedizione, e l’offerta donata a Dio ritorna all’uomo benedetta dall’Onnipotente». Le parole dell’istituzione dell’Eucaristia si collocano quindi nel contesto di preghiera che i cristiani ricelebrano nella Messa.

Prima delle parole vengono però i gesti, ha proseguito il Santo Padre «dello spezzare il pane e dell’offrire il vino. Chi spezza il pane e passa il calice è anzitutto il capofamiglia che accoglie», ma questi segni «acquistano una profondità del tutto nuova (…) Gesù nel pane e nel vino offre e comunica se stesso». Ma come può Gesù, ha domandato il pontefice «dare in quel momento se stesso? Gesù sa che la vita sta per essergli tolta attraverso il supplizio della Croce, la pena capitale degli uomini non liberi, quella che Cicerone definiva la mors turpissima crucis». Ma sa anche di anticipare «la sua morte e la sua risurrezione realizzando ciò che aveva detto nel discorso del Buon Pastore: “Io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo”». La morte quindi non è imposta a Dio: «Egli offre in anticipo la vita che gli sarà tolta e in questo modo trasforma la sua morte violenta in un atto libero di donazione di sé per gli altri e agli altri. La violenza subita si trasforma in un sacrificio attivo, libero e redentivo».

Ma la via scelta da Dio è incomprensibile per i suoi amici. Perciò, «la preghiera di Gesù, quando si avvicina la prova anche per i suoi discepoli» serve a sorreggere «la loro debolezza, la loro fatica di comprendere che la via di Dio passa attraverso il Mistero pasquale di morte e risurrezione». E la preghiera, ha concluso il pontefice, riguarda proprio il capo della Chiesa: «È particolarmente per Pietro, perché, una volta convertito, confermi i fratelli nella fede. L’evangelista Luca ricorda che fu proprio lo sguardo di Gesù a cercare il volto di Pietro nel momento in cui questi aveva appena consumato il suo triplice rinnegamento, per dargli la forza di riprendere il cammino dietro a Lui». Come allora anche in questo momento di smarrimento e crisi particolari «partecipando all’Eucaristia, viviamo in modo straordinario la preghiera che Gesù ha fatto e continuamente fa per ciascuno affinché il male, che tutti incontriamo nella vita, non abbia a vincere e agisca in noi la forza trasformante della morte e risurrezione di Cristo». E allo stesso modo, «nutrendoci della Carne e del Sangue del Figlio di Dio, noi uniamo la nostra preghiera a quella dell’Agnello pasquale nella sua notte suprema, perché la nostra vita non vada perduta, nonostante la nostra debolezza e le nostre infedeltà, ma venga trasformata». Cosicché, «uniti profondamente nella sua stessa offerta al Padre, possiamo anche noi trasformare le nostre croci in sacrificio, libero e responsabile, di amore a Dio e ai fratelli».

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