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Spagna, referendum. Preti catalani contro la Corte costituzionale

settembre 22, 2017 Rodolfo Casadei

Quasi 300 sacerdoti catalani hanno firmato e diffuso una lettera pubblica a favore del referendum di autodeterminazione del 1° ottobre: «È legittimo e necessario»

epa06208217 People take part the in a march with several Mayors of Catalonia to the Generalitat seat, in Barcelona, Spain, 16 September 2017, to support the region's independence referendum. The Catalan independence referendum scheduled for 01 October was suspended by the Spanish Constitutional Court and agreed upon to hear arguments to determine if it violates the Spanish Constitution which states that the nation is 'indivisible'.  EPA/TONI ALBIR

Mi immischio o non mi immischio? Mi immischio. Così devono avere pensato i quasi 300 sacerdoti catalani che venerdì 22 settembre hanno firmato e diffuso una lettera pubblica a favore del referendum di autodeterminazione del 1° ottobre, che la Corte costituzionale spagnola ha sentenziato illegale, e indirettamente a favore dell’indipendenza della Catalogna, rompendo la tradizionale riservatezza ecclesiastica sui temi prettamente politici. Nel loro comunicato i 282 preti e 21 diaconi criticano lo Stato spagnolo per non aver voluto «concordare le condizioni» del referendum convocato dalla Generalitat catalana e sfidano la sentenza con cui la Corte costituzionale lo ha dichiarato illegittimo scrivendo che «consideriamo legittima e necessaria la realizzazione di questo referendum». E in forza di ciò invitano «i cattolici e tutti i cittadini della Catalogna a riflettere sull’importanza degli attuali avvenimenti e a votare secondo coscienza nell’esercizio del diritto fondamentale che ogni persona ha di esprimere liberamente le sue convinzioni».

 I sacerdoti giustificano il loro appello affermando di essersi sentiti «moralmente obbligati a fare udire la nostra voce in questa ora decisiva per il futuro immediato della Catalogna e della Spagna», e di essere esclusivamente «spinti dall’amore sincero per il popolo che desideriamo servire». I firmatari del comunicato rappresentano circa il 20 per cento di tutto il clero catalano e fra essi si trovano parroci, coadiutori e diaconi di tutte le dieci diocesi catalane, organizzate nelle due province ecclesiastiche di Tarragona (sette diocesi) e di Barcellona (tre diocesi). Compaiono pure esponenti di congregazioni religiose come i gesuiti, i claretiani, i francescani, i salesiani, i chierici regolari poveri della Madre di Dio delle scuole pie e monaci dell’abbazia di Montserrat.

Contemporaneamente l’abate dell’abbazia di Montserrat Josep Maria Soler insieme all’abate del monastero di Poblet, Octavi Vilà, hanno a loro volta emesso un comunicato sulle tensioni politiche odierne che invita i politici alla «prudenza» e li esorta a «cercare e rendere praticabili percorsi di soluzione». In maniera più ambigua rispetto al comunicato dei 300 sacerdoti, anche quello degli abati appare favorevole al referendum e critico delle decisioni prese dalla Corte costituzionale. In esso infatti si legge che «il diritto alla partecipazione alla vita politica e sociale deve essere garantito, in uno stato democratico, da coloro ai quali toccano responsabilità di governo, i quali hanno l’obbligo di interpretare il bene comune del proprio paese ascoltando la voce della maggioranza e rispettando allo stesso tempo quella di coloro che si ritrovano in minoranza».

Nell’appello dei 300 membri del clero viene pure rievocato il comunicato che al termine della loro riunione nel santuario di Loreto di Tarragona nel maggio scorso i vescovi catalani emisero per commentare il dibattito sul futuro politico della Catalogna. Con quel comunicato i sacerdoti firmatari dicono di essere «in sintonia». In esso i presuli invitavano al «dialogo» e nello stesso tempo difendevano la «singolarità nazionale» della Catalogna, e reclamavano che fossero «ascoltate le legittime aspirazioni del popolo catalano». I vescovi non prendevano partito rispetto all’assetto presente e futuro dei rapporti fra Catalogna e resto della Spagna, difendendo la «legittimità morale» di tutte le opzioni politiche basate sul rispetto della dignità inalienabile delle persone e dei popoli e mirate a ricercare con pazienza la pace e la giustizia. Per quanto riguarda il processo “soberanista” intrapreso dal governo catalano a maggioranza indipendentista, i vescovi dichiaravano di impegnarsi alla ricerca della comunione e del rispetto reciproco richiamando le parole di papa Francesco: «C’è una parola che non dobbiamo mai stancarci di ripetere e soprattutto di testimoniare: dialogo». E ammonivano che il futuro della Catalogna era «intimamente legato alla sua capacità di integrare la diversità che la caratterizza». Concludendo sull’argomento in questione: «Chiediamo ai cattolici di tutte le tendenze politiche di essere strumenti di pace e di concordia in seno alla società catalana, e di non cessare di pregare il buon Dio per una pace cristiana e perpetua del nostro popolo».

La nota dedicava anche un capitolo alla corruzione, problema vivo della vita politica catalana e non solo di quella spagnola. I vescovi chiedevano che la corruzione fosse combattuta in «tutti gli ambiti pubblici dell’insieme dello Stato» e constatavano con «dolore e vergogna» che si era trasformata in qualcosa di apparentemente naturale al punto di essere diventata una «pratica abituale nelle transazioni commerciali e finanziarie, negli appalti pubblici e in molte trattative che implicano funzionari delle amministrazioni pubbliche».

Anche fra i vescovi catalani ce ne sono alcuni che si sono esposti molto più degli altri sul tema dell’indipendenza della Catalogna. Il più noto di loro è monsignor Xavier Novell Gomá, vescovo di Solsona. Da anni questo prelato invoca la celebrazione di un referendum secessionista. In varie occasioni ha affermato che «il diritto delle nazioni è superiore al bene morale rappresentato dall’unità dello Stato», e che la Catalogna è una nazione legittimata ad esercitare il «suo diritto» all’autodeterminazione.

Foto Ansa

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