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Severino: “La carcerazione preventiva è terribile”

settembre 28, 2012 Redazione

All’incontro con le associazioni e i detenuti di Padova, il ministro della Giustizia ha pronunciato parole importanti sulla carcerazione preventiva. Ne riportiamo il discorso

Tempi.it ha già raccontato ai suoi lettori l’incontro avvenuto a Padova tra il ministro della Giustizia Paola Severino e il Consorzio Rebus di Nicola Boscoletto (qui la cronaca di quella giornata). Di seguito pubblichiamo il discorso pronunciato dal ministro durante il convegno “Vigilando redimere – il lavoro come elemento fondamentale nel recupero del detenuto” che si è tenuto in università, nel quale il guardasigilli – all’interno di un più ampio discorso sulla giustizia – ha parlato anche di carcerazione preventiva.
A questo proposito, riportiamo le parole del ministro.

“Carcere, giustizia, diritto sono dei temi che sono indissolubilmente legati, perché soltanto in un paese nel quale la giustizia funziona bene il carcere potrà avere una piena portata rieducativa. E qui partiamo da dati sconfortanti che riguardano la carcerazione preventiva. Io mi sono soffermata oggi come spessissimo mi accade nel carcere a parlare con i detenuti, perché è inutile andare in un carcere per vedere soltanto le cose belle che ci sono. Quando vado in un carcere cerco di vedere i problemi, le cose difficili, le celle super affollate, di percepire dai detenuti quelli che loro vedono come problemi fondamentali della loro esistenza che sono appunto il sovraffollamento, raccontato con quel garbo con il quale ce l’ha raccontato quel detenuto che parificava, anzi, riteneva che il trattamento, l’attenzione che la società e la collettività dedicavano al detenuto fosse inferiore a quello che si dedica agli animali da tutelare.

È viva la percezione, che ho sempre nel carcere, del profondo senso di ingiustizia che si vive per la carcerazione preventiva in carcere. Scontare una pena dopo una condanna è una cosa. Iniziare a scontare una pena quando non si è stati condannati è una cosa ben più terribile. Perché il senso di ingiustizia che dà la carcerazione preventiva è terribile se la carcerazione preventiva si estende nella durata, perché il sistema giudiziario non è in grado di avere dei tempi ragionevoli. Ciò produce un senso di ribellione del detenuto che non può più canalizzare le proprie forze verso la riabilitazione, la rieducazione. E questo è un altro grande tema sul quale occorre riflettere, che è anch’esso all’attenzione del parlamento con un progetto di riforma della carcerazione preventiva che si è venuto a legare agli altri, che riguardano le misure alternative. Ma certamente è un tema, che non potrà essere risolto nell’arco di pochi mesi o di tempi brevi, quali quelli che caratterizzano questo governo. Però l’importante è tracciare il solco, è importante seminare cose con dei semi che poi non siano portati via dal vento. Importante è condividere delle idee e iniziare dei percorsi, se non si riesce, come sarebbe mio desiderio portarli a compimento. Nella peggiore delle ipotesi bisogna che queste idee si radichino, rimangano e vengano fortemente condivise”.

antonio simone tempiDi seguito l’intervento completo del ministro Severino. 

Posso solo dirle che la sua emozione è anche la mia emozione, che condividiamo anche questo oltre alle tante cose che abbiamo visto nella visita di oggi. Quest’emozione però si stempera in un sentirsi a casa, perché ogni volta che io mi affaccio in un’università, mi sento a casa. Ho passato gran parte della mia vita nell’università, è una delle mie case perché ne ho più d’una. Quando mi trovo nell’università, sento veramente che certi discorsi possono essere iniziati, possono essere approfonditi, possono essere ben spesi, e l’intervento di Luciano Violante è proprio nel senso di questa indicazione, di questa direzione. Non a caso siamo nell’università di Padova. E qui devo ringraziare chi ha pensato di organizzare quest’incontro e di organizzarlo qui. Il Rettore che ci ha introdotto, in questa discussione in questo dialogo, così costruttivo e così importante, cogliendo l’importanza di scegliere due punti di riferimento: il carcere, la concretezza dei progetti e l’università, che devono essere messi tutti insieme.

E non a caso oggi una delle componenti dell’università fondamentali, oltre il corpo docente e il Rettore che ci ha introdotto in questo discorso, gli studenti, hanno condiviso le cose che dicevamo, l’associazione Articolo 27, alla quale io dico il secondo grazie, perché in quest’insieme di elementi che stiamo coniugando e declinando quello degli studenti è estremamente importante. Mi sono resa conto in questi mesi di quanto i discorsi della legalità siano importanti in questo Paese e di quanto i discorsi della legalità si leghino all’educazione dei giovani. Se le famiglie, le università, le scuole non contribuiscono ad un grande progetto di formazione della legalità, una legalità che sia interiorizzata, che sia dentro ciascuno di noi, questo Paese non riuscirà a decollare come deve, perché combattere l’illegalità, perché trovare la strada della rieducazione nel carcere passa attraverso il recupero del senso della legalità. Un recupero del senso della legalità, che deve radicarsi nei giovani. Oggi Boscoletto ci parlava di una cosa bellissima, dei bambini che ha portato in carcere a vedere cosa succede nel carcere. Noi cerchiamo sempre di proteggere i bambini dal brutto, dal cattivo, poi in realtà ai bambini le notizie più terribili arrivano attraverso i giornali e la televisione. Dunque è bene che sappiano che cosa succede quando si delinque, che cosa succede nel carcere, che c’è una pena, che c’è un’espiazione, che c’è un percorso sociale che ci riporta verso un reinserimento nella società dalla quale si proviene. È il circuito virtuoso che bisogna creare: il circuito virtuoso fra i giovani, la società civile, il senso della legalità, quello della punizione, quello della rieducazione, il senso della pena così come lo delinea il nostro articolo 27 della Costituzione. Ma ce lo dobbiamo aver dentro e ce lo dobbiamo aver dentro da quando siam bambini, poi lo possiamo sviluppare come discorso di università, di raffinati approfondimenti, ma se non lo sentiamo in noi fin da quando siamo bambini o giovani, io credo che il discorso non possa decollare, non possa raggiungere quelle dimensioni di condivisione da parte di tutti, che sono necessarie perché il discorso diventi veramente un discorso di rivoluzione del senso del carcere e del lavoro carcerario.

Ma siamo anche a Padova, oltre a essere in un’università nella quale i giovani hanno costituito questa importante associazione. Una città che si è sempre distinta per le sue attenzioni al volontariato, al sociale nella quale si sono radicate tante associazioni di volontari e evidentemente una città nella quale l’attenzione è stata coltivata nelle famiglie, in tutti coloro che giovani o  meno giovani hanno contribuito e contribuiscono con il loro volontario lavoro allo sviluppo di alcuni progetti. Padova è stata come ricordava il sindaco, una delle prime città che ha aderito a quel progetto di lavoro utile alla collettività, che rappresenta anch’esso uno dei modi di lavorare e di reinserirsi all’interno del tessuto sociale. Convenzione che abbiamo stipulato nei mesi scorsi con i comuni italiani. È una convenzione importante sotto il profilo dell’educazione, delle persone al reinserimento sociale del condannato, perché porta le città, il cittadino a conoscere il mondo del lavoro del detenuto e il cittadino va coinvolto in questo progetto del lavoro, perché il cittadino, come diceva prima di me Boscoletto, non deve pensare che il lavoro dato al detenuto sia lavoro sottratto ad altri. Innanzi tutto perché ci sono lavori che altri rifiutano e che i detenuti sono ben felici di fare. E sono magari lavori utili per la collettività. Secondo, perché il cittadino deve comprendere che la selezione del lavoratore, attraverso una verifica all’interno del carcere con gli strumenti che oggi ci sono da parte dei giudici di sorveglianza, ma da parte anche degli istituti di detenzione, è una selezione sempre estremamente accurata, perché coniugare sicurezza dei cittadini con reinserimento sociale del detenuto è uno dei compiti fondamentali che il carcere, la magistratura si sono assunti e con risultati straordinari. Non conosco casi di lavoratori usciti per fare lavori utili alla collettività o dei lavori comunque all’esterno del carcere che abbiano avuto episodi di recidiva. E c’è un secondo esempio che mi ha dato conferma di questo. Quando andando nelle carceri di Bologna, nelle carceri dell’Emilia Romagna subito dopo il terremoto mi venne l’idea (ma fu un’idea che mi fu spontaneamente suggerita dai detenuti) del lavoro utile per la ricostruzione post terremoto. Un’idea che fu inizialmente criticata sotto il profilo della sicurezza, perché si disse sostanzialmente, “ma ci mancano solo i detenuti oltre tutti i guai che abbiamo come terremotati e la sicurezza e la possibilità che vengano aggrediti beni patrimoniali. Bene quel progetto è decollato, non molti se ne sono accorti, ma quel progetto è decollato e funziona e ci sono detenuti che lavorano per la ricostruzione post terremoto. Certo, fanno lavori manuali, non fanno lavori di grande ingegneria, ma servono anche quelli. E non mi risulta che ci siano stati episodi in cui la collettività abbia avuto da lamentarsi di questo. E questo è importante perché bisogna rassicurare i cittadini. Bisogna rassicurarli rispetto al fatto che un inserimento sociale del detenuto attraverso il lavoro, se fatto correttamente, non reca danni, pregiudizi o pericoli per la collettività. Ecco perché il contributo delle città, come quello delle università, come quello dei giovani è un contributo estremamente importante, perché occorre dialogare col cittadino e mano a mano attraverso l’esperienza che si fa, spiegargli che non c’è pericolo nel riaccogliere con tutte le dovute cautele un detenuto nello svolgimento di lavori utili per la collettività. E ancora ho visto l’attenzione della magistratura per questo tema, altra componente fondamentale.

Carcere, giustizia, diritto sono dei temi che sono indissolubilmente legati, perché soltanto in un paese nel quale la giustizia funziona bene il carcere potrà avere una piena portata rieducativa. E qui partiamo da dati sconfortanti che riguardano la carcerazione preventiva. Io mi sono soffermata oggi come spessissimo mi accade nel carcere a parlare con i detenuti, perché è inutile andare in un carcere per vedere soltanto le cose belle che ci sono. Quando vado in un carcere cerco di vedere i problemi, le cose difficili, le celle super affollate, di percepire dai detenuti quelli che loro vedono come problemi fondamentali della loro esistenza che sono appunto il sovraffollamento, raccontato con quel garbo con il quale ce l’ha raccontato quel detenuto che parificava, anzi, riteneva che il trattamento, l’attenzione che la società e la collettività dedicavano al detenuto fosse inferiore a quello che si dedica agli animali da tutelare.

È viva la percezione, che ho sempre nel carcere, del profondo senso di ingiustizia che si vive per la carcerazione preventiva in carcere. Scontare una pena dopo una condanna è una cosa. Iniziare a scontare una pena quando non si è stati condannati è una cosa ben più terribile. Perché il senso di ingiustizia che dà la carcerazione preventiva è terribile se la carcerazione preventiva si estende nella durata, perché il sistema giudiziario non è in grado di avere dei tempi ragionevoli. Ciò produce un senso di ribellione del detenuto che non può più canalizzare le proprie forze verso la riabilitazione, la rieducazione. E questo è un altro grande tema sul quale occorre riflettere, che è anch’esso all’attenzione del parlamento con un progetto di riforma della carcerazione preventiva che si è venuto a legare agli altri, che riguardano le misure alternative. Ma certamente è un tema, che non potrà essere risolto nell’arco di pochi mesi o di tempi brevi, quali quelli che caratterizzano questo governo. Però l’importante è tracciare il solco, è importante seminare cose con dei semi che poi non siano portati via dal vento. Importante è condividere delle idee e iniziare dei percorsi, se non si riesce, come sarebbe mio desiderio portarli a compimento. Nella peggiore delle ipotesi bisogna che queste idee si radichino, rimangano e vengano fortemente condivise. E qui vengo al contributo che ha dato al dibattito Boscoletto.

Il tema della concretezza. Abbiamo parlato dell’università, abbiamo parlato dei giovani, abbiamo parlato della città, abbiamo parlato della magistratura. Ma il contributo che l’impresa, l’imprenditore possono dare in tema del lavoro carcerario è estremamente importante. Vedere il lavoro non come una forma di assistenzialismo, una forma di benevolenza nei confronti del detenuto, ma come qualcosa che può essere produttivo: questo è il gran salto di qualità che mi ha fatto fare quel giorno quella telefonata, perché il mio desiderio era quello di conoscere qualcosa di nuovo, qualcosa che non avevo ancora approfondito nei testi di studio che pur avevo tanto analizzato durante il mio periodo di scuola di specializzazione in diritto penale e criminologia. I miei 21 esami sostenuti in due anni di corso non mi avevano insegnato come si fa un progetto di lavoro carcerario. E dunque la concretezza del progetto, la concretezza dell’idea, il rendersi conto del fatto che il lavoro carcerario può essere anche attraente per l’imprenditore non solo per il suo contenuto sociale, ma anche per il suo contenuto di produttività. Io oggi ho visto dei lavori straordinari in termini di qualità, non i soliti pezzetti messi insieme per passare il tempo e per far passare il tempo al detenuto, ma biciclette, panettoni, dolci di straordinaria qualità, un call center che funzionava in continuo con programmi estremante importanti per chi riceveva quel servizio. Ecco il salto di qualità della concretezza della visione imprenditoriale del lavoro carcerario. Non più visto come un’elemosina, come un qualcosa che deve regalare ore di distrazione al detenuto, ma come un qualcosa di utile per l’economia del paese. E certamente con le conseguenze dell’abbattimento della recidiva che pure ci son state descritte e che vanno anche quelle approfondite, perché studi analitici sulla recidiva vanno attualizzati, vanno puntualizzati. Ne stiamo parlando con il presidente Tamburino da un po’ di tempo e stiamo percorrendo quella strada. Io ringrazio il presidente Tamburino per la sua silenziosa presenza. Anche le presenze silenziose danno dei grandi contributi. E lui sa e voi sapete quanti progetti ci sono che stiamo condividendo, che stiamo portando avanti, uno di questi è proprio lo studio della recidiva. Poi vedremo l’importanza che rivestono questi studi nei confronti della collettività.

Contributo di Luigi Ferrarella. È il contributo della stampa, il contributo di chi può portare la nostra voce alla collettività. È un contributo fondamentale, io lo ringrazio per il bel articolo di oggi. Non molti giornali di larghissima diffusione avrebbero avuto il coraggio di mettere in prima pagina un tema del quale si parla poco: il lavoro carcerario. Devo dire che ho lavorato spesso sul tema del lavoro carcerario. Abbiamo fatto questo progetto dei Comuni, ma ho sempre trovato difficoltà nel portare questo discorso all’attenzione delle masse, dei grandi numeri, delle collettività. È merito del suo giornale aver portato oggi in prima pagina questo discorso. Che non era solo un discorso di richiamo all’occasione dell’incontro di oggi, ma era un richiamo all’importanza del tema per tutti noi, per l’intera collettività. Non è un discorso solo di professori, di politici, di associazioni di volontariato, di università, è un discorso che deve coinvolgere la collettività. La collettività deve capire che può ricevere benefici dall’incremento del progetto di lavoro carcerario. Certo coniugare tutto questo col sovraffollamento carcerario è difficile. I numeri, ovviamente Ferrarella è sempre precisissimo, quindi ve li ha dati tutti corretti. C’è solo un piccolo particolare da correggere e cioè il numero di partenza per me da quando sono diventata Ministro era quello di 69.000, oggi siamo a 66.000. Quindi un minimo di speranza datemela, un minimo di ottimismo datemelo. Forse il fenomeno delle porte girevoli in qualche modo ha contribuito a quest’ingresso di nuovi detenuti, io lo spero. Sarebbe una cosa bellissima, perché entrare in carcere per un giorno, un giorno e mezzo per uscirne subito dopo è una follia alla quale si voleva porre rimedio. Spero anche che l’allungamento del periodo di possibili domiciliari dai dodici ai diciotto ultimi mesi abbia portato a contributo. C’è comunque il risultato di ciascuno dei due provvedimenti, ma è un pezzo del mosaico. Se lo vediamo come un pezzo del mosaico allora vediamo qual è il progetto nel suo intero. È composto di deflazione carceraria, è composto di edilizia carceraria, è composto di misure alternative. Sull’edilizia carceraria i numeri che vi ha dato Luigi Ferrarella sono giustissimi, con minor spesa riusciamo a costruire più posti. Già 3.500 gli abbiamo costruiti con le risorse ordinarie e non con le risorse straordinarie del piano carceri e 3.500 posti in più già costituiscono un approfondirsi di quel solco, perché come vi dicevo non è possibile fare tutto nel giro di pochi mesi. Però bisogna creare il tracciato. Il tracciato è la deflazione, è andare avanti col piano carceri. Lì ormai i bandi di gara sono stati fatti, le gare sono state espletate. Dunque siamo in un solco molto profondo che è stato tracciato.

Le misure alternative. Lì veramente dobbiamo fortemente insistere, perché si vada avanti in tempi coniugabili con la fine della legislatura. Prima del periodo estivo ero riuscita ad ottenere dai partiti, perché sono i partiti che fanno le calendarizzazioni dei provvedimenti nelle loro sedute, la calendarizzazione del provvedimento alla fine del mese di settembre. E quindi i lavori della commissione erano stati accelerati in funzione di questo. Nell’ultima seduta ho visto che purtroppo non riusciremo a mantenere la calendarizzazione della fine di settembre. Io sono un’inguaribile ottimista e quindi spero che questo non voglia dire un affossamento dei provvedimenti. Combatterò perché questo non accada, ma credo che se lo faremo tutti insieme questo ci aiuterà molto di più. Le misure alternative sono la vera soluzione del problema, il carcere l’estrema ratio: bisogna prima approvare delle altre misure diverse dal carcere e noi ne avevamo inserite alcune come tra le più diffuse la messa alla prova e la creazione di una nuova forma di sanzione diretta applicabile da parte del giudice con la sentenza, che avevamo denominato reclusione domiciliare diretta. Ma accanto a questo c’era il progetto di carattere parlamentare sul fatto di lieve entità, stava per arrivare a compimento, sembrava ci fosse un’adesione bipartisan e poi si è proprio fermato. Adesso verificherò a che punto è e se si può riattivare, perché quello era un progetto che io volevo inserire nel disegno governativo, ma ho rinunciato a farlo per rispetto del parlamento. Quando c’è pendente un disegno di legge in parlamento è consuetudine che un governo non si sovrapponga. Ecco, spero che questo rispetto per il parlamento sia ricambiato e che questo progetto possa trovare il suo compimento in questa legislatura, perché anche quella è una misura deflattiva importante, anche quella è una misura che consente di evitare il processo per fatti di non rilevante entità: il furto del prosciutto o della mozzarella da parte dei due pensionati, episodio accaduto qualche anno fa e che colpì tutti moltissimo. Non è solo un segno di una società che non riesce a star dietro alle esigenze degli anziani, ma è anche il segno di una società che dovrebbe evitare che questi fatti vengano portati alla valutazione del giudice penale. Tutto questo messo insieme può funzionare. Soltanto le varie cose sistemate al loro posto, la deflazione, le misure alternative e il piano di edilizia carceraria possono portare un sollievo stabile, strutturale alla situazione carceraria e in questo si innesta il tema del lavoro.

Un lavoro che, diceva Ferrarella, deve essere un lavoro vero, sono d’accordo con lui, perché è quello che poi consente il reinserimento sociale. Consente l’identificazione del detenuto come parte integrante della società nella quale dovrà ritornare e da questo punto di vista io credo che oggi gli spunti siano stati completati dall’intervento di Luciano Violante, il quale è partito da un dato molto concreto: il costo giornaliero del detenuto e quindi la possibilità di fare un calcolo economico di convenienza del mantenimento del detenuto, per arrivare poi ad un discorso apparentemente teorico, ma in realtà concreto anch’esso perché per arrivare al risultato, lo studio, l’approfondimento, il tema della recidiva per esempio, il confronto di idee nell’università è fondamentale per arrivare ad aprire quelle pagine nuove, che oggi in qualche modo io ho intravisto in questo nostro dibattito. E quali sono le pagine nuove? Gli impulsi condivisi tra chi studia il problema, chi governa, e coloro che il problema lo vivono dal punto di vista della collettività, dal punto di vista della società. La concretezza delle idee che deve trasformare un discorso di élite in un discorso di noi tutti. Anche lo studio dell’università è uno studio che richiede condivisione e che porta condivisione. Dunque ci dev’essere una condivisione diffusa. Il contributo dei grandi giornali è fondamentale. Ecco perché io oggi sento un po’ di aria nuova in questo settore e spero che veramente la concretezza dei discorsi fatti ci aiuti ad andare avanti. E nel discorso della concretezza io vorrei inserire proprio quei dati di calcolo economico di cui si parlava. Se è vero com’è vero che la recidiva si abbatte e si abbatte in maniera significativa attraverso il lavoro carcerario, se è vero dunque che anche la sicurezza dei cittadini la si recupera attraverso il lavoro carcerario, perché la recidiva si abbatte, allora vogliamo provare a fare una specie di calcolo economico dei costi e benefici? Aldilà del tema Smuraglia, su cui io non sono brava, lo dicevo oggi in carcere, a fare promesse, perché non è nel mio DNA, non è nelle mie abitudini. So solo che sono una persona tenace e quindi insisterò, perché il finanziamento della legge Smuraglia che è comunque un punto importante e qualificante per il discorso del reinserimento e del lavoro, riparta e non si fermi, visto che di fondi ne sono rimasti ben pochi. Quindi vi sarà il mio impegno personale, ne ho già parlato col ministro dell’economia, ho già in mente delle cose, ma sono solita dirle quando le ho fatte, non prima di essere riuscita a farle, però vorrei che sapeste che c’è un fortissimo impegno, perché questo risultato venga comunque raggiunto. Per l’applauso ci dobbiamo rivedere fra qualche mese. Se ci sono riuscita mi fate l’applauso, altrimenti no. Al di là dell’impegno personale, io vorrei proprio sviluppare dei costi benefici, che è proprio il discorso fatto a Cernobbio a proposito della corruzione. Che cosa convince tutti, la collettività, gli economisti oltre che i giuristi, della bontà di un fenomeno, di un’iniziativa? Anche il suo versante economico. L’aver provato che un’efficace lotta alla corruzione porta delle conseguenze economiche relative, mi pare che abbia riaperto il dibattito, abbia portato aria nuova nel dibattito sulla lotta alla corruzione. Io vorrei che questa stessa aria nuova fosse portata al tema del lavoro carcerario. Vorrei che anche attraverso gli approfondimenti che stiamo facendo, che continueremo a fare, tutti noi fossimo convinti che il lavoro carcerario, oltre ad essere un diritto del detenuto, oltre a trovare fondamento nella nostra costituzione rappresenta anche un risultato condivisibile dalla collettività, perché porta sicurezza, perché porta comunque dei benefici misurabili economicamente e dunque è un tema sul quale noi tutti ci dobbiamo impegnare. Così come oggi avete fatto qui a Padova dimostrandoci che questa è la vera via d’uscita, questo è il vero sbocco che deve avere il tema del lavoro carcerario. Io avevo scritto un bel discorso. Il mio intervento è stato sicuramente molto più disordinato, ma credetemi molto sentito e soprattutto sentito sull’onda dell’emozione degli incontri che ho avuto oggi. Un’emozione che si rinnova ogni volta che io vado ad incontrare i detenuti. Quindi il discorso ve lo lascio per qualcuno che volesse ultilizzarlo. Le emozioni vorrei condividerle con voi, perché credo che solo in un discorso di grande condivisione delle idee, di grande condivisione dei discorsi, di grande condivisione dei progetti, questo tema difficile del carcere e del recupero dal carcere attraverso il lavoro potrà diventare finalmente una realtà. Grazie.

Complimenti. A proposito delle piastrelle della Cappella degli Scrovegni, oggi sempre visitando il carcere di Padova mi hanno fatto soffermare su una cosa bellissima: ci sono le rappresentazioni delle virtù e dei vizi contrapposti fra loro. E fra le virtù c’è la giustizia, c’è una mattonella della Giustizia e dall’altra parte quella dell’Ingiustizia. Sotto la mattonella della Giustizia si vede un popolo festante, sotto la mattonella dell’Ingiustizia si vede un popolo infelice. Ecco io credo che veramente la giustizia contribuisca alla sanità, alla salute di un popolo, al benessere di un paese. Quindi credo veramente che le cose che diciamo e che facciamo in materia di giustizia siano cose fondamentali per lo sviluppo del nostro Paese.

 

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