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Severgnini sa essere ubiquo pur rimanendo in disaccordo con se stesso

ottobre 25, 2013 Antonio Gurrado

Dove si trovava ieri l’editorialista del Corriere? A Liverpool o a Oxford? La Nazione, ansiosa, domanda. Soprattutto cerca di capire se Beppe e Severgnini siano la stessa persona

Tratto dal Blog di Antonio Gurrado Beppe Severgnini era a Liverpool. Lo scrive lui stesso a pagina 21 del Corriere di ieri: “nuvole di corsa, ragazze con gli occhi irlandesi, odore di fritto e di vento”.
No, Beppe Severgnini era a Oxford. Lo scrive lui stesso a pagina 49 del Corriere di ieri: “cielo grigio, prati verdi, ragazzi che studiano dietro i vetri bagnati”.

Probabilmente si riferisce a due giorni diversi, o forse ha preso il treno, fatto sta che il viaggio l’ha disorientato.
A Liverpool reagisce alla notizia dell’uccisione di Joele Leotta paventando “il pericolo di una nuova guerra fra poveri, in cui rischiamo di venire coinvolti”.
A Oxford ha parlato al Pembroke College, dove studiarono Samuel Johnson e Abd Allah di Giordania, intessendo “l’elogio di Empy e Dudù”.

A Liverpool si chiede se la Gran Bretagna “non rischia di ripetere, in patria, alcuni errori commessi in passato nel mondo”, ossia un atteggiamento coloniale che abusa dei più deboli; a Oxford nota orgogliosamente che solo gli italiani sono in grado di andare a insegnare inglese agli inglesi.

A Liverpool scopre che gli italiani d’Inghilterra “per mantenersi in un Paese che non è a buon mercato accettano qualsiasi cosa e qualsiasi paga”.
A Oxford si sdilinquisce perché gli italiani hanno la cattedra di letteratura inglese, sono editorialisti del Financial Times a 28 anni e traducono dal greco in antico armeno, siriaco e latino.

Però l’Inghilterra, tutta l’Inghilterra, sfrutta l’afflusso di ragazzi che arrivano attratti da “lingua inglese, elasticità mentale, genio artistico, varietà sociale, flessibilità del mercato del lavoro” e che “contribuiscono significativamente al PIL”: questo scrive il Severgnini di Liverpool.
Tutta l’Inghilterra tranne Oxford: l’altro Severgnini scrive infatti che la città universitaria “è piena di giovani connazionali come ogni posto interessante nel mondo”, nessuno sfruttamento.

A Liverpool è colpa dell’Inghilterra: “l’accoglienza, spesso, nasconde insidie” e ai datori di lavoro inglesi bisogna dire che “non è più il tempo di Dickens: i nostri ragazzi meritano di meglio”.
A Oxford invece è colpa dell’Italia: lo sforzo di far rientrare i cervelli in patria sarà inutile “se non cambia il clima civile, politico ed economico” nel nostro scombiccherato paese.

L’aria frizzantina di Liverpool lo rende consapevole che “noi italiani non siamo tornati a esser poveri ma il rischio esiste, se non ci diamo una mossa”.
L’aria di Oxford, più ammuffita, gli impedisce di convincere i giovani italiani che “in Italia non tutto è perduto”: ma i vari Chiara, Filippo, Marco e Caterina “non sono nemmeno arrabbiati, sono rassegnati”.

Il Severgnini di Liverpool ha dimenticato di far notare a quello di Oxford che l’università inglese non è un ente di beneficenza e quindi sa approfittare del vuoto di mercato accademico in Italia per accaparrarsi bravi studiosi che si trovano in difficoltà: il caso di scuola è quello di Nicola Gardini, che lui stesso ha narrato in “Baroni”. In questo modo si pone in una situazione di forte potere contrattuale, che spiega la rassegnazione dei giovani compatrioti oxoniensi, e prepara in prospettiva una guerra accademica fra poveri visto che anche in quelle auguste aule i soldi iniziano a scarseggiare, come dimostra l’innalzamento esponenziale delle rette che fu una delle prime decisioni del governo Cameron.

Il Severgnini di Oxford avrebbe tutt’al più potuto rispondere a quello di Liverpool invitandolo alla sua prossima conferenza: “Parolacce, paroline e parolone” alla Taylor Institution, biblioteca di lingue, giovedì 29. Tè e biscotti.

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4 Commenti

  1. andrea scrive:

    Brutta cosa l’invidia.

    A lei tocca Tempi, a lui il Corriere: si rassegni.

  2. che palle scrive:

    non si riesce a commentare

  3. Stefano scrive:

    Tu quoque prendi il verbo “paventare” e lo massacri in un uso improprio?!

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