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Ratzinger e il Concilio: «Lì fu chiaro chi fa la Chiesa: l’azione dello Spirito»

marzo 12, 2013 Emmanuele Michela

Quanto è attuale oggi, giorno d’apertura del Conclave, la lezione di Benedetto XVI sul “Concilio dei Padri” e quello “dei media”. Lo spiega don Andrea Bellandi.

Giorni di Conclave, congregazioni, incontri e dialoghi. Il futuro della Chiesa inizia a delinearsi oggi, con l’ingresso questo pomeriggio dei Cardinali nella Cappella Sistina per eleggere il 266esimo Papa della storia. Tra indiscrezioni, pronostici, favoriti e “papabili”, tanti giornali sono caduti nel rischio di tratteggiare l’evento solo come un gioco di strategia e potere, parole fin troppo inflazionate quando si parla di Chiesa. Ma appena prima di ritirarsi Benedetto XVI ha avuto parole anche per la Chiesa dipinta dai media, raccontando, durante l’incontro col clero romano, uno dei momenti fondamentali della sua formazione e di tutta la storia ecclesiale: il Concilio Vaticano II. Una lezione ricca e puntuale, dove emerge tutta la straordinarietà di quell’evento, il clima cordiale che spinse i partecipanti ad abbandonare l’atmosfera già “preconfezionata” per potersi invece conoscere un po’ meglio, e un affondo finale sulla differenza tra il “Concilio dei Padri” e il “Concilio dei media”. Temi che abbiamo approfondito insieme a don Andrea Bellandi, docente di Teologia fondamentale alla Facoltà teologica dell’Italia Centrale.  

Pochi giorni dopo l’annuncio della sua rinuncia, Benedetto XVI ha parlato del Concilio Vaticano II. Che importanza ha rifarsi in questo momento a quell’evento così significativo?
Credo che la ragione stia nella frase che il Papa ha citato anche all’ultimo discorso ai cardinali, quella di Romano Guardini: «La Chiesa si risveglia nelle anime». Per Ratzinger il Concilio Vaticano II è un evento di importanza ecclesiale enorme, dove la Chiesa si è riscoperta nuovamente nella sua natura più profonda. In fondo, i documenti principali del Concilio guardano alle questioni cardine della Chiesa, ossia la liturgia come sua radice frutto dell’iniziativa di Dio, poi la parola di Dio con la costituzione Dei Verbum, la Lumen Gentium sulla Chiesa e infine la Gaudium et Spes per la Chiesa nel mondo contemporaneo.

Che importanza ha avuto il Concilio per la formazione di Benedetto XVI?
È stata una straordinaria esperienza, vissuta con grande entusiasmo. Intanto lo ha messo a contatto con alcune figure molto grandi: vescovi, teologi come De Lubac, Rahner, Congar… Poi gli ha offerto la possibilità di assaporare un respiro universale della Chiesa, in un momento in cui si stava già delineando quel processo che ora purtroppo vediamo in tutte le sue conseguenze, cioè il suo distacco dalla vita della gente. In quel Concilio si è ripresa in mano la necessità della testimonianza che la Chiesa deve offrire al mondo. Per Ratzinger tutto ciò ha rappresentato la possibilità di influire su alcuni dei fondamenti di quel momento cruciale della Chiesa. Come ad esempio la Dei Verbum: la domanda allora era se la rivelazione venisse comunicata all’uomo solo attraverso Scrittura, e quindi se questa si riducesse al solo testo, oppure se fosse espressione di una vita consegnata da Cristo alla Chiesa, dentro alla quale la Scrittura stessa gioca il suo ruolo. Il discorso ovviamente rimane attuale anche oggi: si incontra il Signore nella sola Parola, o nella vita del suo corpo?

Singolare poi è leggere quel passaggio in cui il Papa racconta del clima un po’ preconfezionato dei primi giorni di Congresso e di come i cardinali chiesero tempo per conoscersi un po’, ed essere soggetti loro stessi del Congresso…
In questo senso mi sembra che al Concilio si sia preso più coscienza di chi fa la Chiesa: strategie ed organizzazione, come per altro al Sinodo, nella sua bellissima omelia, Benedetto XVI accusava come tentazione, oppure se la fa l’azione dello Spirito del Signore. All’inizio del Concilio si trattava di scegliere tra queste alternative: o iniziare un Concilio già deciso, con schemi e persone preventivamente scelte, oppure mettersi in ascolto di ciò che effettivamente lo Spirito stava facendo. Per questo, però, c’era bisogno di parlarsi, conoscersi, confrontarsi. È un po’ la stessa cosa che in questi giorni è successo a Roma, fatte ovviamente le dovute distinzioni: i cardinali prima di entrare in Conclave si son presi un po’ di tempo per dialogare ed ascoltarsi.

Alla fine della sua lezione al clero romano, Benedetto XVI si sofferma poi sulla distanza tra il concilio dei Padri e quello dei media. Una distanza purtroppo evidente ancora adesso…
Paradossalmente ancora di più oggi. Di fatto l’influsso dei media sulla coscienza della gente è chiaramente più grande ora di cinquant’anni fa. È grande il rischio che anche tra gli stessi credenti passi un’idea di Chiesa e di rapporto tra vescovi e cardinali che non sia secondo logiche di fede ma politiche. Di fatto il Papa alla fine di questo discorso ha fatto capire l’influenza che questa posizione ha avuto nel post-Concilio, dove le tematiche sono state sviluppate secondo una logica del mondo e non quella di fede. Ad esempio, Benedetto XVI parla della liturgia: l’interesse che la liturgia non fosse una cerimonia riservata ai soli preti si trasformò sia in una visione orizzontalista e quasi attivistica, cioè quasi un’espressione più del nostro sentimento che del effettivo Mistero che lì si compie. Oppure l’idea della “collegialità” dei Vescovi: era un concetto teologico, cioè il fatto che la Chiesa è affidata al successore di Pietro e anche a tutti i Vescovi. Ecco, questo è stato riletto secondo canoni di democraticismo e di “parlamentarismo”.

Rimanendo sul tema della “collegialità”, interessante è quanto diceva il Papa sulla Chiesa, che proprio in quel Concilio si riscoprì nella sua natura di «Corpo mistico di Cristo»: «non è un’organizzazione, qualcosa di strutturale, giuridico, istituzionale – anche questo -, ma è un organismo una realtà vitale, che entra nella mia anima, così che io stesso, proprio con la mia anima credente, sono elemento costruttivo della Chiesa come tale». E da qui arriva poi ad affermare l’importanza della “collegialità”. Ci aiuti a capire il valore di questa parola, allora come adesso.
“Collegialità” vuol dire rispettare la struttura che Cristo ha inteso dare alla sua Chiesa fin dall’inizio, cioè ha voluto chiamare 12 apostoli: non uno solo, ne tanti indiscriminatamente, ma alcuni uomini che fossero il segno vivo e autorevole della sua Presenza. Quindi la Chiesa riscoprendo la collegialità ha riscoperto una categoria che al Concilio forse non fu molto sviluppata, ma molto importante: la Chiesa come comunione. Questo vale sia come struttura gerarchica della Chiesa, che per ogni fedele: è una comunione dove anche il singolo battezzato con la sua fede ed il suo sì edifica questo corpo.

Il Papa però, chiudendo il suo discorso, ha stupito tutti: «Mi sembra che, 50 anni dopo il Concilio, vediamo come questo Concilio virtuale si rompa, si perda, e appare il vero Concilio con tutta la sua forza spirituale». In base a cosa può proclamare la sua vittoria?
In questi ultimi trent’anni siamo stati testimoni di alcune devastazioni o calamità (come le chiama Ratzinger) che questo post-Concilio virtuale ha generato, è vero. Ma abbiamo visto anche una ripresa maggiore di consapevolezza da parte del laicato: il papato di Giovanni Paolo II e quello di Benedetto XVI sono stati generatori di una ripresa di coscienza e di vita del popolo cristiano, a livello di parrocchie, associazioni, movimenti…  Qui si vive un cammino di fede che forse oggi, rispetto a 50 anni fa, è più ristretto come numero ma più profondo e più sentito rispetto ad un cattolicesimo di tradizione: era dominante a livello esteriore nel secondo dopoguerra ma già allora nascondeva  delle crepe. Sotto gli ultimi due pontificati sono emersi in tutta la loro bellezza alcuni segnali inequivocabili di vita.

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