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Quando facevamo la rivoluzione vestite non se ne accorgeva nessuno

ottobre 14, 2012 Laura Borselli

Femen, le rivoluzionarie in topless. Storia di un esibizionismo travestito da avanguardia che deve tutto a una solida certezza: ci sono due (sodi) argomenti da cliccare

«Quando uscivo con i primi orribili corteggiatori, mia madre mi pregava: non mettere gli occhiali, se no pensano che leggi e sei istruita e non ti vogliono più». 
Natalia Aspesi, il Venerdì di Repubblica

Nel rigido inverno del gennaio 2009 la nona edizione del Grande Fratello si arricchiva di Cristina Del Basso. Professione: barista. Segni particolari: sesta misura di reggiseno. Al davanzale prosperoso della concorrente s’affacciò un intero paese, al punto che Beppe Severgnini (ognuno ha i profeti culturali che si merita) rifletteva sulle colonne del maggior quotidiano italiano: «Certo: abbiamo perso stile — Cristina nella doccia del Grande Fratello al posto di Silvana Mangano nelle risaie, sotto lo sguardo competente di un cavallo — ma abbiamo guadagnato dimensioni. Il resto è uguale». La notizia prontamente diffusa dal Beppe nazionale era che tornavano di moda, nientemeno, le tette. Una parola vergognosa e impudente, ché oggi si preferisce girarci intorno in punta di penna tra decolleté, seno e generiche forme generose. Invece quelle della signorina Del Basso (nata con una quarta e presto decisa a equipaggiarsi con due taglie in più) erano proprio tette nel vero senso della parola. Enormi, esagerate, rotonde e sfacciate tette. Se nelle sue tasche fosse andato un centesimo a ogni visione del video in cui si faceva la doccia strizzandosi il pezzo sopra del costume dentro la casa di Cinecittà, la signorina oggi sarebbe milionaria. Metà paese con la bocca aperta, l’altra metà inchiodata a una delusione cocente: anni a tirare su mariti e figli maschi e poi basta un niente a ritrovarseli inebetiti davanti alla televisione.

«Topless è libertà, libertà dal controllo patriarcale della società».
Anna Gutsol, leader storica di Femen, il Venerdì di Repubblica

Si chiamano Femen e a loro, non meno che a Cristina Del Basso, i siti di mezzo mondo sono in debitori di valanghe di click. Vuoi vedere come si combatte per i diritti delle donne al giorno d’oggi? Clicca qui. La fotogallery si compone di decine di bellezze bionde e longilinee (anche se loro assicurano di aver reclutato anche un’obesa, una 64enne e di non disdegnare l’ingresso degli uomini), coroncina di fiori in testa, capelli sciolti sulle spalle e seno all’aria. Wikipedia gli attribuisce l’obiettivo di «incrementare le capacità intellettuali e morali delle giovani donne in Ucraina» e modificare l’immagine del loro paese all’estero da meta di turismo sessuale a paese democratico. In realtà negli anni hanno esposto le loro grazie per i temi più disparati, dall’aumento del prezzo del gas alla rivolta contro Mubarak. Di recente hanno aperto un quartier generale a Parigi dove terranno un corso di rivolta in topless.

«All’inizio, le performance le facevamo vestite: non se ne accorgeva nessuno».
Inna Shevchenko, la Stampa

Nel marzo 2010 protestavano contro il premier Nikolai Azarov, colpevole di non aver nominato ministri donna. Femen ha risposto con un invito a mogli e fidanzate dei membri del governo a boicottarli sessualmente. Tanto per mettere in chiaro qual è la lista delle priorità e chi la compila. Non è raro che nelle famose fotogallery delle loro azioni i poliziotti chiamati a ricoprirle e fermarle siano più imbarazzati che decisi. L’abilità delle ragazze (quella che insegneranno nel centro di addestramento a Parigi) è proprio quella di sfruttare il momento di disorientamento del maschio prevaricatore e uomo d’ordine per arrivare diritte al punto: farsi fotografare per il bene delle causa. Nel tempo hanno scoperto che c’è bisogno di loro e delle loro tette anche fuori dai confini patrii. «Oggi ci sembra più urgente lasciare per un po’ da parte il nostro paese e dedicarci al vostro», confidavano nell’ottobre scorso al Fatto Quotidiano durante la missione italiana apparecchiata contro «il peggiore fra tutti, anche peggiore di Bill Clinton. Il vostro premier Silvio Berlusconi». Viaggiando dall’Italia alla Francia (non credevano che lì ci fosse bisogno di loro, poi il caso Dominque Strauss-Kahn gli ha aperto gli occhi), le ragazze hanno scoperto un’indole rottamatrice degna della miglior tendenza politica contemporanea. Combattere il maschio mostrandogli nudità di cui non può disporre a suo piacimento, va bene. Ma perché non approfittarne per sistemare i resti di un femminismo vetusto? «Il vecchio femminismo, fatto di conferenze e cortei, non funziona più. Noi siamo il futuro», ha detto una delle leader del movimento in un corposo (e ovviamente illustrato) articolo su Repubblica pochi giorni fa.

«Se “io sono mia”, non ho solo la libertà di abortire, ma anche quella di sfilarmi la maglietta e farmi fotografare a petto nudo per le strade».
Michela Marzano, la Repubblica

«Vedere delle donne che usano allegramente, anche se rischiosamente, il proprio corpo per sbeffeggiare il potere ha un che di liberatorio, specie dall’osservatorio italiano»
Chiara Saraceno, la Repubblica

Al netto di qualche circostanziata perplessità, la nuova frontiera della lotta sembra non dispiacere alle donne pensanti. Perché è vero che «né le Femen né le Pussy Riot sono artiste sofisticate come quelle dell’avanguardia femminista» (Chiara Saraceno), ma pare ci sia qualcosa di attraente e inspiegabilmente nuovo nello «svestirsi non per essere guardate ma per farsi ascoltare» (ancora Anais Ginori, ancora su Repubblica). Un paio d’anni fa, quando Bruno Vespa si complimentò per il bel decolleté della scrittrice Silvia Avallone durante la consegna del premio Campiello, Michela Murgia si indignò in platea di fianco a Gad Lerner: «Quando c’è di mezzo una donna, si va sempre a parare sul corpo. Non importa la sua intelligenza, non importa se viene festeggiata, premiata, perché ha scritto un libro importante. Tutto si svilisce, si riduce alla carne».

La femminista di provincia chiama a raccolta i neuroni nel tentativo di raccapezzarsi in questa giungla. Dunque la carne va esposta solo per la causa giusta. Ma chi stabilisce quanto sia degno il motivo per cui si medita di esporre le proprie grazie? Perché poi basta un attimo a essere equiparate a consigliera regionale qualsiasi che sfila in costume da bagno. Forse la discriminante sono le dimensioni e l’ampiezza del decolleté: deve essere inversamente proporzionale alla nobiltà della causa. Forse. O forse si tratta soltanto di avere due solidi argomenti. I soliti due argomenti cliccabilissimi.

Laura Borselli

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