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Per quale squadra tifa il Papa? Storia (santa e profana) del pallone

marzo 1, 2012 Daniele Ciacci

Benedetto XVI è socio onorario del Bayern Monaco. Clemente VII, Leone XI e Urbano VIII erano appassionati di “calcio fiorentino”. Giovanni XXIII, da buon bergamasco, impartì benedizioni all’Atalanta. Ma il più sportivo era Wojtyla che consigliò Boniek alla Juve e, una volta, urlò di gioia: «Grande Reggina!»

Anche Benedetto XVI ha una squadra del cuore. Il Pontefice non si dedica solo alle cose dello spirito, o ai gatti, o al pianoforte. Il tifo calcistico collega il Santo Padre alla stragrande maggioranza dei credenti che lo seguono, che la domenica mattina sono in Vaticano e il pomeriggio all’Olimpico. Socio onorario del club della Baviera, il Bayern Monaco, nel 2006 il Pontefice ha benedetto la Germania di Franz Beckenbauer e di Rudi Voeller prima dei Mondiali, giocati in patria. Naturalmente, fa spallucce alla vittoria dell’Italia. Sorride. Ma avrebbe preferito un’altra sorte, in semifinale.

L’amore per il calcio non è nuovo nei quartieri vaticani. Tutt’altro. Risale al 1521 la prima partita di calcio nei giardini vaticani, giocata davanti alla tribuna dove sedeva Leone X. Non ci è dato di sapere chi ha vinto, né chi partecipò, ma da lì in avanti molti di quelli che hanno vestito la tiara si erano indirizzati, in gioventù, al campo d’erba – o meglio, di sabbia – del calcio. Clemente VII, Leone XI e Urbano VIII – pontefici d’estrazione toscana o romana – non disdegnavano di passare il tempo a giocare il “calcio fiorentino”, una versione arcaica del soccer moderno più vicino, tuttavia, al rugby.

Tutto il ventesimo secolo è intessuto di rapporti tra pontificato e mondo dello sport. Nell’enciclica Rerum Novarum del 1891, Leone XIII lo inserisce tra i nuovi strumenti di comunicazione di massa. Nel 1889 monsignor Achille Ratti – futuro pontefice col nome di Pio XI – fu il primo a raggiungere la cima del Monte Rosa dalla parete orientale. E sei anni dopo Pio X ebbe a lamentarsi con il governo Giolitti per aver bocciato la candidatura di Roma per le Olimpiadi del 1908. «Problemi di bilancio» disse il Primo Ministro. Allora, come oggi.

Giovanni XXIII, al secolo Angelo Giuseppe Roncalli, era nativo bergamasco e tifoso atalantino da generazioni. Per questo che nel 1962, in occasione della trasferta orobica a Roma, ne approfittò per fare gli auguri alla squadra e garantirgli un tifo “di livello”. La storia volle che vinse la Roma per 3 a 1, ma l’Atalanta si aggiudicò, a fine anno, il sesto posto in classifica e la semifinale della Mitropa Cup. Un bottino che farebbe arrossire Stefano Colantuono, odierno allenatore dei nerazzuri.

Ma la palma di tifoso sperticato, e atleta lui stesso, va a Giovanni Paolo II. Sciatore, alpino, portiere nella squadra della sua parrocchia di Wadowice. Si dice che, in occasione di una visita apostolica a Reggio Calabria, la squadra della città si stesse giocando in contemporanea l’accesso alla Serie A. Nel silenzio, scandito dalle parole del Papa, esplose un urlo di gioia: ce l’avevano fatta. Giovanni Paolo II, interdetto, chiese spiegazione ai suoi. Si mise a ridere, prese il microfono, e disse: «Grande Reggina». Scroscio di applausi.

Ammirato dall’intero mondo calcistico, il Papa ottenne la tessera di tifoso dal Barcellona, dallo Schalke 04 e dal Borussia Dortmund. Era anche un attento talent scout: Giampiero Boniperti, ai tempi dirigente juventino, ammette che fu proprio lui a consigliargli l’acquisto del giovane Zbigniew Boniek, il primo attaccante polacco a militare in Italia.

Un’umanità, quella di Karol Wojtyła, capace di valorizzare l’agonismo e l’espressività di una pratica che, insieme allo spirito, mitiga e abbellisce il corpo. «Lo sport è gioia di vivere, gioco, festa – dice nel 1984, in occasione del Giubileo internazionale degli sportivi – e come tale va valorizzato e forse riscattato, oggi, dagli eccessi del tecnicismo e del professionismo mediante il recupero della gratuità, della sua capacità di stringere vincoli di amicizia, di favorire il dialogo e l’apertura degli uni verso gli altri, come espressione della ricchezza dell’essere».

Sulla stessa linea è anche Benedetto XVI. Joseph Ratzinger, anzi, scava nel cuore della passione sportiva. Nel 1978, quand’era vescovo bavarese, poco dopo l’inizio del Mondiale in Argentina, riprende la frase latina del panem et circenses, ma la spoglia del “cinismo” con il quale è usata. «Ci si dovrebbe chiedere: in cosa risiede il fascino di un gioco, che assume la stessa importanza del pane? Si potrebbe rispondere, facendo ancora riferimento alla Roma antica, che la richiesta di pane e gioco era in realtà l’espressione del desiderio di una vita paradisiaca, di una vita di sazietà senza affanni, di una libertà finalmente appagata».

La lettera prosegue: «A me sembra che il fascino del calcio stia essenzialmente nel fatto che esso collega questi due aspetti in una forma molto convincente. Costringe l’uomo a imporsi una disciplina in modo da ottenere, con l’allenamento, la padronanza di sé, e con essa, la superiorità e con la superiorità la libertà». È il massimo della libertà, perché non nasce dalla costrizione, ma dal gusto del gioco, dalla gioia del divertimento. Insomma, se corretto, il calcio è un piccolo anticipo il paradiso. 
Twitter: @DanieleCiacci

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