L’opera da tre soldi “Lucia” al manicomio criminale
Debutto in pompa magna il 31 marzo al Teatro dell’Opera di Roma Capitale per la nuova produzione di Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizzetti. Lucia è una delle opere più amate dal pubblico romano (e non solo) e più rappresentate nella capitale (come dimostrato dal lungo elenco e della belle fotografie nell’elegante e ben concepito programma di sala. Presidenti il Capo dello Stato, il ministro dell’Economia e delle Finanze, il sindaco e tutti i notabili della Roma-che-può. A quelle del Teatro dell’Opera occorre aggiungere una ventina di messe in scena ogni anno da piccole compagnie private, spesso utilizzando spazi di Chiese anglicane, compagnie di giovani e orchestrazioni molto ridotte.


L’azione si svolge in una sorta di manicomio criminale, l’appalto della cui costruzione e del cui mobilio sembra essere stato affidato ad Ikea. Ovviamente, i cavalli, i laghi scozzesi, le brume, le fontane ed i saloni restano (non solo nel testo) ma anche nella musica, soprattutto nell’orchestra.
L’idea di trasferire l’azione in un manicomio non è una novità. Era prassi del regista sovietico Lev Dodin: ricordo una Dama di Picche di Peter Illic Tchaikosky nel 1999 che si svolgeva interamente in una casa di pazzi. Più di recente, a Pesaro nel 2015, Damiano Michieletto porta i cavalieri medioevali di Gioacchino Rossini in un fetido manicomio di inizio Ottocento. Dodin ambientava numerose opere in manicomi criminali; era una protesta contro l’Unione Sovietica ed il suo regime. Continuò a farlo dopo la caduta del muro di Berlino. Per Michieletto si trattava principalmente di épater les bourgois.
Difficile capire cosa intendesse Ronconi. Anche in quanto il dramma della crescente follia può essere mostrato in tempi moderni, a manicomi chiuso. Per avere una chiave, sarebbe però stata necessaria una recitazione più spigliata quella vista il 31 marzo.
Foto: Teatro dell’Opera di Roma Capitale
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Questo teatro povero è’ una scelleratezza modaiola.