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Non mangiamoci le frottole

giugno 29, 2011 Redazione

L’ennesimo allarme solleva più di una domanda sui metodi di coltivazione “bio”. Ma soprattutto invita a far piazza pulita dei pregiudizi. Non tutto ciò che proviene dalla natura è sano. E non tutto ciò che l’uomo manipola è cattivo

(Dal numero 24 di Tempi) – Nella giornata di sabato undici giugno, sulla prima pagina di una delle maggiori testate nazionali, compariva il primo piano di alcuni germogli di soia, imputati ormai all’unanimità di aver incubato e poi trasferito a centinaia di persone l’Escherichia Coli (E.Coli). Poco importa che poco dopo i germogli di soia siano stati parzialmente scagionati, quell’immagine pare eloquente: mangiare è un rischio. E aumenta la paura. Il consumatore sfoglia le pagine di un quotidiano o guarda le notizie ad un telegiornale e capisce solamente che, legato all’atto della nutrizione, c’è un pericolo e, per tale ragione, interrompe l’acquisto di certi beni. A seguito di uno scandalo alimentare egli orienta le sue scelte verso prodotti che, con suffissi ed etichette particolari, offrono maggiori garanzie per sé, per chi produce e per l’ambiente. Sempre più diffusa poi è la concezione per cui, nella maggior parte dei casi, l’uomo-agricoltore e l’uomo-tecnologo producono pericoli. I governi si palleggiano le colpe e i cittadini, con le loro tasse, pagano le conseguenze delle loro stesse scelte sottoforma di indennizzi agli agricoltori per i mancati ricavi a seguito dell’ennesima fobia alimentare.

Il caso questa volta è quanto mai serio: molte sono le persone morte per il volto virulento di un comunissimo batterio che, lungi dal trovare il suo habitat d’elezione nel regno vegetale, ha inquinato degli alimenti verdi probabilmente tramite sostanze organiche. I germogli infatti sono associati ad un’azienda biologica della Bassa Sassonia che si avvale di fertilizzanti naturali. Sorge quindi una domanda: il biologico non era forse più sicuro? Ora, sarebbe ideologico legare a tutti i costi l’accaduto al tipo di agricoltura, così da usare la notizia per sostenere una filosofia di produzione piuttosto che un’altra. Ma non si possono neppure eludere domande che sorgono spontanee. Era quell’azienda biologica o biodinamica? Utilizzava o meno metodi convenzionali? Si avvaleva delle preziose scoperte dell’ingegneria genetica? Le tecniche di produzione hanno influito o meno sull’epidemia, essendo il batterio comunemente presente nel tratto intestinale di uomo e di animali e provenendo da sostanza organica?

Una cosa è certa, purtroppo questi quesiti scomodi non vengono affrontati da un’informazione che non chiama mai in causa l’uomo di scienza né chi dedica la sua vita al miglioramento delle coltivazioni e delle tecniche d’allevamento e quindi al miglioramento della nostra qualità di vita. Si procede fra le grida e gli schiamazzi, senza mai arrivare a risposte certe, non facendo altro che seminare sospetti, diffondendo la paura e lasciando tutti, spesso, nell’incertezza. Il clamore fa presa e confonde facilmente quando si toccano elementi così ontologicamente presenti in noi come il rapporto con la terra, l’atto del mangiare, il paesaggio naturale per come lo conosciamo (che poi naturale non è, con quell’armonico andirivieni di prati, campi, filari, segno dell’atavica interazione intelligente tra uomo e natura).

Ne nasce una mentalità che, diffusamente, nell’ambito agroalimentare, rifiuta a priori lo sviluppo, la tecnica, il miglioramento e la ricerca. Si reagisce all’incertezza pensando all’esistente come a qualcosa di immutato e immutabile quando invece ogni varietà coltivata è frutto di incroci e mutazioni. Si pensa che la natura di per sé non abbia difetti quando sono molti invece i frutti ricchi di sostanze allergeniche o le piante potenzialmente tossiche. Non si dice che un campo di mais, senza trattamenti chimici, è più soggetto all’attacco di un insetto, la piralide che, in fase larvale, scava gallerie nel fusto della pianta esponendola all’attacco di funghi capaci di produrre tossine cancerogene. Non si sente mai parlare del mais-bt, Ogm, che per mezzo dell’aggiunta di un semplice gene isolato dal batterio del suolo Bacillus Thuringiensis, che in natura produce una proteina dannosa per alcuni insetti, resiste all’attacco della piralide con notevoli vantaggi ambientali (meno trattamenti e carburante per effettuarli) e per la salute del consumatore. Non si sa che molte delle nostre produzioni agricole, per giunta spesso le più tipiche e rappresentative del nostro made in Italy agricolo, sono gravemente minacciate da diversi patogeni e patologie.

È il caso delle mele valdostane e della larva dell’insetto Melolontha; è il caso del riso Carnaroli e dei funghi parassiti; è il caso della vite e della Flavescenza Dorata. E in nome del già citato rifiuto del progresso e della tutela della nostre peculiarità in ambito agroalimentare rifiutiamo che queste produzioni si avvalgano delle scoperte dell’ingegneria genetica e continuiamo a scegliere prodotti che, dalla semina alla maturazione hanno avuto bisogno di diversi trattamenti perché i frutti arrivassero integri sulle nostre tavole. Anche se fino ad ora, in nessuna parte del mondo, si sono raccolte evidenze sulla non salubrità degli alimenti geneticamente modificati.

Una questione culturale
Grazie a tutti questi silenzi si fa prevalere il principio di precauzione che blocca la ricerca e la sperimentazione e lascia nel dimenticatoio il lavoro di diversi istituti nazionali che già avevano pronte varietà Gm in attesa di sperimentazione, come nel caso dell’Istituto per la cerealicoltura di Bergamo e il riso Carnaroli. Ma se l’uomo da sempre avesse adottato il principio di precauzione, principio che oggi sembra giustificare ogni immobilismo, non avrebbe mai addomesticato l’antenato del cane per paura che mordesse o non avrebbe mai selezionate varietà coltivabili dei frumenti ancestrali per paura che il loro consumo nuocesse in qualche modo alla salute. Oggi abbiamo per giunta enormi vantaggi rispetto ai nostri padri, potendo procedere sempre meno a tentoni grazie a metodi d’indagine e di studio della realtà sempre più all’avanguardia. Il batterio killer, che speriamo a breve venga definitivamente debellato (e saranno microbiologi, biologi, agronomi, biotecnologi a doversene occupare), ha sollevato per l’ennesima volta la necessità, anche in ambito agroalimentare, di abbandonare le ideologie e di conoscere davvero quanto si ha di fronte. Sempre che non ci stia bene la schiavitù della confusione, la schiavitù dal quotidiano di turno che oggi, guarda un po’, del caso già non parla più.

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