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Moratteide: la tragicomica epopea di una grande squadra di calcio

agosto 29, 2011 Carlo Candiani

La stucchevole vicenda di calciomercato che vede sugli scudi (l’ex) attaccante dell’Inter Samuel Eto’o riporta sotto i riflettori del calcio nazionale la gestione societaria e tecnica della squadra milanese sotto la presidenza di Massimo Moratti. Quasi 17 anni di decisioni e improvvisazioni, che Tempi.it, da oggi, vi racconterà. Puntata per puntata

Da giorni, sui giornali e in tivù, appare un Samuel Eto’o in tunica nerazzurra (complimenti a Sky per il tempismo!) che fa gridare al miracolo mentre levita nell’aria durante un’acrobatica rovesciata. Il vero miracolo in casa Inter, però, sarebbe un presidente in grado di condurre la realtà societaria di una grande squadra di calcio. Cosa negli ultimi 16 anni accaduta molto raramente.

 

 

Nonostante Massimo Moratti, l’attuale patron dell’Inter, goda di una speciale immunità da critiche da parte dei commentatori sportivi è giunta l’ora, dopo l’ennesima estate (dove in casa interista chi ci capisce qualcosa è bravo), di raccontare la storia di questi anni. Massimo Moratti rileva l’Inter Football Club il 25 Febbraio 1995, con l’intento di ripercorrere i fasti della presidenza di suo padre Angelo, quelli di Helenio Herrera in panchina e di “SartiBurgnichFacchettiBedinGuarneriPicchiDomenghiniBicicliMazzolaSuarezCorso” in campo.

Scudetti e Coppe dei Campioni, ma anche una fine repentina: nel 1967, in pochi giorni la squadra perse l’ennesima finale europea contro il Celtic e uno scudetto già vinto (papera di Sarti contro il Mantova e sorpasso della solita Juve). Chi scrive, undicenne all’epoca, ne fu sgomento testimone.

Poi vennero le presidenze Fraizzoli e Pellegrini. Poche furono le soddisfazioni:

1971, un campionato vinto sotto la stella Boninsegna, una rimonta di 9 punti sul Milan (con i 2 punti in palio era ben più difficile ribaltare gli ordini di arrivo), un Herrera (Heriberto) licenziato dai “senatori” e autogestione “coperta” da tal Invernizzi in panca.

1980, un anonimo titolo tricolore con il trainer Bersellini e uno dei record (1989), con il Trap in panca, strappato all’odiata Juve, mentre il Milan vinceva Champions a ritmo seriale sotto la guida di Sacchi. Tra uno scudetto e l’altro, e non per modo di dire, qualche Coppa Uefa (’91 e ’94), il mancato arrivo per ragioni diverse di un paio di fuoriclasse (Platini e Falcao), gestioni presidenziali, certo problematiche, ma condotte con stile (anche se la deriva conclusiva della gestione Pellegrini, Orrico “docet”, fu difficile da digerire), impegnate a tenere alto il blasone dei “bauscia” interisti contro le rivali di sempre Milan e Juve, che pure affrontavano problemi non da poco.

 

Un esempio? Il mancato ingaggio da parte dell’Avvocato Agnelli del giovane ma già acclamato Maradona, per non offendere gli operai della Fiat in cassa integrazione e l’onta della “B” (due volte) che il Milan subì, per colpa di alcuni suoi giocatori, scommettitori illegali. Insomma per il tifoso interista gli anni 70, 80 e metà dei 90, poche gioie e diverse delusioni. E’ in questo scenario, di un calcio che tra l’altro si sta velocemente trasformando e che è succube dell’invadenza sempre più esplicita degli sponsor e dall’avvento delle tivù locali, che il giovane Moratti decide perentoriamente di giocarsi immagine e “budget” di famiglia nell’avventura calcistica.

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