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Lo sport discrimina? Da Heinrich Ratjen a Caster Semenya

ottobre 18, 2013 Andrea Annunziata

Nello sport moderno, specie nell’atletica leggera, sono stati vari i casi in cui la sessualità è stata motivo di controversie

Lo sport discrimina? Non so se la cosa può scandalizzare qualcuno, ma è un dato di fatto facilmente constatabile che la deriva del pensiero occidentale non potrà contaminare.

Il perché dell’affermazione è lapalissiano: vi sono competizioni divise per sessi in cui anche la confessione di omosessualità non permette il trasferimento dell’atleta alla competizione del sesso desiderato. Perché? Semplice, la struttura fisica dell’uomo è differente da quella della donna. L’uomo, dalla notte dei tempi, aveva la funzione di cacciare e fare la guerra (attività assai affini allo sport, si pensi al lancio del giavellotto o al tiro con l’arco) e quindi ha sviluppato una maggiore massa muscolare. La donna invece, ha avuto lo scopo di accudire la prole e per cui ha una maggiore massa grassa. Questo semplice dato scientifico fa sì che le massime prestazioni sportive se comparate diano un gap di circa il 10/15% tra uomo e donna, cioè l’uomo corre il 15% più veloce, tira il 15% più lontano, etc.

Nello sport moderno, specie nell’atletica leggera, sono stati vari i casi in cui la sessualità è stata motivo di controversie. Il più eclatante risale al 1936 e riguarda Heinrich Ratjen, atleta della Germania nazista nella disciplina del salto in alto, partecipò alle gare femminili con il nome di Dora Ratjen, arrivò quarto alle olimpiadi di Berlino del ‘36. Due anni dopo partecipò ai campionati europei dove stabilì il nuovo record mondiale con la misura di 1,70m, sulla via del ritorno però due donne notarono la sua barba e denunciarono l’imbroglio. Una volta scoperto Heinrich dovette riconsegnare la medaglia d’oro, vide cancellato il suo record e pose fine alla sua carriera di atleta.

Lo scempio dell’umano si ebbe però con un altro regime tedesco, la DDR. Il caso più triste è quello di Heidi Krieger, lanciatrice del peso che sin dall’età dello sviluppo fu imbottita di ormoni maschili (steroidi) in quantità impressionanti. I dati scoperti dopo la caduta del muro di Berlino parlano di 2.590 milligrammi in un anno. Per dare un’idea, sono 1.000 in più di quelli assunti da Ben Johnson nel 1988, quando partecipò alle olimpiadi di Seul dove venne scoperto e squalificato per doping. Tra il 1981 e il 1984, quando cioè Heidi aveva tra i 15 e 18 anni, le sue prestazioni sportive ebbero uno sviluppo tale per cui passò dal gettare il peso da 14 a 20 metri. Per comprendere la mostruosità delle prestazioni basti dire che la campionessa olimpica di Londra 2012 (Valerie Adams) tra i 15 e i 18 anni lanciava 2 metri di meno. In quello stesso periodo la voce di Heidi cominciò a diventare maschile.  Solo allo scioglimento della DDR poté confessare di avere anche problemi di identità sessuale incominciati in quegli anni e che riguardarono molti atleti di quel regime. Heidi oggi si chiama Andreas, gli è cresciuta la barba ed è sposata con un’altra atleta della DDR, la nuotatrice Ute Krause anch’essa vittima del doping di stato. Nonostante si sentissero di sesso maschile, parteciparono sempre a competizioni femminili.

In tale ambito è stata storia assai recente quella di Caster Semenya, atleta sudafricana negli 800m considerata donna ma presunta ermafrodita che la IAAF, federazione internazionale di atletica, ha esaminato con analisi approfondite, di cui non si conoscono gli esiti, ma che ha permesso all’atleta di continuare a correre nel circuito femminile e di cui non si smette mai di discutere o sospettare. Fa comunque riflettere che si sia dovuto analizzare il tutto in modo scientifico per valutare se non vi fosse una competizione impari per mezzi fisici. In quel caso sarebbe passata al circuito maschile e cancellati record e vittorie. Altrettanti e simili dubbi continua a suscitare Jarmila Kratochvilova ed il suo record ancora imbattuto nei 400 metri indoor (49”59 ottenuti a Milano nel 1982). I dubbi sulla sua reale sessualità non sono mai stati dissipati o smentiti.

Anche se l’identità sessuale non fosse in discussione, la struttura fisica rimane una discriminante. Lo è stato pochi anni orsono, giustamente, con la campionessa statunitense di sci alpino Lindsey Vonn.  A causa della suo strapotere fisico nei confronti della maggior parte delle avversarie, aveva chiesto alla Federazione Internazionale di Sci (FIS), di partecipare alle competizioni maschili. Richiesta bocciata per i troppi rischi che questo avrebbe comportato per l’atleta che non avrebbe avuto la forza fisica di superare certi passaggi pericolosi durante le competizioni.

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2 Commenti

  1. Tommaso Tartaglione scrive:

    Ringrazio il dott. Andrea Annunziata per l’interessante analisi.

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