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«L’Italia esporta mentre l’Europa è ferma, ma questo non basta. Serve più credito alle imprese»

gennaio 15, 2013 Matteo Rigamonti

Sostegno all’economia reale e maggiore flessibilità nel mercato del lavoro sia in entrata sia in uscita. Intervista a Paolo Preti (Sda Bocconi di Milano) sull’agenda economica del paese

 Riattivare il circolo del credito alle imprese e rendere più flessibili i contratti, così che almeno chi cresce possa assumere. È questa la ricetta per fronteggiare la crisi dei consumi e dell’economia reale secondo Paolo Preti, docente di organizzazione e personale alla Sda Bocconi di Milano. Preti che, commentando la notizia del calo della produzione industriale italiana, non si dice preoccupato: «perché è la sommatoria ad essere negativa», «il mercato interno è fermo, è vero, ma in compenso aumentano le esportazioni».

Professore, la produzione industriale italiana è in calo (-6,6 per cento nei primi sei mesi del 2012), non è una novità. Come mai? Come si spiega?
Perché il mercato interno è fermo, ma in compenso aumentano le esportazioni. Vede, è la sommatoria ad essere negativa, ma chi produce per vendere all’estero cresce, è un dato assolutamente inaspettato. Questo è il caso di chi ha potuto e saputo internazionalizzarsi.

D’accordo, però il mercato interno è fermo…
Indubbiamente è vero, ma non sottovaluterei questo risultato: all’estero molte economie sono in crescita; penso all’America, alla Cina, all’India e anche al Brasile. È l’Europa, piuttosto, ad essere ferma. L’Italia, invece, da questo punto di vista, è cresciuta.

Del calo dei consumi cosa ne pensa?
È per questo che il mercato interno è fermo, ma non è in assoluto un male. Personalmente sono convinto che un riequilibrio nei consumi possa anche fare bene al Paese.

Prego?
Meno consumi non significa meno ricchezza. E non è detto che sia un sinonimo di povertà.

Cosa intende?
Che se nel dopoguerra, in Italia, due persone potevano sostenere otto persone (tanti allora potevano essere i figli di una coppia), non vedo perché, oggi, otto persone (tra nonni, genitori e zii) faticano a sostenerne due. Sono cambiati gli standard qualitativi della vita? Va bene, ma dove sta scritto che i figli devono essere immediatamente autonomi e potersi permettere un mutuo da soli? Per la mia generazione non è stato così, anche noi siamo stati aiutati dai nostri genitori e nonni.

Ma il sistema paese come è messo?
Abbiamo sistemato l’economia pubblica: anche l’asta odierna dei titoli del debito è stata aperta e chiusa nel giro di 30 secondi; la Borsa di Milano cresce e la sfera finanziaria è sulla strada del risanamento; ora è il momento di mettere a posto la sfera dell’economia reale.

Quali sono, a suo modo di vedere, le priorità per il paese di cui le agende, non solo elettorali, dei politici devono tener conto?
Anzitutto le banche devono tornare a sostenere le imprese. Finora gli istituti hanno potuto ricevere soldi dalla Banca centrale europea a tassi pari all’uno per cento e li hanno reinvestiti al 4 per cento in titoli del debito; ora che il 65 per cento del debito è tornato in mano a soggetti italiani (mentre nel 2011 il 60 per cento era detenuto da soggetti stranieri) devono aiutare l’economia reale a ripartire.

E poi?
Occorre passare dai principi ai fatti: va bene annunciare all’Europa che i tempi di pagamento della pubblica amministrazione si sono ridotti a 30 giorni; però, poi, deve essere così anche nei fatti, non è possibile che in Italia ci siano ancora regioni e province che pagano a 600 giorni di distanza.

Sul lavoro, invece?
Serve maggiore flessibilità sia in entrata sia in uscita. Prima della riforma Fornero c’erano più possibilità di lavorare; a tempo, ma c’erano. Adesso il mercato del lavoro è troppo rigido, nell’uno e nell’altro senso, e un’impresa, prima di assumere, ci pensa su due volte.

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1 Commenti

  1. francesco taddei scrive:

    in italia i lavoratori flessibili ci sono già: si chiamano precari. cioè gente che non vede stabilizzarsi la propria situazione.

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