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La ricetta anti-crisi della Catalogna si chiama indipendenza dalla Spagna

settembre 27, 2012 Chiara Sirianni

Il presidente della Catalogna Artus Mas ne è convinto: «In momenti eccezionali occorre prendere decisioni eccezionali». Il governo centrale si trova a gestire l’ennesimo problema, mentre re Juan Carlos invita la regione a un gesto di politica responsabile.

Indipendentismo come tentativo di uscire dalla crisi. È l’idea di Artus Mas, presidente della Catalogna. Dopo che il premier spagnolo Mariano Rajoy aveva posto il suo veto sul nuovo patto fiscale proposto dalla regione autonoma, lo scorso 20 settembre, lo scontro si è fatto aperto. E il presidente Mas ha scelto di giocare la carta delle elezioni anticipate, indette per il prossimo 25 novembre: «Non siamo più nell’epoca delle comodità istituzionali: in momenti eccezionali occorre prendere decisioni eccezionali» ha detto in un appassionato discorso il leader del partito liberale (“Convergencia Y Unio”, che peraltro non è tra quelli più legati alle spinte indipendentiste). «La voce del popolo va fatta esprimere alle urne. E se la Catalogna decidesse di staccarsi da Madrid – ha proseguito – figurerebbe tra i primi cinquanta paesi esportatori del mondo». Il governo non esclude quindi di portare al parlamento regionale una proposta di dichiarazione unilaterale di Stato nazionale. Lo ha ribadito anche Francesco Homs, portavoce dell’esecutivo: «Intraprendiamo una strada nuova, che sia nuova per tutti». Due le soluzioni possibili: una dichiarazione votata direttamente dal Parlamento catalano, o in alternativa, una votazione referendaria. «In Catalogna – ha spiegato Homs – abbiamo capito che come stiamo adesso non stiamo bene, e abbiamo deciso di intraprendere un nuovo cammino con un orientamento chiaro». Vale a dire la Catalogna come stato indipendente, ma sempre all’interno dell’Unione europea.

I SUSSULTI INDIPENDENTISTI. Gran parte dell’opinione pubblica, complice la crisi, sembrerebbe a favore di una scelta in questo senso. L’11 settembre è stata celebrata la festa nazionale catalana, la Diada, e due milioni di persone sono scese in piazza al grido di “Catalunya, nou estat d’Europa”. Anche nel 2010 l’intera Catalogna scese in piazza per difendere il suo statuto di autonomia, messo a rischio dalla Corte costituzionale spagnola. A Barcellona sfilarono due milioni di persone, in testa José Montilla, presidente del governo regionale, assieme ai suoi predecessori e a tutti i partiti catalani. I giudici avevano espresso un giudizio di incostituzionalità su alcuni articoli dello statuto (adottato nel 2006), in particolare quello che definiva la Catalogna come nazione e quello che attribuiva alla lingua catalana (che all’epoca della dittatura di Francisco Franco era vietata) un carattere preferenziale rispetto all’idioma spagnolo. La Catalogna si è sempre sentita una nazione, più che una regione. Derubata della sua indipendenza ai tempi di Isabella D’Aragona, l’11 settembre 1714, ogni anno ricorda l’autonomia perduta reclamando il diritto all’autogoverno. Un sentire che è proseguito nei secoli con vari sussulti indipendentisti, passando dalla pesante repressione di Franco (Lluis Companys è l’unico presidente europeo a essere stato fucilato dalle truppe nazi-fasciste) fino ad arrivare alle forti autonomie di cui fino a oggi ha goduto quella che era una regione del Regno di Spagna: lingua ufficiale, sistema scolastico, corpo di polizia. Solo lo scorso anno (aprile 2011) si è tenuto un referendum consultivo, con questa domanda:  “Volete che la Catalogna diventi uno Stato indipendente, sociale e democratico, membro dell’Unione europea?”. Il sì ottenne il 90% dei voti.

L’APPELLO DI JUAN CARLOS. Il quotidiano El Pais definisce «inutile e fallimentare» l’approccio che vede contrapposte spinte centraliste e indipendentiste, approccio che «offusca la pluralità effettiva della Catalogna reale». Per il governo centrale si tratta dell’ennesimo problema da risolvere, e la vice-presindentessa del Ppe, Soraya Sáenz de Santamaria, ha accusato di «aggiungere crisi alla crisi» con una mossa che non può che creare ulteriore instabilità a livello politico e sociale. Anche il Ppe catalano ha definito «al margine della legge» la scelta del presidente di regione, seguito a ruota dal presidente della Confederazione degli industriali spagnoli (Ceoe), Joan Rosell, secondo cui un’eventuale indipendenza ridurrebbe gli utili non solo delle imprese catalane, ma di quelle di tutta la Spagna. Persino il re Juan Carlos ha invitato la Catalogna a un gesto di «politica responsabile», mettendo da parte «le spinte centrifughe che spaventano, minacciano e creano discussioni». Laconico il commento del presidente catalano: «con queste parole, il re ha perso molti amici».

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