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La guerra civile mondiale

ottobre 26, 2017 Riccardo Paradisi

Crociate pro o contro i vaccini, separatismi, scontri sulla memoria, lotte tra poveri. Guardavamo in tv i conflitti degli altri. Non ci aspettavamo che il loro rumore l’avremo ascoltato dalle finestre

rifugiati siriani ansa

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – «La tecnica, in quanto fenomeno universale, cosmopolitico, che spinge inesorabilmente alla globalizzazione, prepara lo Stato mondiale e, anzi, in una certa misura lo ha già realizzato». Ma lo Stato mondiale descritto con queste parole da Ernst Jünger è meno un soggetto politico inverato che un paradigma vettoriale, è l’approdo prefigurato e possibile d’una spinta potenziale che mentre inconsciamente tende all’ideale regolativo dell’ecumene universale – spazio animato da comunità libere dall’organizzazione – disintegra intanto le forme organizzate del vecchio mondo.

L’ipotesi che la guerra civile mondiale dentro cui l’epoca presente è immersa costituisca la dolorosa gestazione d’una metamorfosi delle categorie del politico tardo moderne conferirebbe almeno un senso finalistico, un telos, all’apparente caos che scuote ogni latitudine del mondo, ormai penetrando anche l’occidente europeo e americano scosso da fenomeni sussultori che hanno ridotto in macerie la narrazione unitaria che lo aveva tenuto in forma negli ultimi sessant’anni. Crociate scientiste o antivax, conflitti permanenti sulle memorie storiche, secessionismi che moltiplicandosi punteggiano l’Europa di focolai divisivi sono fenomeni che mostrandosi in aumento esponenziale dichiarano il vecchio Stato nazionale delegittimato dalle sue narrazioni autoritative. Il pluriverso valoriale, formula con cui il mainstream intellettuale s’è intrattenuto all’ombra di parole d’ordine come meticciato e contaminazione, diffondendo la neolingua volta a rieducare gli spiriti in ritardo rispetto al nuovo eone globalitario, rivela così finalmente il suo senso compiuto di anticamera della guerra civile permanente su scala planetaria.

Dalla Siria alla casa popolare
Sono guerre civili la siriana, l’ucraina, la libica così come quelle che squarciano con poche eccezioni il continente africano; guerre civili perché intranazionali ma soprattutto perché a essere coinvolti sono i civili, come vittime inermi e come combattenti attivi. Quali europei, eravamo abituati a osservare in tv le guerre civili degli altri – anche quando eravamo noi a indurle nella pretesa d’esportare democrazia. Deprecandole dal divano di casa non ci aspettavamo che il loro rumore l’avremo ascoltato dalle nostre finestre. Intanto sono le guerre di strada tra poveri per una casa popolare, domani saranno le guerre razziali e più diffusamente la guerra di tutti contro tutti.

Il caso spagnolo come i processi dissolutori territoriali determinati dalla spinta centrifuga della globalizzazione e da quella reattiva del neo-isolazionismo regionalistico sono spie rivelatrici di come sia prossima a inverarsi la grande intuizione di Carl Schmitt formulata in Teoria del partigiano. Il nuovo ordine mondiale che vi è prefigurato è appunto il tramonto degli stati sovrani e la fine del loro reciproco riconoscimento. Come conseguenza prima di questo processo, la guerra non è più né circoscritta né regolamentata dai vecchi codici territoriali; diventa guerra ideologica e guerra civile e dunque guerra totale.

La cancellazioni di confini e frontiere rilancia per paradosso i vecchi nazionalismi e ottiene l’obiettivo rovesciato del pacifico meticciato globale: genera la radicalizzazione della contrapposizione amico-nemico e ne estende il campo di applicazione ovunque. Si è nemici anche per essere pro o contro una vaccinazione, una squadra di calcio e si può dichiarare nemico del genere vivente un cuoco facendo irruzione nel suo ristorante al grido di “assassino” per aver brasato carne in televisione.

Nessun parametro razionale
Naturalmente si può essere contemporaneamente nemici su un fronte e amici sull’altro, perché il collasso della meta-narrazione unitaria riguarda anche l’unità della propria psiche. Un gigantesco collasso cognitivo schiude l’era della post-intelligenza aprendo la breccia all’“ostilità assoluta” tra gruppi e individui su scala planetaria. Il terrorista tradizionale, che fosse l’eversore europeo dei decenni scorsi o anche il jihadista attuale, è ancora un elemento che ha un rapporto dialettico con l’epoca della ragione; il partigiano della guerra civile permanente planetaria invece non risponderà più a parametri razionali: la sua aggressività moltiplicata dallo sradicamento muoverà sempre più da eruzioni pulsionali suscettibili di diventare virali nel disordine globale che le amplifica e le asseconda.

La guerra civile mondiale squarcia dall’interno ogni identità e annulla ogni differenza tra dentro e fuori, tra intimo ed estraneo. In tal modo, come ha notato Giorgio Agamben, «il legame politico si trasferisce all’interno della casa nella stessa misura in cui il vincolo familiare si estranea in fazione». Ogni nazione, ogni popolo si dissolve in moltitudine – concetto che non a caso ha impugnato e brandito Toni Negri nei suoi ultimi saggi per rilanciare il propellente eversivo su scala generale –, massa disponibile a ogni influenza e a ogni conflitto. L’abdicazione del politico a pensare con le sue categorie, la rinuncia al principio della decisione, il cedimento al determinismo della tecnica hanno costituito l’acceleratore verso una determinazione globalista e non differenziata dell’universalismo, così da prefigurare un’unità del mondo parossistica rispetto all’ideale regolativo dell’ecumene universale.

Una prospettiva e una speranza
La rettificazione, l’atto resistenziale del katechon schmittiano rispetto al gigantesco deragliamento storico in corso è la teoria dei grandi spazi: «Per quanto piccola si sia fatta la terra, il mondo sarà sempre troppo grande per sottomettersi all’unico Signore del mondo». Il pluriverso dei grandi spazi condivisi tra popoli e culture omogenee determinerebbe un pluriverso ordinato fornendo un nuovo nomos della terra in grado di ridare al mondo una forma più originaria, dove limiti e confini riemergererebbero dalle profondità della storia oltre l’angustia dei vecchi nazionalismi e la follia allucinatoria di un’umanità indifferenziata oscillante tra robotizzazione e scatenamento istintuale.

Resta indeterminato se questa idea troverà pensieri capaci di ospitarla e volontà in grado di esprimerla. E tuttavia le idee sono entità viventi, generano campi di forza, tengono aperta una prospettiva e una speranza. Vale ricordarsene mentre s’allungano le ombre della notte e si è tentati dalla disperazione. «Per quanto lo sguardo scruti al di qua e al di là delle catastrofi, verso il futuro, e per quanto si sforzi di immaginare le vie che vi conducono, sempre nei loro vortici domina il presente», ha scritto una volta Jünger, tuttavia ricordando come il fuoco che rovinò i palazzi di Ilio rischiarò la via sulla quale Enea avrebbe fondato un nuovo regno. Ducunt volentem fata, nolentem trahunt.

Foto Ansa

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