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Incontrare José, l’omone pietrificato accarezzato dal Papa nella clinica di padre Aldo, e capire da lui che cos’è la vita

luglio 14, 2015 Luigi Amicone

Noi che eravamo ospiti nella casa di don Trento, lo avevamo incontrato prima dell’arrivo di Francesco e ci si era spinti a domandare: «Cos’è la vita per te, José?»

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È una delle tante immagini che hanno fatto il giro del mondo e riflette l’insistenza di papa Francesco per l’imprevisto andato a cercare nelle periferie dell’esistenza umana. Nella foto scattata all’ingresso dell’hospice San Rafael di Asunción, dove il Santo Padre sabato scorso, durante il suo viaggio in Paraguay, si è intrattenuto in una visita breve, strappata al protocollo e fortemente attesa da padre Aldo Trento, il missionario italiano che dell’hospice e della Fondazione di accoglienza per malati terminali e bambini abbandonati è stato il creatore e animatore, si vede il Papa chinarsi su un uomo allettato. Si chiama Josè, l’uomo, anzi, l’omone, un gigante pietrificato e reso cieco da una malattia neurologica che non dà scampo.

Qualche ora prima, noi che in quelle ore eravamo ospiti nella casa di don Aldo, avevamo incontrato José e con Francesca Giansoldati, vaticanista del Messaggero, ci si era spinti a domandare: «Cos’è la vita per te, José?».

«La vita per me non è mai esistita. La vita è la cosa più bella». Sembra un ossimoro, anzi lo è. A una domanda stupida o devota, fate voi, l’omone ha risposto con l’intelligenza dell’essere. E generalmente, incomparabilmente con quanto possiamo immaginare noi che camminiamo dall’altra parte della strada, dove si incontra solo gente in salute, disgrazie sì, ma subito scansate per riprendere il corso di una sana vita distratta e perbene, come se non si dovesse mai inciampare e mai cadere maceri, abbiamo trovato la stessa risposta, anche se inespressa, nelle facce e nei corpi deturpati dalle malattie giunte a fine corso, a ridurre a brandelli le carni dei quarantotto ospiti del San Rafael.

Dalla vecchina col volto di cartapecora da centenaria, e invece ha solo 54 anni e un autismo totale incredibilmente trafitto da don Aldo il giorno che gli è venuta l’idea di evocare due parole sacre agli indios guaraní (così che la pronuncia di quelle due parole fanno scattare chissà che nella mente della vecchina, che si desta, si solleva dal letto e benedice nel nome del padre del figlio e dello spirito santo lo stesso don Aldo), a Victor, l’idrocefalo senza età e senza una precisa conformazione fisica e che nello suo stato di famiglia risulta come figlio di padre Aldo. In tutti gli ospiti del San Rafael, quarantotto in rappresentanza della sterminata folla dei più poveri, emarginati, sofferenti di questo nostro mondo, si contempla il mistero dell’essere che nessun circo mediatico globalizzato nemmeno riesce a sfiorare, e forse per questo oggi si butta sull’animale, si intenerisce per la pecorella azzoppata o il rinoceronte ferito, ma non riesce a sostenere – se non evocandolo a parole – il volto dell’uomo disfatto, sofferente, giunto al limitare della vita in questo mondo.

Per questo urgono l’eutanasia e gemono implorando la dignità del morire. Perché non vogliono vedere e non vogliono più far vedere, cos’è, veramente, l’essere. Cos’è? Guarda quella distesa di pietre e fango e polvere. È quello che sarai. Ma quello che veramente sei e che sarai è incommensurabile rispetto al disfacimento e alla gangrena e ai vermi nella carne. Dove può andare un uomo che distrae lo sguardo dalla realtà dell’essere e si immagina che queste sono botteghe del dolore, vetrine su cui la legge dovrebbe indagare, perché sporcano la dignità del vivere nella cecità dell’anima e del morire nella buona anestesia nei corpi?

Eppure, ancora nella Fondazione di don Aldo, anzi in questi altri casi ospiti a casa sua, tu puoi incontrare ciascuno di noi, lo stesso essere in forma apparentemente meno paurosa. E invece è quasi peggio del cancro in faccia di Celestina o dei vermi nell’utero di un’altra donna in agonia, la faccia di Julio, suicida mancato, che si è appeso per disperazione quando è stato abbandonato dalla moglie. Lo hanno preso in extremis, Julio, non è più uscito dal tunnel, il suo sguardo è triste come se dal mondo di sotto gli apparisse costantemente pietrificato l’amore perduto. E che dire dei tre ex barboni che Aldo ospita nella camera da letto contigua alla sua, tre angeli di Mamre che vanno e vengono senza pronunciare mai una parola, se non “gracias padre”? Suor Sonia che che lava i piatti in cucina, il giovane avvocato che cura le relazioni esterne e disbriga pratiche per l’hospice. La dottoressa e le infermiere che finito il turno passano a salutare il Santissimo e trascorrono qualche minuto in preghiera all’inizio e alla fine di ogni loro turno ospedaliero…

padre-aldo-trento-elidaVengono in mente i versi del Carducci, che al San Rafael sembrano stampati in ogni angolo di corridoio e vivono nel pensiero di ciascuno che, tremebondo, vaglia quella soglia con l’incoscienza di chi magari si pensa fortunato a non vivere la condizione di quella umanità sospesa in un limbo.

«Diman morremo, come ier moriro
quelli che amammo: via da le memorie.
Via dagli affetti, tenui ombre lievi
dilegueremo».

Sembra tutto niente, sembra che tutto finisca in niente. E invece il San Rafael è un posto che è stato dato di edificare a padre Aldo dall’incontro di un poveraccio morente sulla strada e, di lì, al primo ospite del primo seme dell’hospice, perché arrivasse a diventare visibile e notiziabile addirittura dalla Cnn che l’essere c’è e che non c’è il niente; c’è qualcuno che vede quello che vediamo noi, ma vede più di noi. Dunque è bene seguirlo.

Come fece don Aldo, spedito ad Asunción da don Giussani, la cui eco di una delle sue ultime parole agli amici, adesso risuona chiaramente e si vede all’opera: «Comunque, vi prego di essere sempre nella vostra giornata appuntati sulla preghiera, sull’avamposto della domanda: la domanda è l’avamposto dell’uomo che va in battaglia; la domanda è un grido, è un grido che non deve trascurare la sua autocoscienza, l’autocoscienza per cui vibra ed è nato. Così che, non so, fra 50 anni, fra 500 anni, ci abbiamo a ritrovare tutti nella consolazione che l’Essere porta a chi non Lo distoglie, nella affermazione del niente, dalla sua intensa partita».

Foto Ansa


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1 Commenti

  1. Francesco scrive:

    Caro Don Aldo grazie,
    E grazie a Tempi,
    Appena potrò sostenere il costo del viaggio di andata,
    Se Gesù vorrà,
    E così tu,
    Verrò a conoscerti di persona,
    Forse potrò fare qualcosa di utile.
    Lg

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