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In che stato è la salute (d’acciaio) dell’Italia. L’Ilva e altro. Parla Gozzi

giugno 1, 2017 Francesca Parodi

L’Italia, stretta tra economie protezioniste e costi ambientali extra, deve puntare a una maggior competitività nella produzione e trasformazione dell’acciaio. Intervista al presidente di Federacciai

ilva-ansa

In attesa di sapere chi si aggiudicherà l’acquisto del gruppo Ilva, i sindacati metalmeccanici hanno indetto uno sciopero per protestare contro gli esuberi previsti, ritenendoli inaccettabili. Dopo un anno di amministrazione straordinaria per decreto ministeriale infatti, nel 2016 si è aperta la procedura per la vendita degli asset aziendali tramite un bando internazionale. Al momento, i commissari stanno valutando due proposte di acquisto: quella di Am Investco Italy (formata dal gruppo ArcelorMittal e Marcegaglia) e quella di AcciaItalia (Jindal, Cdp, Delfin e Arvedi). L’Ilva di Taranto è il più grande stabilimento siderurgico in Europa e tra i maggiori al mondo, quarto tra i produttori europei.

«Il settore dell’acciaio è strategico per l’Europa, ma in particolare per l’Italia, dal momento che la meccanica, per noi grande risorsa di fatturato, vive di acciaio» spiega a tempi.it Antonio Gozzi, presidente di Federacciai. «Quindi, il buono stato di salute della siderurgia italiana è determinante ai fini del mantenimento della filiera meccanica, che altrimenti sarebbe costretta a comprare l’acciaio dall’estero». Le conseguenze peserebbero sui costi del prodotto e sul servizio, poiché «comprare acciaio sul mercato internazionale richiede molto più tempo, servirebbero stock interni molto più elevati e bisognerebbe sostenere oneri finanziari non indifferenti».

La situazione attuale di questo settore così importante per l’Italia, continua Gozzi, ha risentito delle due forti crisi di Ilva e di Piombino. «Rispetto ai picchi massimi raggiunti nel 2007, quando si superavano i 30 milioni di tonnellate di acciaio prodotte, ormai la produzione è notevolmente calata. Da circa quattro anni produciamo circa 22-23 milioni di tonnellate». Nonostante questo, lo stato di salute delle imprese siderurgiche italiane «è complessivamente buono. Gli anni più duri della crisi, dal 2011 al 2014, sono superati e le imprese sono riuscite a resistere solo perché avevano una forte patrimonializzazione che risaliva agli anni d’oro del 2004-2008».

Tuttavia rimangono una serie di punti interrogativi legati alle politiche economiche europee: «Innanzitutto, abbiamo una politica delle infrastrutture e degli investimenti pubblici molto contenuta per il fiscal compact. Bisogna tenere presente che l’acciaio viene impiegato soprattutto per gli investimenti più che per i consumi. E’ chiaro che se in Europa gli investimenti sono pochi, la domanda d’acciaio cala». Un altro fattore da considerare sono i dazi antidumping (cioè le imposte che mirano a scoraggiare l’esportazione di beni a un prezzo inferiore rispetto a quello praticato nel paese d’origine) fissati dall’Unione europea: «Viviamo in un mondo che si regionalizza ogni giorno di più, dal punto di vista del commercio». Le grandi potenze economiche del mondo (come gli Stati Uniti) stanno infatti diventando sempre più protezioniste «e le politiche commerciali dell’Europa, ad esempio per quanto riguarda l’importazione di acciaio da paesi terzi (come dal Cina, ma non solo), hanno determinato in questi anni un indebolimento progressivo». In questo panorama, Gozzi fa notare un curioso paradosso: «L’Unione Europea, nata dalla Comunità europea del carbone e dell’acciaio, sembra oggi, in un certo senso, rinnegare le sue origini rifiutando una chiara politica industriale per difendere il settore siderurgico».

La situazione è sbilanciata e pende a nostro sfavore: «L’Europa è un mercato più aperto degli altri, con il risultato che l’acciaio straniero che non trova più sbocchi in altri mercati in cui vige il protezionismo si riversa nell’Unione. Questo è negativo perché un eccesso di offerta provoca una significativa caduta dei prezzi che indebolisce il settore». Tra gli Stati Uniti e l’Europa, sostiene Gozzi, per lo stesso tipo di prodotto c’è una differenza di 150 dollari. «In questo modo l’America migliora le sue performance, la qualità dei prodotti, riduce i costi e incentiva gli investimenti, mentre la siderurgia europea arranca a causa dei prezzi più bassi». A questo si aggiunge poi il crollo dei prezzi delle materie prime, che comporta «un effetto retroattivo sulla riduzione dei prezzi dei prodotti finiti. Non certo un buon segno per la nostra siderurgia».

Gli investimenti nel settore siderurgico non riguardano solamente la produzione di acciaio, ma anche le tecnologie necessarie per conciliare queste industrie con il tema della tutela dell’ambiente. «Oggi abbiamo strumenti moderni che rendono compatibile la produzione siderurgica con il rispetto dell’ambiente. Ormai le regole sulle emissioni sono ristrettissime, non esiste luogo più controllato dell’Europa». Il problema, rileva Gozzi, è che per l’emissione di Co2 in atmosfera le aziende europee pagano un dazio inesistente per qualsiasi altra impresa nel mondo. «Quindi la siderurgia europea è in una posizione di netto svantaggio competitivo». Riassumendo: la siderurgia europea si trova a fronteggiare, da una parte, un differenziale di prezzo determinato dall’eccessiva o nulla protezione dei confini, dall’altra, dei costi ambientali extra che le altre siderurgie non hanno. «Recuperare questi svantaggi è molto difficile» commenta Gozzi.

A livello nazionale, Gozzi riconosce il merito dei governi che si sono succeduti negli ultimi quindici anni. Spiega infatti che prima le aziende siderurgiche tedesche, francesi e spagnole pagavano l’energia molto meno che in Italia, «ma poi, con una serie di misure, si è riusciti a riequilibrare questo rapporto. Oggi le imprese italiane hanno un costo dell’energia comparabile con quello degli altri concorrenti europei. Si è trattato di una politica industriale strategica e determinante». Il settore quindi continua ad essere fondamentale per il nostro paese ed è per questo necessario, sostiene Gozzi, difendere l’Ilva, indipendentemente da chi la acquisterà: «E’ stata una battaglia molto dura e aspettiamo di vederne l’esito, ma di certo mantenere attiva l’Ilva vuol dire continuare a supportare la manifattura italiana».

Foto Ansa

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