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Il prezzo della benzina alle stelle. E domani sarà peggio

marzo 20, 2012 Massimo Giardina

Intervista a Franco Ferrari Aggradi, presidente di Assopetroli: «Sono preoccupato». Materie prime, speculazione, raffinazione in crisi. Ma sono le accise a pesare per il 60 per cento sul prezzo: «Una loro riduzione è difficile. Il Governo non ha risorse e si parla di un aumento dell’Iva. Se con la recessione l’importo è così alto, il futuro riserverà brutte sorprese».

Le ultime rilevazioni del ministero dello Sviluppo economico eseguite il 12 marzo hanno appurato che il prezzo della benzina, in una settimana, è aumentato di 32,42 centesimi di euro per ogni litro. Rifornirsi ad un erogatore di carburante svuota sempre più il portafoglio e sembra che la corsa al rialzo non abbia tregua. Tempi.it ne ha discusso con il presidente di Assopetroli, Franco Ferrari Aggradi che rappresenta i distributori all’ingrosso e al dettaglio di carburanti, cioè tutta la filiera distributiva che nasce dai cancelli delle raffinerie e arriva fino all’erogatore in strada.

Presidente, la benzina continua a salire, c’è un modo affinché si freni la corsa al rialzo?
È molto difficile e la situazione è preoccupante. Il costo della materia prima è determinato dal mercato e sta risentendo di tensioni internazionali con forti speculazioni. Nella filiera vengono poi i costi di raffinazione. È un altro tasto dolente, perché il settore delle raffinerie italiane, una volta uno dei nostri fiori all’occhiello, perde oltre 1 miliardo di euro l’anno. Il prodotto raffinato in Cina e India risulta più competitivo nonostante i costi di trasporto, ma è giusto ricordare che tutto ciò incide per circa il 30 per cento sul prezzo finale dei carburanti erogati al distributore.

Questo è il costo industriale, che altro manca?
La distribuzione. È la fase che incide sul prezzo finale dei carburanti per il 7-8 per cento: 15 centesimi di euro per ogni litro. Con questo valore si deve remunerare: il distributore di carburante, la manutenzione, il costo del gestore e l’eventuale sconto praticato al consumatore.

Devo presumere per esclusione che la parte rimanente per fare 100, cioè circa il 60 per cento, è composto da tasse.
È così.

Il prezzo del petrolio è deciso dal mercato, le raffinerie stanno perdendo, la distribuzione conta i centesimi rimasti. Non rimarrebbero da abbassare le accise?
È la strada, ma ritengo sia difficile da percorrere. Il Governo non ha risorse per permettersi un provvedimento del genere e, non a caso, si sta parlando di un ulteriore aumento dell’Iva.

Insomma, non c’è via d’uscita.
Come le dicevo sono preoccupato, il settore registra un forte calo delle vendite, la situazione complessiva è ancora in fase recessiva e, nonostante ciò, il prezzo internazionale dei carburanti sta lievitando in assenza di leve per arrestare tale crescita. A tutto questo si aggiunga l’aumento delle accise e delle tasse.

A seguito dello scenario appena descritto, ha senso parlare di liberalizzazioni?
Il settore della distribuzione è stato interessato, dal 1998 ad oggi, da quattro processi di liberalizzazione. L’ultimo sta per essere varato dal Governo Monti e introduce una serie di opportunità, in particolare sulle attività non oil. Quanto alla paventata mancanza di concorrenza nel sistema distributivo italiano è opportuno sfatare un mito. Gli operatori indipendenti dalle compagnie petrolifere (il 50 per cento del mercato) hanno dato pluralismo all’offerta e conferito dinamismo al mercato. Infatti, la forchetta dei prezzi in Italia è una delle più ampie d’Europa e denota la competitività della nostra filiera distributiva. Al netto delle accise, fatto 100 il prezzo medio dei carburanti in Europa, ad un distributore italiano, con il servizio del benzinaio alla pompa, si paga 102. Se si sceglie l’opzione self-service l’indicatore scende a 100: un valore perfettamente allineato con l’Europa. Per i rifornimenti alle pompe “no-logo”, l’indice scende a quota 97-98: valore al di sotto della media europea. Questi prezzi vengono applicati in un sistema distributivo che presenta delle differenze strutturali rispetto agli altri paese europei, differenze che incidono sui costi fissi e rendono complicata la sopravvivenza di chi compete e investe nel settore della distribuzione di carburanti.

In che senso?
I distributori in Italia sono circa 24 mila, in Germania 15 mila e in Francia 12 mila. L’erogato medio nel nostro paese è circa la metà rispetto alla media europea con pesanti ripercussioni sui costi fissi, a loro volta appesantiti dalla peculiarità, unica in Europa, di garantire la presenza di personale per il rifornimento. Nonostante tutto, restiamo assolutamente competitivi a scapito della marginalità di settore. È ormai convinzione generale che per riuscire ad incidere ulteriormente sui costi della filiera distributiva si debba intervenire riducendo il numero degli impianti con la finalità di aumentare l’erogato medio.

Perché ci sono distributori che costano meno di altri?
I “no logo” sono impianti di erogazione che sviluppano una politica commerciale praticando sconti significativi. Tale politica dei prezzi consente di catturare i clienti degli impianti che si trovano nelle vicinanze: vendono di più con margini minori, ma guadagnano lo stesso. Vi è poi il fenomeno delle pompe di benzina “appoggiate” ai centri commerciali dove spesso si innescano delle sinergie “a sostegno” tra l’attività del centro commerciale e il punto vendita di carburante.

Non vi sono delle attività accessorie più redditizie per chi fa questo lavoro?
Se il settore “rete” soffre, il settore “extra-rete” non sorride. Per extra-rete si intendono i commercianti e i rivenditori all’ingrosso: piccole e medie imprese che consegnano franco destino al consumatore (autotrasportatori, agricoltori, privati) carburanti e combustibili. In Italia, in questo particolare settore, si commercializzano 26 miliardi di litri l’anno per un totale di quasi 40 miliardi di euro. I rivenditori comprano dalle raffinerie con pagamento immediato o, se presente una fidejussione, a 30 giorni, ma incassano i propri ricavi (gonfiati per il 60 per cento da accise) a 120 giorni. I rivenditori e i commercianti in questo modo fungono da polmone finanziario perché si fanno carico di un’esposizione complessiva di circa 10 miliardi di euro in un mercato sempre più a rischio insolvenza. Da mettere in rilievo che queste imprese, secondo gli studi di settore, godono di una marginalità pari al 2 per cento. Quanto si potrà andare avanti? Nel caso si dovesse interrompere questo credito al mercato e, in particolare, agli operatori che oggi godono di un finanziamento che probabilmente il sistema bancario non gli concederà in futuro, cosa accadrà? Come vede non c’è da stare allegri.
twitter: @giardser

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